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Aprile organico al clan dei gaglianesi dal 1980 e titolare di autolavaggio per mera copertura

I motivi per i quali la Cassazione ha confermato la confisca dei beni all'esponente dei clan che era ai domiciliari perchè coinvolto anche in Farmabusiness

Organico al clan dei gaglianesi e non valutabile sotto l’aspetto lavorativo l’attività ultra ventennale di gestione di un auto lavaggio. Sono questi i due punti sui quali, più di tutti si concentra la decisione della prima sezione penale della Corte Suprema di Cassazione che ha condannato Tommaso Patrizio Aprile, in via definitiva, a scontare in carcere la condanna di tre anni , 11 mesi e tre giorni, per il reato di usura consumatosi ai danni di un imprenditore catanzarese, a seguito del quale nel 2015 gli erano stati confiscati dei beni. Già la Corte d’appello di Catanzaro aveva rigettato il ricorso di Aprile nel 2018. Aprile al momento si trovava sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari a seguito del suo coinvolgimento nell’operazione Farmabusiness, condotta dal comando provinciale dei carabinieri di Catanzaro e coordinata dalla Dda di Catanzaro. Sono stati gli stessi carabinieri, questo pomeriggio, ad eseguire la misura di custodia cautelare in carcere.

Evidente sproporzione  trai redditi e i beni intestati

Nella motivazione della sentenza si legge: “Premesso che l’Aprile era già sottoposto alla misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per la durata di anni quattro, la Corte territoriale valorizzava, al pari del Tribunale, l’evidente sproporzione tra i redditi, pressoché inesistenti, del proposto e del coniuge, privi entrambi di attività lavorativa, e i beni agli stessi intestati, nonché la mancanza di qualsiasi dimostrazione della legittima provenienza del denaro utilizzato per acquistarli; quanto alla pericolosità dell’Aprile, la Corte di merito dava atto dei suoi risalenti rapporti con la cosca mafiosa dei “gaglianesi”, dell’assidua frequentazione con Procopio Pietro, personaggio di spicco nel settore delle estorsioni al quale l’Aprile fungeva da autista, nonché dell’emissione a carico del proposto di una misura cautelare personale nel 2012 per il reato di usura in danno del titolare della(omissis), basata sulla denuncia della persona offesa e sulle risultanze delle intercettazioni telefoniche, che avevano disvelato le attività di prestito di denaro e di natura estorsiva esercitate dall’Aprile”.

I motivi del ricorso di Aprile

Aprile ha dunque presentato ricorso per Cassazione, deducendo tre motivi di doglianza, coi quali lamenta: violazione in relazione al superamento del termine di un anno e sei mesi tra il deposito, in data 26.11.2015, dell’atto di appello e il deposito del provvedimento impugnato, avvenuto 1’11.07.2018, comportante la perdita di efficacia della confisca; l’erroneità della valutazione con cui la Corte d’appello aveva ritenuto che il termine, stabilito a pena di inefficacia, decorresse dalla pronuncia, in data 15.06.2017, della sentenza con cui questa Corte aveva annullato senza rinvio il decreto che aveva originariamente dichiarato inammissibile l’appello, censurando l’applicazione al caso di specie di un principio stabilito per il diverso caso della sentenza di annullamento con rinvio;  violazione in relazione all’omessa risposta del decreto impugnato alla questione prospettata dal ricorrente nella memoria depositata all’udienza del 20.06.2018, con riguardo allo smarrimento incolpevole della documentazione idonea a dimostrare la lecita provenienza del denaro utilizzato per realizzare l’immobile confiscato di via Colace; violazione degli artt. 18, 19 e 24 D.Lgs. n. 159 del 2011, nonché apparenza della motivazione, in relazione alla necessità, affermata dalle Sezioni Unite di questa Corte, di una correlazione cronologica tra le manifestazioni di pericolosità sociale e la formazione del patrimonio confiscato, lamentando che il giudizio di pericolosità qualificata avesse abbracciato, in assenza di riscontri e in termini congetturali, l’intero percorso esistenziale del proposto, a fronte di acquisizioni patrimoniali comprese nell’arco temporale che va dal 1990 al 2011.

Sempre Tommaso Aprile, nei motivi del ricorso “deduceva il proscioglimento  dalla partecipazione alla cosca dei “gaglianesi” e la collocazione temporale del contestato reato di usura in epoca successiva agli acquisti dei beni confiscati, di cui non erano state verificate le singole modalità; lo svolgimento di una regolare attività lavorativa, attraverso la gestione ultraventennale di un autolavaggio

Perchè il ricorso è stato considerato inammissibile

Secondo il ricorso presentato dalla Procura generale alla Corte di Cassazione il ricorso è inammissibile, oltre che per i motivi puramente legati a ragioni di diritto perché “La correlazione temporale delle manifestazioni di pericolosità qualificata del ricorrente – risalenti alla fine degli anni 80 e derivanti dalla sua contiguità alla cosca mafiosa dei “gaglianesi” operante nella frazione Gagliano di Catanzaro, per l’intero periodo che va fino all’epoca della misura cautelare personale emessa nei suoi confronti nell’anno 2012 per una vicenda di usura in danno di un imprenditore – rispetto all’acquisizione dei beni patrimoniali, oggetto di confisca, di cui non è stata giustificata la legittima provenienza, è stata argomentata in modo conforme dai decreti di prevenzione di primo e secondo grado, le cui motivazioni si saldano e completano tra loro, facendo corretto riferimento al ruolo accertato del proposto di autista e uomo di fiducia dell’esponente di spicco del clan (Procopio Pietro) nel settore delle estorsioni, a prescindere dalla definizione con sentenza di non luogo a procedere del processo per il reato associativo di cui all’art. 416 bis cod.pen. A carico dell’Aprile,  in particolare, il decreto impugnato ha valorizzato, a supporto dell’origine illecita dell’accumulazione patrimoniale, l’assenza – nell’arco temporale correlato – di qualsiasi entrata lavorativa o reddituale del ricorrente e della moglie a fronte invece dell’intestazione e del frequente ricambio di autoveicoli e motocicli anche di rilevante valore (tra i quali un Hummer acquistato per il prezzo di 30.000 euro), rivelatori, unitamente al possesso degli immobili e degli altri cespiti acquisiti nel periodo, di disponibilità patrimoniali assolutamente sproporzionate alla propria situazione reddituale. L’esistenza di un’idonea motivazione sul punto rende incensurabile, il provvedimento di confisca, che è suscettibile di sindacato di legittimità soltanto per violazione di legge, con la conseguenza che solo la totale mancanza della motivazione, ovvero la sua mera apparenza che si traduca nell’assenza di uno degli elementi essenziali dell’atto e può essere autonomamente denunciabile sotto il profilo dell’inosservanza di una norma processuale stabilita a pena di nullità; le doglianze dedotte nel terzo motivo di ricorso dell’Aprile, che si risolvono nel contestare i presupposti di fatto della misura di prevenzione patrimoniale sulla base – essenzialmente – di argomentazioni di merito alleganti l’esercizio di un’attività ultraventennale di autolavaggio, risultano perciò (anch’esse) inammissibili”.