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La riflessione domenicale del Vescovo: “La finta vita, la vera morte”

La pandemia ha svelato la grandezza della scienza ma anche i suoi limiti

*di Vincenzo Bertolone

«Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non spieghiamo la morte. Il criterio direttivo delle nostre azioni, il filo per uscire da questo labirinto, il lume insomma deve venirci di là, dalla morte».

Difficile, per un’umanità che corre a perdifiato dietro al mito dell’invincibilità, fermarsi ad ascoltare le parole che Luigi Pirandello scolpiva nel Fu Mattia Pascal. Scomodo, forse anche inutile per i più, ragionare di morte in un mondo che la morte teme ed esorcizza, fino a cancellarla dall’agenda del quotidiano, dell’intimo e del collettivo. La rimozione è totale, sotto le sembianze di una vita materiale dipinta come eterna ed immutabile, come in quel capolavoro della letteratura mesopotamica, l’Epopea di Ghilgamesh, storia di una ricerca ansiosa dell’immortalità attraverso un pellegrinaggio all’isola dei beati per acquisire l’albero della vita, ricerca del tutto inutile. Prospettiva illusoria, eppure costantemente coltivata, al punto che nei giorni scorsi una nota azienda informatica ha lasciato trapelare d’essere impegnata a creare un software capace di simulare la personalità di un vero essere umano e così consentire, per esempio, di parlare con qualcuno che non c’è più. In particolare, l’azienda in questione avrebbe già depositato un brevetto negli Stati Uniti per consentire ad un chatbot, uno di quei programmi utilizzati come risposta automatica e di assistenza ai clienti, di parlare come una persona vivente, copiando stili e schemi di comunicazione.

Ora, oltre i problemi – anche giuridici – che una  tale soluzione pone, ad esempio sotto il profilo della tutela della privacy,  è evidente il suo contrasto con i principi della logica e della sensibilità, per il suo inseguire a tutti i costi una finzione che avrà l’effetto di allontanare ancor più gli uomini e le donne dal rapporto con la morte. Eppure, in questi mesi segnati dall’avanzata del Coronavirus, tante cose la pandemia ha mostrato tanto ai credenti  quanto a chi non crede.  Ha svelato la grandezza della scienza ma anche i suoi limiti; ha riscritto la scala dei valori, che non ha al vertice il denaro o il potere; ha riproposto fatiche e gioie delle relazioni non solo virtuali; ha semplificato il superfluo e rivalutato l’essenzialità; ha costretti moltissimi a fissare negli occhi delle persone care la propria morte, fino a dare il diritto di protestare con Dio, di porre domande e lamenti a lui. Ma soprattutto, ha rivelato un valore supremo: l’amore, quell’amore che le macchine, per quanto intelligenti, non sentono e non sono in grado di dare.

Qualche anno fa la stessa azienda impegnata oggi a costruire relazioni artificiali tra vivi e defunti, in una sorta di sperimentazione, aveva lanciato un chatbot che simulava una teenager, allo scopo di avviare e intrattenere conversazioni con i millennial. L’esperimento durò poche ore, giusto il tempo necessario alla fanciulla virtuale per imparare il razzismo, cominciare ad inneggiare a Hitler ed a muovere delle avance ai suoi interlocutori: fu spenta nel giro di mezza giornata, in nome della realtà, in nome della vita e della morte.

*Vescovo di Catanzaro