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U Ciaciu ad un anno dalla sua “partenza”. Franco Cimino: “Una piazza per lui. Quella piazza”

Al maestro il mio grazie personale dentro una struggente ma delicata nostalgia

Morire è un obbligo cui tutti dobbiamo adempiere. Morire è staccarsi da questa vita che è tutto ciò, vissuta bene o non, che conosciamo. È comoda la vita, nel senso che vivere fa bene a chi è nato. Non sappiamo nulla di come saremmo se non fossimo nati. Nulla sappiamo di ciò che saremo dopo la fine terrena. La morte, oltre che per l’interruzione del piacere di vivere, ci fa paura per questo. Ci sono, però, delle condizioni per cui lasciare questa terra non è tema alcuno. Sono quelle in cui si è vissuto molto a lungo, si sia stati in vita persone buone e generose, si siano realizzate opere e beni diversi.

Quest’ultima è un bel morire. Con una certa beffa e un po’ rabbia, in verità, ma un bel morire. Un buon pacco di un tutto che ironicamente si racchiude nel vecchio detto “ eppa e morira ma si ricordanu e idhru.” A Catanzaro, questo detto è molto praticato. Non il desiderio dello scomparso, ma la “ diceria” della gente, a seguito degli elogi e dei riconoscimenti che le diverse autorità, non solo istituzionali, rivolgono a gran voce. Oggi è il turno di U Ciaciu, il maestro Saverio Rotundo, scomparso, quasi improvvisamente, un anno fa a seguito di una caduta nel suo orto in discesa da Pratica, accanto alla ferrovia della Calabro. Faceva anche quel pomeriggio ciò che amava fare, cercare, raccogliere da terra, portare a casa, conservare, riutilizzare creando una cosa nuova. In quest’ultima azione U Ciaciu era artista. Nel prendere il vecchio, il ferro vecchio in particolare, e trasportarlo sulle spalle o nella carriola, per le vie della Città, era un personaggio eccentrico e stravagante.

Nel prendersene cura, era un poeta. Nel cercare, era un navigatore sulla terra ferma, un esploratore di vie nuove, anche nello spazio e del tempo, un cercatore d’oro. Un filosofo. Nell’offrire la sua arte alla Città era un politico, che considerava la promozione della cultura e di ogni forma d’arte maturata in loco, uno strumento di crescita civile ed economica dell’intera realtà territoriale. Infine, quel sedersi, ogni sera, che fosse estate, autunno, inverno o primavera, davanti ai gradini della sua casa, tra la prima parte del Corso e piazza A. Garibaldi, di fronte alla magnifica chiesa di San Giovanni Battista, con i suoi cappelli voluminosi e i suoi abiti eccentrici, era il modo con cui egli voleva esprimere la sua catanzaresità diversa, il suo amore per Catanzaro. Ecco, proprio di quel piccolo spazio dove giganteggiava la sua umile sedia, quella di legno e del sedile “ impagliato”, dico oggi per onorare la figura di un autentico maestro. Dal giorno della sua morte, e più volte, ho proposto al Comune, in considerazione anche del fatto che un privato abbia acquistato la casa di U Ciaciu per farne un museo delle sue opere( gesto davvero encomiabile), di realizzare nello spazio ai piedi dell’abitazione (sempre strapiena di auto disordinatamente lasciate senza contravvenzioni costanti che ne sanzionino la scorrettezza), una piazzetta a lui dedicata. La mia idea consiste nel perimetrare l’area chiudendola con quelle basse colonne di ghisa che ornavano il Corso, realizzare in ferro vecchio la sedia del maestro ponendola nello stesso punto, accanto mettervi una delle sue più importanti opere e, sulla breve parete alle spalle, una targa, sempre in ferro vecchio, con una didascalia che lo ricordi.

Ai passanti, ai forestieri, ai turisti. E, particolarmente, a tutti quei catanzaresi, e sono tantissimi, specialmente giovani, che ogni giorno lo hanno visto seduto e sempre cortesemente rispondere alle loro loro domande. L’assessorato alla Cultura del capoluogo ha indetto, meritoriamente, a partire da oggi, una tre giorni, assai nutrita di manifestazioni, per ricordare il catanzarese illustre, il filosofo del riciclo. Mi farebbe piacere che raccogliesse la mia proposta, se ne appropriasse e la realizzasse in tempi brevi. Il Sindaco, già la conosce e caldamente la condivide.
Al maestro Ciaciu, che io non avrei potuto non incontrare più volte al giorno, centinaia di volte fotografandolo, lui “vezzosamente” consentendomelo, il mio grazie personale dentro una struggente ma delicata nostalgia.

Franco Cimino