‘A scinduta dei Forgi, Santu Roccu, ‘a Porta Marina

Il bianco e il nero dei luoghi del cuore della città

Ah, tornèranu i tempi e ‘na vota”! E’ ciò che spesso si sente dire dalla voce di chi ha una “veneranda età”. Tempi in cui si apprezzavano le cose più semplici, quando sulle tavole, forse, mancava anche il cibo e quando il contesto cittadino della città di Catanzaro, era ovviamente diverso.

Di “quei tempi”, il ricordo molte volte ritorna e sono le foto in bianco e nero, anche un po’ sgualcite, a dare consapevolezza della loro diversità. I luoghi di particolare interesse della nostra città, sono innumerevoli, ma succede che se ne voglia parlare nella loro singolarità, poiché rappresentano quel vissuto cittadino, che per alcuni ha molto significato, ma ancor di più perché se ne vuole dare conoscenza anche alle nuove generazioni, affinché possano avere una migliore percezione della propria città.

“Scesa Gradoni” (una volta “Scinduta dei forgi”), rappresentava per Catanzaro, quasi un fulcro vitale, luogo non solo di passaggio, ma anche sede di innumerevoli artigiani che operavano in quella parte di strada. Una volta, la via, constava di una “gradinata” centrale alquanto ampia, i cui lati erano entrambi formati da una pavimentazione lastricata. Come già accennato, era un punto di transito pedonale e numerose erano le botteghe dei maniscalchi e dei lavoranti del ferro che vi si trovavano.

Nel brulichio di quell’operosità, si associavano talvolta anche i venditori di “fichi d’india”, il tramestio delle botteghe dislocate nei vicoli laterali o ancora chi la percorreva con gli asini carichi di legna e quant’altro. Fra questi ricordi della nostra bella città, che designano una storia oramai conosciuta, si vorrà descrivere alcuni “personaggi” di questa particolare strada, avvalendosi di un “amarcord” dello scrittore Gioacchino Concolino, che manifesta in maniera singolare le loro caratteristiche.

Ed ecco, che si ricordano alcuni “ciabattini” della via, “mastro Armando”, “mastro Antonio” e “mastro Ciccio”, che operavano l’uno accanto all’altro, ma non sembravano preoccuparsi di ciò, sebbene la concorrenza certamente non mancava. Dei tre, il secondo era il più amato dai ragazzi del tempo, poiché spesso ricuciva il pallone con cui si giocava, in maniera del tutto gratuita.

La bella stagione favoriva  i lavori all’aperto ed era facile vedere all’opera i vari artigiani, come “Turi ‘u seggiaru”, che abilmente ricostituiva la seduta delle sedie di paglia e, nei vicoli laterali, non mancavano quelli che ancora rappresentavano una “rarità”, come ad esempio l’ultimo dei  “forgiari” di Scesa Gradoni, “mastro Tommaso”, che lavorava in una piccola via che si apriva da “Vico IV”. Egli, di aspetto esile nella figura, si affaccendava nel suo lavoro, estraendo il ferro dalla zoccolatura dell’asino, per poi forgiarne uno uguale da sostituire. Quasi accanto alla bottega di mastro Tommaso c’era il magazzino di “Luigi ‘u ‘mbastaru”, sempre pronto a preparare le selle che gli venivano commissionate.

Di questi “personaggi” era dunque piena la via, creando quasi un’armonia nell’intero contesto, fra il baccano delle botteghe artigianali, degli abitanti della zona e di chi era solo di passaggio. Purtroppo, questo particolare “scenario” andò perso allorquando intorno agli anni ’60, la scalinata venne abolita, sostituendola con una strada lastricata con “sanpietrini”.

Pian piano molte delle botteghe chiusero, gli artigiani scomparvero ed anche i “personaggi” che vi si trovavano. Solo alcuni degli esercizi commerciali “sopravvissero”, come la singolare merceria di “don Antonio  ‘u sicilianu”, dove si poteva trovare di tutto ed anche  il “Bar Giorgio”, molto frequentato per i suoi “coni gelati”, che all’epoca costavano solo 50 lire. Alla fine della salita, ci si poteva riposare sostando per una preghiera nella singolare Chiesa di San Rocco, ivi ubicata, come lo è tuttora.

I fedeli catanzaresi sono molto devoti a San Rocco, come ugualmente lo sono per  il Patrono San Vitaliano e la Santa Vergine Maria Immacolata. Questa particolare devozione per San Rocco, è data da un particolare episodio narrato, come riporta Amedeo Chiarella in uno dei suoi scritti e che si vorrà ricordare. Bisognerà tornare un po’ indietro nel tempo, quando nel 1562, il morbo della peste flagellò Catanzaro, causando circa cinquanta morti al giorno. Si narra, dunque, che un peregrino nei pressi di “Porta di Mare”, che in realtà era proprio San Rocco, si avvicinò ad un artigiano disteso per terra e sofferente di quel male che imperversava in città.

Si accostò all’ammalato e tirato fuori dal suo mantello un unguento, fece una croce sul  petto dell’infermo, che nell’immediatezza guarì.

Di seguito gli chiese se avessero mai edificato un tempio dedicato a San Rocco e alla risposta negativa dell’artigiano, lo invitò ad usare l’unguento per guarire altri ammalati e nello stesso tempo di far erigere un tempio in onore del Santo, indicandone il luogo.

L’artigiano, usò l’unguento miracoloso che si rivelò altrettanto prodigioso sui propri concittadini e, narrando quanto accaduto, si pensò che il peregrino altri non era che San Rocco, venuto a liberare la città dalla peste. Questo episodio, portò la cittadinanza a volerlo ricordare dipingendo in una icona su Porta di Mare un affresco con San Vitaliano, la Vergine Immacolata e San Rocco, inoltre, nel luogo indicato dal viandante venne edificato un tempio a lui dedicato. Episodi narrati che rimangono nella “storia” della città, legati anche a quelle zone di cui ora se ne serbano solo ricordi, come nel caso dell’antica “Porta di Mare” che venne completamente abbattuta. “Porta Marina”, detta anche “Porta Granara” perché usata come passaggio da chi portava per l’appunto il grano, fu certamente la porta più considerevole della città, sia perché veniva usata come via di comunicazione dalla zona “piana” e sia perché fu “baluardo” di innumerevoli difese da parte degli assalti nemici.

La Porta, che venne poi smantellata nel 1932, era attaccata dai lati a due bastioni, posti più innanzi, permettendo così una facile difesa. Ai lati dell’accesso, venivano collocate le “forche”, ove si effettuavano le pene capitali. Nel marzo del 1823, ad esempio, vennero giustiziati i due patrioti catanzaresi “De Iessi” e “ Pascali”. Ma, da questo “ingresso”, passarono anche illustri personaggi prima che edificassero le attuali strade. Fatti, avvenimenti ed episodi, raccontati e tramandati, che rimarranno indelebili nella storia della città.