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La mano di Dio: particolare edicola votiva del quartiere Fondachello

Rappresenta proprio la mano destra di Dio che esce dalle nubi, con le dita e il pollice posti verticalmente e con il palmo rivolto verso chi la guarda

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Un tempo le edicole votive erano ampiamente diffuse, usualmente poste ai margini delle strade o nei pressi dei crocevia, sono tuttora considerate forme di “arte popolare”, espressione di quell’antica religiosità e segno indelebile di una fede che ha interessato diverse generazioni. Di vario stile nella parte strutturale ed architettonica, le immagini sacre venivano custodite in queste “aediculae” o piccoli tempietti, facendo emergere con i colori e la composizione del dipinto, quel messaggio importante che si voleva infondere. In genere le edicole si distinguevano in extraurbane ed urbane, le prime venivano poste lungo le strade quasi come punto di riferimento e nelle zone di campagna alle volte erano rappresentate da piccole strutture alte un paio di metri, corredate anche di tetto. Quelle urbane, invece, quasi sempre a forma di nicchia rettangolare o quadrata, venivano create sui muri delle abitazioni e al loro interno, come succede anche oggi, si ponevano lumini, fiori o altre raffigurazioni sacre.

Anche il centro di Catanzaro gode di una ricca testimonianza di edicole votive, alcune molto importanti per la loro particolare devozione come quelle dedicate alla Madonna, a San Rocco e San Vitaliano, Patrono della città. Fra le tante, si vorrà rivolgere l’attenzione ad una in particolare, seguendo la descrizione di Silvestro Bressi esimio conoscitore della storia catanzarese, che ne ha elaborato un interessante scritto. Fra le pagine del suo libro “Iconografia e religiosità popolare dei catanzaresi” si parla di una singolare effige e, si potrebbe quasi dire, un esemplare unico nel contesto del panorama locale delle edicole. Trattasi della “Mano di Dio”, un dipinto di arte figurativa religiosa che si trova all’imbocco di Via D. M. Pistoia, collocata su di un muro del rione “Fondachello”.

La piccola effige (cm50 x cm 70), senza alcuna cornice e protezione, resta poco visibile ai passanti per la scarsa rilevanza del contesto. Bressi, quale grande ricercatore della tradizione locale, delinea anche la storia di questo dipinto, in un contesto temporale che vedeva la zona di Fondachello abitata da gente modesta come braccianti, agricoltori e allevatori. Fu proprio il litigio fra due famiglie del luogo a determinare la “nascita” de la “Mano di Dio”. I continui battibecchi vedevano da una parte gli “Infusino” detti i “Barretta” (così denominati per via di un loro predecessore, Salvatore Infusino, che portava perennemente il berretto) e dall’altra, Titina Loprete, detta ‘a Zannuta (per via dei suoi particolari denti sporgenti).

Quest’ultima aveva sempre occasione per un litigio, alzando la voce e creando scompiglio nella famiglia dei “Barretta” che mal sopportavano le discussioni che ne scaturivano. Proprio in virtù di ciò, i Barretta pensarono di costruire nei pressi un’edicola votiva dedicata alla Madonna di Porto. Ciò a poco valse tant’è che i litigi continuarono e fu in una di queste discussioni che la “Zannuta” inveì verso la vicina: “ Avèra ma ti conza ‘a manu ‘e Diu na vota ppe sempa!”. La vicina non restò indietro e di rimando disse: ”A mia? ‘a manu ‘e Diu avèra ma nci penza pe tia”. Dopo questo ennesimo litigio la “pace” sembrò essere sopraggiunta, tuttavia un bel giorno un Barretta, realizzò un incavo nel muro della casa del suo parente Salvatore Infusino e con dei chiodi fissò una lamina con sopra dipinta la “potente mano di Dio”.

La testimonianza della signora Antonietta Infusino (1924-2013), figlia di Turi Barretta, con i suoi ricordi dava riscontro della vicenda, assicurando tra l’altro che dopo l’avvento dell’edicola, la Loprete cambiò notevolmente. Si è precedentemente detto che la “Mano di Dio”, è unica nel suo genere e rappresenta proprio la mano destra di Dio che esce dalle nubi, con le dita e il pollice posti verticalmente e con il palmo rivolto verso chi la guarda. Sulle dita sono raffigurati San Giuseppe, la Vergine Maria e i suoi genitori Gioacchino ed Anna.

Sul pollice, invece, è raffigurato il Bambin Gesù, mentre ai lati quattro angeli sorreggono gli strumenti della crocifissione: uno di loro ha un cuscino con tre chiodi, un altro porta una lancia e una spugna imbevuta di aceto e nell’altra mano regge un martello e una tenaglia, ancora un altro porta la croce e l’ultimo degli angeli sorregge la corona di spine. La “Mano di Dio” di Fondachello, come afferma lo stesso Bressi, è molto simile a quelle diffuse nel Sud America, la “nostra” fu poi ordinata al pittore catanzarese Guido Gagliardi che ne prese ispirazione proprio da una immaginetta portata dal padre di Salvatore Infusino dall’America.

Egli, che tra l’altro abitava proprio in quel rione e veniva denominato “Scaravaggio” per la sua nota abilità, ne riprese i colori rimarcando il rosso e l’azzurro nei personaggi sacri per sottolineare quell’alternanza fra l’umanità e la divinità. Il significato profondo dell’immagine con la presenza dei genitori di Maria, la stessa Madonna e Gesù, visto in due momenti diversi come l’infanzia e la morte, definisce in maniera primaria il “senso della famiglia”, che viene a trovarsi unita in particolari momenti.

I vari studi a riguardo hanno dato pochi risultati non trovando alcun materiale. A tal proposito Silvestro Bressi evidenzia anche il parere della studiosa di icone Maria Celestina Scalise, nativa di Marcellinara, che così descrive l’icona: “La mano rappresentata in questa icona, a ciascun dito della quale corrisponde una immagine sacra non immediatamente identificabile, è una mano profana, in cui l’autore ha cercato di coniugare, forse inconsapevolmente, magia e fede, superstizione e fede, folklore e fede”. A Fondachello, oltre alla “Mano di Dio”, quasi tutte le icone furono dipinte dal pittore Guido Gagliardi, che comunque non dedicò la sua arte alle sole icone.

A riguardo di questa particolare effige anche il professor Michele De Luca le volle dare il giusto risalto ponendola come immagine di copertina al suo libro dedicato proprio a Silvestro Bressi (Silvestro Bressi  il demologo dei “Bassi” di Catanzaro), citandone all’interno la storia. Non si può dimenticare come a Catanzaro la “Mano di Dio” sia qualcosa di molto importante e, come ricorda lo stesso Bressi, sovente viene menzionata in alcune espressioni popolari : “ ‘a manu ‘e Diu ma ni scanza e libbera; ‘a manu ‘e Diu c’è ed è randa; ‘a manu ‘e Diu vida e provvida”. Come si evince dalla foto, nel 1985, venne effettuato un restauro a cura della “Fidapa” che, nel contesto cittadino, si interessò anche del ripristino di altre icone votive.

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