La vocazione sotterranea di Catanzaro, intrico di camminamenti e condutture d’acqua

Un post del GruppoTrekking Sant’Elia Pentone richiama l’attenzione sul glorioso Acquedotto del Visconte, una meraviglia d’architettura e d’ingegneria preindustriale

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Un post del GruppoTrekking Sant’Elia Pentone, pubblicato ieri, ha informato dell’ultima escursione compiuta nelle gallerie dell’Acquedotto del Visconte. Un lungo cammino, così decritto da uno dei componenti del gruppo, Michele Tallarico, che di professione fa l’agente immobiliare, quindi abituato a ragionare dal livello strada verso l’alto, ma quando fa escursioni ama scendere dal suolo al sottosuolo: “Escursione di sabato 4 luglio. Passeggiata nella campagna Pentonese, lambendo il territorio di Gimigliano. Si partirà dal Borgo Visconte, proseguendo, tra i castagneti, per Tre Arie Biamontino. Si scenderà a Carenza, dove si visiteranno le sorgenti dell’acquedotto del Visconte. Si proseguirà, attraverso il bosco, fino alla torretta forestale di Patrone. Percorrendo la pineta della Nocella si raggiungono i colli e si scende A Visconte, dal sentiero nel bosco.Per la visita alle sorgenti, fornirsi di torcia, stivaletti anfibi, e casco.Km 7.00 per ore 3.00. Difficoltà media”.

 

Alla fine, tutti i partecipanti si sono detti stanchi, ma entusiasti dell’esperienza. Che una volta nella vita tutti i catanzaresi, di città e di provincia, dovrebbero fare. C’è molto da imparare e parecchio da meravigliarsi. Prendendo lo spunto proprio dall’acquedotto del Visconte, un’opera di alta ingegneria idraulica e testimonianza formidabile di archeologia preindustriale, se questo termine esiste. Andando magari a ritroso nel tempo, partendo dalla definizione di Catanzaro, città della media Calabria che, per il tempo che qui ci interessa, era così descritta (nel 1882) dall’archeologo parigino François Lenormand mentre, sballottato da una carrozza, intraprendeva una tappa del suo grand tour: ”In fondo alla vallata lasciamo sulla destra, a un centinaio di metri di distanza, una vasta chiusa di aranci e di altri alberi fruttiferi, perfettamente irrigua, di una vegetazione meravigliosa, circondata da tutti i lati da rocce a picco bruciate dal sole e coperte da cactus, di agavi e aloe. Questa chiusa passa per una delle meraviglie dei dintorni di Catanzaro; è uno dei siti in cui si conducono i forestieri. La si chiama il Paradiso, e tal nome è ben dato, perché è un vero paradiso di frescura e di ridente vegetazione, una deliziosa solitudine, nella quale è possibile credersi isolato dal resto del mondo” (La Grande Grèce, Paris, 1881-1884).

Una “città giardino”, dunque. “Perfettamente irrigua”, perché ricca d’acqua, all’epoca ben distribuita da un acquedotto voluto proprio dai francesi di Giuseppe Napoleone e di Gioacchino Murat, rispettivamente fratello e cognato dell’imperatore, succeduti l’un l’altro sul trono di Napoli all’inizio dl XIX secolo.

Nel giro di un ventennio erano successe cose straordinarie.Un disastroso terremoto aveva colpito la Calabria il 5 febbraio 1783, con epicentro tra le Serre e l’Aspromonte, portando rovine, morte, sconvolgimenti morfologici e trasferimenti di molti nuclei familiari se non di interi centri abitati. Catanzaro, perché capoluogo, fu uno dei centri di maggiore inurbamento dalle campagne circostanti, complice anche il progressivo esaurirsi della occupazione legata all’arte serica e alla correlata coltivazione del gelso. La popolazione, a dare fede al censimento del 1816, doveva aggirarsi intorno agli ottomila abitanti, per l’epoca una città di tutto rispetto (Reggio Calabria già arrivava ai 15 mila). Nonostante questo, per non essersi mostrata particolarmente accogliente verso di loro, resistendo alla conquista napoleonica, i francesi pensarono in un primo tempo di punire Catanzaro, trasferendo il capoluogo a Monteleone (l’odierna Vibo Valentia), anche per ragioni di logistica militare. Ben presto, però, si resero conto di non poter calcare troppo la mano, consideratane la centralità burocratica e accademica (sede di Regia Udienza, di Regio Liceo, di Università), e investirono su Catanzaro con generosità, imprimendo un sussulto di modernità con pretenziosa eco di grandeur imperiale, per esempio nell’avvio dello sventramento del centro storico che porterà all’attuale Corso Mazzini.

La costruzione dell’acquedotto fu uno dei progetti che maggiormente impegnò il genio civile dell’amministrazione francese. Si riunì a Monteleone la Regia Commissione per l’Acqua e nel 1810 deliberò la progettazione dell’Acquedotto del Visconte, che prevedeva tre fasi, completate nell’arco di tutto un secolo, coprendo pertanto il succedersi di tre dominazioni: la francese imperiale, la borbonica della Restaurazione, la sabauda post-risorgimentale, risalendo al 1893 la targa posta a suggello della conclusione dei lavori.

La prima preoccupazione dei tecnici fu di bonificare il ricco patrimonio di sorgenti che nel perimetro urbano sgorgavano con generosità ma anche con rilevanti problemi igienici e di salute pubblica. Si arrivarono a contare 22 sorgive e pozzelle d’acqua, qualcuna diretta, qualche altra incanalata in un rudimentale acquedotto, costruito intorno alla metà del Settecento nella parte alta della città, che nel suo cammino si intersecava con pozzi e scarichi delle civili abitazioni. Le fontane di uso pubblico erano diverse, identificate con nomi esplicativi di posizione altimetrica o di riferimento a luoghi e dicerie: Fontana di Suso, di Juso, del Lupo, della Sicia, del Belvedere, del Serrante, di Saccolletto, di Prattica, del Liso, della Marchesa, del Tuvolo, del Tuvolello…
Realizzata la bonifica, si passò alla costruzione del primo tratto di acquedotto, che partiva dalle sorgenti sui monti della Presila, ricadenti nel territorio comunale di Pentone, appena a nord.

 

C’è scritto negli “Annali civili del Regno delle Due Sicilie” del 1939, una sorta di resoconto dell’attività degli intendenti provinciali: “Gli abitanti della città di  Catanzaro attingono la loro acqua potabile da impure sorgenti, e che spesso durante gli estivi calori rimangono aride ed asciutte; ond’è che da lunghi anni sospiravano per vedere condotta nelle loro mura l’acqua detta del Visconte, che a sei miglia fuori dalla città scorre limpida e copiosa. Non avevasi potuto compiere sinora questo giusto desiderio se non assai imperfettamente, per la grave spesa che per l’opera era richiesta; ma ora tutto fa sperare che nel venturo anno i Catanzaresi si disseteranno nelle cristalline acque del Visconte, le quali gioveranno anche allo stabilimento di manifatture idrauliche, ed all’irrigazione de’ campi”.
È il governo borbonico ad affidare nel 1820 all’ingegnere Vincenzo Gattoleo, al quale è oggi dedicata una importante strada urbana, il disegno e la progettazione dell’acquedotto. Dalle Tre Arie del Visconte a Piazza San Giovanni sono più di dieci chilometri di condotta. Un’opera che ha del colossale, considerati i mezzi disponibili. L’acquedotto era, naturalmente, a caduta, con una pendenza necessariamente costante e minima. I lavoratori idraulici (non ancora forestali, veri e propri cavatori) per più di un ventennio procedettero, in un territorio impervio e roccioso, a forza di braccia e  picconate, dapprima a scavare trincee di profondità dai dieci ai dodici metri, poi a edificare i canali a muratura, infine a ricoprire il tutto con il materiale di riporto. I canali, di sezione rettangolare con volta ad arco, erano tutti perfettamente percorribili da un uomo in piedi o tutt’al più leggermente ricurvo. I camminamenti, a detta di chi li ha percorsi e documentati, sono perfettamente conservati in numerosi tratti, che si interrompono in più punti per frane naturali o chiusure imposte. Dell’opera rimangono anche tracce esterne lungo il percorso, balze murarie, torrini di manutenzione dalla curiosa forma a covone (due sono in perfetto stato di conservazione nel Parco della Scuola agraria), casematte, fontane di uso pubblico. Sappiamo quando l’acqua del Visconte sgorgò per la prima volta dalla fontana di Piazza San Giovanni: era il luglio del 1847, un po’ in ritardo rispetto a quanto previsto dagli intendenti provinciali, ma non siamo proprio noi, uomini del ventunesimo secolo a poterci meravigliare.

 

L’ultimo step dell’opera provvide, in età sabauda, a incrementare la portata, con lo scavo, interamente manuale, della galleria detta del Trifoglio, lunga milleduecento metri, che perforava una intera montagna e che trasferiva l’acqua della sorgente omonima, dal bacino idrografico dell’Alli a quello della Fiumarella. La portata divenne importante, oscillando dai 20 ai 40 litri al secondo, quindi dai 600 agli 800 mila litri al giorno che, sia detto per inciso, farebbero ancora comodo. Con questo ulteriore innesto, la lunghezza complessiva dell’acquedotto del Visconte risultò di 12 chilometri, tutto in muratura, scavato a dodici metri di profondità.

 

La costruzione della rete idrica interna ha occupato tempo e finanze pubbliche si può dire ininterrottamente fino a oggi. Dapprima con l’apertura della nuova fontana pubblica a Piazza Murat (l’attuale Piazza Roma), con una condotta che doveva necessariamente attraversare tutto il centro cittadino e oggi non più percorribile per via dei molti manufatti nel frattempo interposti.

L’acquedotto del Visconte non è più in uso, sostituito via via dagli impianti più moderni del Guerriccio, che parte dalla Sila, e poi dal Corace, dall’Alli, dal Passante. La Sorical oggi garantisce una distribuzione giornaliera di 21 milioni di metri cubi d’acqua, dei quali, per la cronaca, 7 si perdono via facendo e 3 non vengono fatturati.

Come giustamente dice l’architetto Walter Fratto, a cui si devono gran parte delle informazioni riportate, autore di un video dal titolo “Una storia dell’acqua: gli effetti della rivoluzione francese a Catanzaro”Parma ha un acquedotto di soli tre chilometri, e ne fa un vanto cittadino.    

 

Sotto i piedi degli inconsapevoli catanzaresi, sotto l’asfalto arrotato giornalmente da migliaia di auto, esiste un patrimonio di notevole valore storico, e architettonico che sarebbe giusto recuperare alla memoria collettiva.

Succede che da un po’ di tempo l’attenzione del movimento culturale catanzarese sembra essersi concentrata sul sottosuolo cittadino, sotto l’incalzare di diverse associazioni, come Uisp, Culturattiva, Circolo Placanica, Calabria in Armi, Casa del cinema,il Gruppo Trakking Sant’Elia,Catanzaro Antica e altre ancora. Sono diverse le manifestazioni in cui sono stati presentati sia il video di Fratto, sia il documentario “Segreti Passaggi” di Giuseppe Rachetta, che indaga sull’intrigo di camminamenti, di gallerie, di anfratti che fanno parte dell’immaginario collettivo metropolitano ma che tanto immaginari non si sono poi rilevati. Anche Rachetta parte da un episodio storicamente documentato, la fuga del ribelle conte Antonio Centelles dal castello di Catanzaro, cinto d’assedio dagli aragonesi, nel 1445. Fuga consumata, secondo una versione non univoca, attraverso gallerie e passaggi segreti di cui il sottosuolo catanzarese sarebbe ricco, opera sia dell’uomo, il cosiddetto “Ragno”, sia scavati dalla forza corrosiva di una rete di corsi d’acqua ipogei, il più imponente dei quali sarebbe il mitico “Abisso”. Qualcuno, ancora vivente, giura di averne sentito l’assordante rombo in qualche anfratto sotto il Vescovato, mentre sono all’ordine del giorno rilievi di perdite d’acqua, infiltrazioni inspiegabili, veri e propri rigagnoli su muri e giardini di vecchi palazzi del centro.

C’è un punto in cui i racconti di Fratto e di Rachetta si incontrano, quando entrambi parlano della “Ghiacciaia”, l’imponente serbatoio capace di 2 milioni di litri d’acqua interrato a Villa Pangea, oggi intitolata al generale Dalla Chiesa, a nord della città. Una struttura con molti corridoi, piattaforme e ambienti, dei quali uno dedicato alla conservazione del ghiaccio, destinato agli usi e consumi di molti comuni calabresi, dal 1872, anno della sua costruzione, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’uomo che passava “gridando gelati” era un contadino che vendeva i suoi fichi d’india mantenuti freddi dal ghiaccio prelevato a Villa Pangea. Unaquindicina d’anni fa qualcuno ci voleva costruire un parcheggio sotterrano multipiano. Una quasi sollevazione popolare ha fermato un ulteriore torto al patrimonio archeologico industriale di cui, per rimanere nel campo idraulico, è esempio la distruzione e il riempimento, nel 1951, della “botte di conserva” dell’acquedotto Visconte, giustificata dal pericolo derivante dal fatto che i bambini pro tempore ci facevano tranquillamente il bagno. Il serbatoio, posizionato davanti l’attuale Istituto magistrale, all’inizio della strada che porta ai giardini di San Leonardo, è oggi occupato da un posteggio privato chiuso da una sbarra. Il tecnico che portò a termine i lavori relazionò che si poteva “realizzare una palazzina per uso uffici comunali di almeno 2 piani”. Destinazione ampiamente disattesa.

Questa vocazione sotterranea di Catanzaro, come giustamente annotato da Rachetta a conclusione del suo bel documentario, visibile, come quello di Fratto, attraverso i comuni motori di ricerca e social network, è compendiata dal simbolo stesso della città, la statua del Cavatore, l’opera più famosa dello scultore Giuseppe Rito, della fine degli anni 50. È solitamente additata come espressione della laboriosità dei catanzaresi. Ma, ha notatoRachetta, la presenza contemporanea della roccia, dello scavo, della galleria a volta e dell’acqua, restringe il campo del significato verso una vocazione più specifica, quasi estrattiva, mineraria, da talpa più che da scoiattolo: è “l’istantanea di un mondo che andava scomparendo”, l’inoltro “ai catanzaresi delle generazioni a venire di un messaggio che rappresenta un invito a riscoprire, a riappropriarsi della propria storia”.

Il presente articolo riprende in parte un contributo originale del blog ellenistico.wordpress.com

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