Via intitolata a Stefano Cucchi: Cimino, “Un bel gesto, ecco perchè è stato giusto”

Stefano insegna che lo Stato, se stimolato dal coraggio dei vinti che non si arrendono, sa correggere i suoi errori per tornare Stato, forte e autorevole, autenticamente democratico

Cinquefrondi è un piccolo comune della Calabria, tanto piccolo che a molti osservatori risulta poco interessante sapere quale forza politica lo amministro o chi abbia vinto le lezioni. Ha poco più di seimila abitanti. Si trova in una posizione centrale sia all’interno della piana di Gioia Tauro sia rispetto alla longitudinale Reggio – Catanzaro, cinquanta chilometri dalla prima e sette da Catanzaro. Il mare non gli è distante ma non gli appartiene. Tuttavia, ne sente, l’umore e la generosità. Forse è per questa sua centralità in una terra ricca e questo sentire il mare, che Cinquefrondi ha potuto fare un gesto molto bello e coraggioso.

Ha intitolato una sua strada a Stefano Cucchi, il giovane tossicodipendente( sì, tossicodipendente) e sospettato di smerciare un po’ della sostanza che gli serviva per farsi( sì, dicono che si procurasse così le dosi di cui si nutriva attraverso un mercato che trasforma le vittime in spacciatori). Può fare scandalo una decisione del genere se della stessa se ne facesse un uso politico. Peggio ancora se derivasse da un pregiudizio socio-culturale, secondo il quale chi è bollato dalla società, che lo ha emarginato, deve essere condannato per sempre. E dallo stesso pregiudizio e da quella stessa società della emarginazione. Oltre che dalla più assurda divisione tra buoni e i cattivi, per la quale i buoni sono i vincenti e i cattivi sono i perdenti. I vincenti sono i forti, i perdenti sono i deboli. Molte volte i forti e vincenti sono i ricchi e i prepotenti, i deboli e i perdenti, invece, sono i poveri e gli emarginati. Stefano Cucchi era uno di questi perdenti. Un essere “ pregiudicato” e, quindi, scartato da un contesto che accetta i forti perché ama la forza e ha terrore non di questa, prepotentemente esercitata contro i deboli di qualsiasi natura, ma dei diversi. Degli scarti. Dei tossici intossicati da una società che non trasmette più valori, non educa e perde di vista i propri ragazzi. Specialmente se fragili. Stefano Cucchi una notte è stato fermato da una pattuglia dei carabinieri per il sospetto di cui sopra.

Portato in caserma è stato sottoposto a un duro “ interrogatorio”, tra l’altro non autorizzato dal magistrato. È stato colpito nel suo corpo fragile più della sua personalità, tante volte e vigliaccamente dai tre o quattro carabinieri che lo hanno preso in consegna. Più vigliaccamente lo hanno insultatori e deriso. Quindi minacciato di non dire a nessuno delle violenze subite. In quelle drammatiche condizioni è stato trasferito in carcere, dove è rimasto per lungo tempo senza cure e assistenza. Impedito incredibilmente di avere per giorni contatti con la famiglia e il suo avvocato, Stefano muore in solitudine tra sofferenze atroci. L’Italia è abituata a intestare i luoghi pubblici agli eroi che si trovano sui libri di storia o che vi arriveranno. Gli uomini forti per eccellenza, i grandi autentici, in moltissimi di questi casi eroi veri, che hanno fatto grande il Paese e il nostro popolo. Gli uomini che, impavidi, hanno sconfitto il nemico e l’ingiustizia. Ovvero, quelli che sono andati in guerra morendo per la Patria.

EROI SILENZIOSI

Vi sono eroi silenziosi, però, di cui non si dice mai nulla. Ombre in vita, fantasmi in morte. Persone non viste e denegate. Esseri umani di scarsa importanza sociale che ciononostante hanno involontariamente svolto, nei sottoscala della Democrazia un ruolo importante. Stefano, di certo, non avrebbe voluto essere eroe, ma attraversando quei corridoi brutti e scuri dove dimora il male, eroe è diventato. L’eroe dei povericristi, degli sconfitti, dei deboli. Il generale degli scartati della società, ucciso da uomini infedeli dello Stato in una guerra assurda della prepotenza contro la debolezza, dei forti nel branco contro il debole isolato. Stefano, la cui tragedia alcuni apparati di potere volevano passasse come una cosa di poco conto o addirittura non avvenuta, ha vinto. Ha vinto la guerra contro l’ingiustizia e contro coloro i quali, e ve ne sono ancora tanti, nascondendo la verità avrebbero voluto, e vorrebbero, che la Democrazia italiana venisse piegata agli interessi dei prepotenti. Ovvero, che il presidio più alto e sicuro della stessa, quali sono le nobilissime Forze dell’Ordine italiane, venisse infangato da inconcepibili atti di violenza e piegati, come altri più recenti fatti purtroppo dimostrano, alla prepotenza delinquenziali di pochi vigliacchi in divisa. Stefano ha vinto la guerra più grande. Quella di riaffermare la forza e la dignità dello Stato e il principio assoluto che esso sia non solo lo strumento che promuove la Giustizia e la stessa garantisce e difende per tutti e in ogni occasione, ma che è anche il luogo, la casa, in cui il cittadino sia sempre protetto da ogni pericolo, da qualsiasi violenza. In quella casa, di cui la Costituzione è madre e regina, non può e non deve accadergli nulla per mano di chi la governa e la sostiene. Stefano ha lasciato un segno, e profondo, nella società. Quello che i suoi carnefici hanno inflitto alle sue carni. E quello della lunga fatica che lo Stato ha dovuto compiere, tra errori, contraddizioni e ambiguità, per cercare la verità di un delitto avvenuto nella casa bella che esso rappresenta. Avvenuto, addirittura, in nome di esso. Stefano insegna che pochi uomini infedeli verso la divisa che indossano, non rappresentano le Forze dell’Ordine del nostro Paese.

Insegna che la fragilità non è una colpa e che dagli errori si può venir fuori se si trovano il tempo del vivere e gli aiuti necessari. Insegna che un cittadino che entra in una sede istituzionale, specialmente se istituti totalizzanti, non può uscirne morto per alcuna ragione. Insegna che la verità è l’anima della giustizia e che questa è forza vitale della Democrazia. Insegna, soprattutto, alle nuove generazioni, che esse devono evitare di trovarsi in una qualsiasi delle condizioni in cui si è trovato quel ragazzo, che voleva fare il geometra e, invece, si è trovato a percorrere una via che nessun altro giovane deve percorrere. Stefano insegna che lo Stato, se stimolato dal coraggio dei vinti che non si arrendono, sa correggere i suoi errori per tornare Stato, forte e autorevole, autenticamente democratico. Merito, pertanto, speciale, va riconosciuto al piccolo comune calabrese, per aver restituito, con una semplice intitolazione di una via, la vita a un giovane sfortunato a cui, in nome nostro, qualcuno gliel’ha tolta. A soli trentuno anno.

Franco Cimino