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Quando non avrai più paura di far sbocciare il suo fiore, allora potrai cogliere i suoi frutti

Il senso della vita nei racconti dello psicoterapeuta Mauro Notarangelo

di MAURO NOTARANGELO*

Oggi vorrei parlare delle Opportunità! – disse Brando – Chi vuol venir volontario? – Dopo un attimo di silenzio, in fondo all’aula, si alzo un’esile mano – Io! – fece un ragazzo dalla corporatura gracile e dagli occhi cerulei, il quale, s’incamminò verso il centro della stanza sotto lo sguardo dei compagni e si sedette sulla sedia accanto il Prof, e iniziò a parlare – Ho la dislessia! – Bene! – disse Brando senza accenno allo stupore

– Parlaci della tua esperienza! – Quando ero piccolo avevo tante difficoltà a scuola…ricordo che non riuscivo a seguire le lezioni e mi distraevo facilmente, non leggevo e guardavo solo le figure. Le lettere mi ballavano sotto gli occhi e confondevo i suoni delle sillabe, la v la sostituivo con la p o la f, facevo un gran macello e le parole le univo quando le scrivevo. Per me gli accenti erano un incubo così come le doppie.

Quando arrivava una parola con due b o due g iniziavo a tremare, soprattutto se ero chiamato alla lavagna. Mi prendeva un crampo allo stomaco e m’irrigidivo come se dovessi svenire, e le gambe diventavano leggere e pensavo: “…E se sbaglio?” – e iniziavo a sudare. Anche la i per me era un problema, in quanto mi sorgeva il dubbio atroce se la dovessi inserire dopo le due c, nonostante avessi letto quella regola miliardi e miliardi di volte. Ad esempio, quando scrivevo la parola Coscienza mi bloccavo a metà, poi guardavo mia madre che mi scrutava e aspettava che io azzeccassi.

A volte la i la inserivo, a volte no. Il tutto era frutto del caso!

Ricordo che non lessi nulla fino ai 17 anni circa. Io non riuscivo bene a memorizzare. Il mio mondo erano le mie fantasie, e me ne stavo ore e ore a giocare tra le mie visioni di soldati che morivano sotto i colpi delle pistole o tra le storie inventate di una creatività che aveva tanta e tanta sete di vivere, perché era la mia essenza. Avevo vergogna e mi nascondevo.

Pensavo di non essere giusto e di non essere come gli altri. Il mio incubo, che mi accompagnò per tutto il corso scolastico, fu la matematica. Anche lì fu un disastro.

Ripetei le tabelline milioni e milioni di volte. La sera le sapevo, l’indomani non più, e a scuola facevo sempre delle brutte figure, come se non avessi studiato. I miei erano combattuti pensando a tratti che fossi uno scemo, a tratti che fossi un genio, perché a volte arrivavo a delle soluzioni complicate senza sapere come e perché e in brevissimo tempo. Diciamo che ero tutto sensazioni ed istinto. Non sapevo proprio cosa volesse dire la logica! Prof. ancora oggi, quando scrivo proprio, se non mi soffermo un attimo a pensare scrivo: proprio! La r s’inserisce prima della p. Ora ci rido, ma quanta sofferenza ho passato.

Ero un ragazzo molto sbadato e mi cadevano tutte le cose dalle mani.

Le mie relazioni erano influenzate da questo mio senso d’insicurezza che ormai si era piantato in me giudicandomi di non essere all’altezza e di non essere come gli altri. Un giorno, le maestre, dopo l’ennesima figuraccia alla lavagna, mi misero le orecchie d’asino e mi fecero fare il giro per la scuola per essere deriso dai compagni.

Ricordo che mia cugina, che era in scuola con me, si arrabbiò tanto e cercò di difendermi sostenendo la tesi che non ero scemo, solo speciale! La svolta credo fu ai 17 anni. Ero sdraiato sul letto e stavo giocando con le mie parole, ero assorto quasi in perenne sogno ad occhi aperti e mia madre mi portò un libro dicendomi – Leggi questo!

– Il mio primo libro: l’Ulisse di Joyce! Giuro prof. non è uno scherzo! Prima dei fumetti lessi l’Ulisse. Mia madre mi spiegò il “flusso di coscienza” e quella volta la parola la scrissi con la i, scivolò proprio tra la c e la e con consapevolezza. Lo etichettai come il giorno della I come Inizio! M’innamorai della lettura perché non temevo più di sbagliare. Forse avevo compreso che per imparare occorre fare nuovi errori piuttosto che fare sempre lo stesso. M’immersi in quella lettura meravigliosa e più leggevo, nonostante la fatica delle lettere che ballavano, più mi tuffavo nel flusso dei sogni e delle meraviglie, e più incominciavo a scoprire quante altre stanze c’erano in me, e quanta terra da scavare ancora ci fosse. Toccavo le pagine del libro come fosse una donna, e con i polpastrelli sentivo le lettere come fossi cieco ma non lo ero. Poi mi facevo pervadere dall’odore delle pagine scritte. Mi soffermavo con gli occhi tre le righe e gli spazi e leggevo il bianco tra le parole. Ogni parola era per me una galassia e mi rimandava ovunque, oltre il tempo e lo spazio.

Le parole mi si incarnavano tutte, le ingoiavo, le gustavo, ne sentivo l’odore e mi cullavo al loro suono.

Sentivo il suono delle parole anche senza pronunciarle. Ricordo che mia madre mi portò da uno specialista, il quale, mi diagnosticò la Dislessia! Mi disse che non era un problema, solo un disagio, e mi disse che avevo il Pensiero Laterale, e questo mi restò talmente impresso che, quando parlavo con amici, dicevo loro di stare molto attenti, perché ero possessore del Pensiero Laterale. Capii solo dopo che il Pensiero Laterale è una grande opportunità. Sarebbe quel tipo di pensiero che non va avanti di logica, bensì, va di lato, e segue altre vie che sono quelle delle libere associazioni, una sorta di pensiero quantico e creativo che solitamente rompe gli schemi. Uscii dal disagio quando incominciai a vivere la Dislessia come la più grande opportunità! Questo fu il punto di svolta. Iniziai a rispettarmi e accettarmi. Ora, se mi dovesse travolgere il dubbio di una doppia g, non incomincio a sudare, mi soffermo, ci rido e sorrido di me, e mi commuovo, e conservo questo mio stato infantile, quasi lo preservo, come se fossi ancora alle elementari, magari cerco su google e la scrivo corretta, e non mi sento, sminuito ma arricchito. Ho compreso che non sono un Dislessico ma ho la Dislessia! E questo mi ha dato l’opportunità di essere autentico, di saper leggere oltre, di saper leggere tra le righe e gli spazi, mi ha dato l’opportunità di ballare al suono delle parole e delle lettere, e mi ha concesso di procedere per le viuzze laterali, sicché, ho la grande occasione di godermi il panorama.

Non m’importa di arrivare prima, perché non vinco nulla se ci arrivo per l’autostrada che mi fa andare più veloce, vinco se mi godo il paesaggio che attraverso. Aspetti un attimo prof. – L’alunno si alzò e andò verso il suo banco. Mise le mani nello zaino e tirò un portachiavi con attaccate delle chiavi. – Questo portachiavi non è altro che le Orecchie d’Asino di pezza che le maestre mi attaccarono alle orecchie al primo anno di scuola. Caro Prof. questo è il mio passpartout, e avendo aperto il mio cuore, accettato le mie ansie e le mie paure, con queste orecchie riesco bene ad ascoltare gli altri e ascoltare me stesso. Quando sono in panne?… Raglio: I o… I o! – Risero tutti, compreso il Prof., il quale, rivolgendosi ai ragazzi, disse – Non c’è null’altro da aggiungere!… Quando incontrerai un disagio fa che possa essere la tua più grande opportunità! perché il disagio è il seme della crescita. Quando non avrai più paura di far sbocciare il suo fiore, allora potrai cogliere i suoi frutti, e ricorda che… il frutto più bello sei e sarai sempre tu!

* Medico Psichiatra psicoterapeuta