Tutti i segreti dietro le persiane delle case di tolleranza

Personaggi e racconti delle storie vissute negli anni della seconda guerra mondiale

Le persiane di quelle “CASE DI TOLLERANZA”, sempre chiuse, quasi a pensare ad un mondo a sé, anche se, a richiederlo, era una regola imposta da una apposita  legge, affinché non venissero indirizzati sguardi indiscreti. Le “case chiuse” a Catanzaro, rappresentavano quella sorta di “momento magico” per chi usava frequentarle, come giovani, militari, nobili e finanche professionisti.

Erano anche gli anni della seconda guerra mondiale e per le case di tolleranza vigevano regole ferree, seguite da chi le gestiva e da controlli serrati effettuati dalle Ronde Militari sugli appartenenti alle Forze Armate o dalle Ronde dei Carabinieri, sui civili, inoltre, le stesse “signorine” erano sovente soggette a visita da parte dell’Ufficio di Igiene, per constatarne lo stato di salute e scongiurare eventuali malattie veneree.

All’epoca, problematica seria e ricorrente, e, proprio in virtù di ciò anche la pulizia doveva rappresentare una priorità, soprattutto quella “personale”. Di questi luoghi deputati all’amore a “pagamento”, se ne riscontravano quattro proprio nel centro del capoluogo, di cui tre nella zona del Pianicello, il quarto, vicino al mercato centrale. Venivano facilmente individuati con i nomi di chi li gestiva, come “donna Peppina”, “la Renata”, “Annarella” o la “Vergani”.

Quest’ultima, detta la “Gina”, pare che attirasse particolarmente. Nei suoi appartamenti il mobilio era molto elegante, con salottini d’intrattenimento con divani in velluto dai vari colori, specchi che abbellivano le pareti, insomma, un contesto che evidentemente richiamava il gusto della proprietaria, che si diceva fosse arrivata a Catanzaro “per amore”. Di queste particolari case, le “attrici” primarie erano loro, le “signorine”, che accoglievano i cosiddetti “clienti”. Per lo più, provenivano da fuori, restando in città per una quindicina di giorni. Di solito, venivano “presentate”, sfilando in carrozza per il corso, sostando particolarmente davanti ai caffè, luogo solitamente molto frequentato, quasi ad annunciarne la presenza. Un “mondo”, questo, che faceva parte della realtà cittadina e che si è voluto ripercorrere seguendo quanto riportato in maniera egregia da Nando Castagna in uno dei suoi scritti, poiché grande amatore e profondo conoscitore della storia di Catanzaro nei suoi più peculiari aspetti.

LA “VIA DELL’AMORE”. Ma, a contrasto con questa realtà, un particolare capitolo nel libro “Catanzaro d’altri tempi” del Patari, ove pone in evidenza proprio la “Via dell’amore”, come lui stesso la definisce, che altro non è che “Via Giacomo de Jessi” a Catanzaro. Una via che lo stesso “popolino” chiamava dialettalmente “ ‘U schicciu”, proprio perché, sebbene chiusa da orti e giardini, il vento predominava, come del resto accade sempre a Catanzaro. Questa via, come descrive il Patari e che paragona a la “Vallée d’amour” parigina, differentemente da quel “mondo” delle case chiuse, accoglieva quell’amore romantico fatto di “brucianti occhiate, di lunghi sospiri, di giuramenti appassionati, di baci vertiginosi”, come egli stesso esprime. “Via De Jessi”, solitaria e silenziosa, era dunque la preferita dai giovanotti e dalle ragazze di un tempo per le loro “promenades”, pochi momenti da passare insieme, prima di andare al lavoro o a scuola. Varie le coppie che si alternavano e il Patari ne vede il procedere e ne cita anche i nomi. Alle sette e mezza di ogni mattina, Ciccillo Sbarretti, davanti ad un portone della via è in attesa della signorina Mariuccia Lobello, entrambi studenti dell’ultimo anno, camminano per mano, un incontro semplice fatto di dolci occhiate e grandi sorrisi. Lui, Ciccillo, è alto, allampanato, quasi nervoso nei movimenti, al contrario, Mariuccia, piccola ma ben proporzionata, con la sua folta capigliatura bionda.

A loro, man mano si aggiungono altre coppie ed ecco arrivare Rodolfo Anastasi ed Elvira Saputelli.

Rodolfo, alto e magrissimo nell’aspetto, si stringe accanto ad Elvira, che, pare, abbia la fama di “civetta”, ma, probabilmente, è solo una “chiacchiera”.

E così, si alternano le coppie, amori giovanili, teneri ed egli, dal balcone della sua casa, ne segue i movimenti, sperando quasi di carpire quei dialoghi amorosi percependone solo qualche parola: “geloso”…..”inganno”….”tradimento”. Alle otto e mezza la strada è nuovamente deserta, poi, verso sera ancora si popola, quando le tenebre accompagnano il procedere di altre coppie che cercano in quell’angolo di strada un po’ di solitudine per il loro “casto” amore, fatto di sguardi languidi e tenere carezze. Strada particolarmente cara al Patari, “Via Giacinto De Jessi” ( sebbene lui la denomini “De Jesse”), dove egli abita, dove nacque e dove visse quell’amore di cui parla e di cui ne presenta gli aspetti più delicati. L’amore, che viene visto nelle sue particolari sfaccettature, quell’amore “mercenario” nettamente a contrasto con quell’amore “puro”, ai tempi in cui anche uno sguardo poteva dire mille cose e, in questo caso, forse si potrebbe dire…”c’era una volta l’amore…..”.