Dagli Avvocati all’Ande. Per il “No” al referendum

Talerico, Laurito e Fagà spiegano perché il “Sì” mina la rappresentanza democratica

 

ande catanzaro

Ande, per chi non lo sapesse, è la sigla dell’Associazione nazionale donne elettrìci (con l’accento fonico sulla prima “i), sodalizio nato agli albori del secondo dopoguerra e sempre in primo piano nella difesa dei diritti delle donne in quanto cittadine, al di sopra di ogni caratterizzazione partitica ma fieramente impegnate nella declinazione della parte nobile della politica, quella che da Aristotile in poi fino a Nussbaum ha come fine ultimo il bene comune e nulla più. Per questo fa un certo effetto vedere scendere Ande con fare deciso e incontrovertibile in favore del “No” alla consultazione referendaria del 20 e 21 settembre. Si vota per confermare o meno la riforma in senso restrittivo del numero dei parlamentari, alla Camera e al Senato, già decisa nelle Aule romane a maggioranza per ben quattro volte e bisognosa della conferma o meno da parte dell’elettorato. Il perché di una scelta così netta lo ha spiegato la presidente di Ande Catanzaro, Marisa Fagà, aprendo la conferenza stampa appositamente convocata a Palazzo De Nobili, sede del Comune: “Oggi non si tratta di scegliere una parte, ma di difendere la Costituzione, un gioiello che prevede un grande equilibrio tra le partiture della società e dello Stato. Di solito non ci schieriamo, anche in analoghe consultazioni del passato, preferendo promuovere la partecipazione delle elettrici. Questa volta siamo per il “No”, perché in caso contrario, con la vittoria del “Sì”, viene minato uno dei valori fondanti della nostra Repubblica, ovvero la democrazia. Si ridurrebbe la rappresentanza, in generale per tutti, ma in particolare per le minoranze e per le donne, escluse da gran parte dei luoghi delle decisioni. Con la vittoria del “Sì”, deputati e senatori saranno scelti da quelle approssimazioni che sono oggi i partiti, strutture sempre più oligarchiche, senza dibattito interno né proiezioni nel corpo vivo della società”. Le motivazioni dei promotori del Sì sono tutte discutibili, dice Fagà, passato illustre da parlamentare, alcune addirittura risibili: “Come la riduzione della spesa. Se così fosse, l’Ande sarebbe in prima fila in favore del Sì. È semplicemente una espressione populistica che serve a confondere le persone semplici che non hanno voglia, cura e tempo per verificare, leggere, informarsi. Per questo scendiamo in campo, per dire che non si possono contrabbandare i margini di democrazia per un risparmio infinitesimale della spesa pubblica. Così come è un imbroglio il tentativo di convincere gli indecisi giustapponendo la possibilità di una riforma elettorale che dovrebbe aggiustare le pecche che gli stessi fautori del Sì avvertono. Sono due piani non interscambiabili e non equivalenti. Per adesso c’è comunque solo questa oscenità di riforma costituzionale che riceverà, auspichiamo, il dissenso degli elettori e delle elettrici”.

Molto più tecnico l’approccio di Antonello Talerico, presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Catanzaro, intervenuto in qualità di giurista, ancorché convinto sostenitore delle ragioni del “No”: “La tecnica referendaria non aiuta e porta a favorire scelte inconsapevoli. Per votare “Sì” o No”, l’elettore dovrebbe conoscere le conseguenze anche giuridiche della scelta. Se l’ispirazione è di pancia, nulla di più facile. Se si votasse un referendum per decidere l’abolizione delle tasse, le tasse sarebbero sicuramente abolite. Le nostre tasche sarebbero momentaneamente più gonfie, ma lo Stato andrebbe in default. Non ci sono ragioni per votare “Sì”. Al contrario, molte le ragioni per dire “No”. Per ridurre seriamente i costi non seve diminuire il numero dei parlamentari, che si traduce in un risparmio annuo pro capite di 1 euro e 35 centesimi. Riduciamo piuttosto il costo degli staff e delle consulenze, questi sì consistenti ed esorbitanti. Il che non vuol dire che non si possa affrontare anche il nodo del numero dei parlamentari. Ma all’interno di una rivisitazione complessiva del sistema di governo e del meccanismo elettorale. Diversamente, i vulnus indotti saranno diversi e tutti indesiderabili. Le Commissioni parlamentari, per esempio, come funzioneranno, considerato che il loro numero non viene toccato? La scelta dei rappresentanti del popolo sarà sempre più centralizzata, affidata alle oligarchie di partito, ovvero alle loro segreterie, ampliando così i poteri di quella politica politicante che a parole si vuole combattere. A cascata, saranno sempre più centralizzate le nomine negli organi costituzionali di garanzia. Il meccanismo referendario, che non prevede quorum, è altresì pericoloso, perché potrebbe consentire a una minoranza di elettori di decidere su questioni viceversa fondamentali per la vita democratica, che si esprime soprattutto nella rappresentanza e nella partecipazione. Basti pensare che una regione come la Calabria, già così sottorappresentata, con la riforma si vedrebbe sfilare ben 12 parlamentari”.

L’altro avvocato del foro di Catanzaro presente per testimoniare l’ampia adesione della categoria alle ragioni del “No”, Maria Teresa Laurito, ha insistito sulla necessità di spiegare bene queste ragioni che, d’altra parte, sono ben presenti negli stessi partiti che hanno votato la riforma: “Sono, si badi bene, non semplici frange ribelli, bensì consistenti movimenti di opinione e di sensibilità politica che si ribellano a un approccio propagandistico e populistico a una questione vera ma ben più complessa: la qualità della politica e i meccanismi della rappresentanza. Ridurne semplicemente la quantità non risolve il problema, ma mina l’assetto democratico”.