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Un laboratorio di cucito e di speranza al carcere di Catanzaro

Quaranta metri di stoffa per un futuro diverso

Nel carcere di Catanzaro si cuce. Borse, bambole, e, in tempi di Covid, per ovvie necessità, mascherine. Il laboratorio di sartoria è nato da un’attenta attività di ascolto dei desideri dei detenuti, con lo scopo di avviare un profondo percorso di rinnovamento interiore. Le pene, d’altronde, devono tendere alla rieducazione, secondo l’articolo 27 della Costituzione.

La direttrice Angela Paravati racconta: “Ho sempre cercato di  capire cosa  queste persone sarebbero state liete di imparare, perché la rieducazione passa principalmente dallo studio e dalla formazione professionale, premesse indispensabili per svolgere un lavoro onesto una volta fuori dal carcere. E’ stato possibile cogliere un input dato da una persona che ha dimostrato di tenere davvero all’opportunità che gli è stata data e di meritare fiducia. Questo detenuto non sapeva cucire quando è entrato in istituto, ma desiderava tanto avere una macchina per imparare a farlo. E così, da autodidatta, è riuscito a creare lavori di sartoria gradualmente sempre più curati, suscitando l’interesse dei compagni e dei volontari”.

In questi percorsi fondamentale è l’apporto dei volontari, il cui ingresso però nel 2020 è stato precluso, a tutela della salute dei detenuti, a causa dell’emergenza epidemiologica.

Però per chi vuole dimostrare una presenza in altro modo la possibilità c’è. Così pochi giorni fa due volontarie calabresi della Crivop Italia, Vittoria Costantino e Rosaria Vona hanno consegnato al carcere di Catanzaro quaranta metri di stoffa, materia prima indispensabile per cucire le mascherine. “Un sentito ringraziamento va a Michele Recupero, presidente della Crivop Italia, che da  oltre due anni collabora attivamente con il nostro istituto, dimostrando una grande sensibilità verso una realtà difficile” ha concluso la direttrice Paravati.