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Tommaso Scerbo, archeologo: “Sotto il cantiere fermo della “Mazzini” ci sono evidenti tracce del passato”

Un casuale ritrovamento ripropone il tema della sorveglianza e vigilanza archeologica durante i lavori pubblici a Catanzaro

A saperlo… che sotto i banchi e la cattedra, sepolte sotto i nostri piedi, c’erano ossa e ceramiche antiche, afferenti a epoche diverse, dal Duecento al Seicento. Magari tutti, anche i più discoli che in quella classe di prima media della “Mazzini” non mancavano, avremmo prestato più attenzione alle lezioni di storia medievale della prof. Procopio, che, brava e distinta quale era, cercava di carpire dai suoi alunni un po’ di partecipazione con la pacata fermezza che ci metteva. Eravamo a metà dei Sessanta, e la Mazzini ci pareva una scuola moderna, sicura, ben fatta, con lunghi corridoi, ampie scalinate, una grande palestra, un odoroso giardino che circondava la sua pianta a U. Fu solo molti anni dopo, finito il primo decennio del Duemila, che apprendemmo con un po’ di stupore che l’edifico andava completamente rifatto perché non in grado di reggere a un urto sismico di una certa potenza. Iniziarono i lavori, nel 2016, con buona lena la ditta appaltatrice fece in tempo a buttare giù quasi tutti i muri e ad abbandonare l’opera per una strana vicenda di materiali non conformi.

Dal 2017, abitato da una colonia di gatti in coabitazione condominiale con erbacce rovi e topi, permane uno sbercio merlettato in mattoni e metalli a vista, osceno quanto pittoresco, tanto che i residenti in zona ci hanno ormai fatto l’abitudine e non protestano quasi più. Ultimamente, sul vialetto d’ingresso è stata tolta un po’ di roba e di immondizia, anche in seguito al precipitare di alberi e calcinacci mentre sul cancello principale ha fatto la sua comparsa un robusto catenaccio rivestito di plastica blu al posto del simbolico filino di ferro usato in precedenza.

Proprio da quel cancello, nel mese di maggio scorso si è intrufolata Mia, cagnolina meticcia, per rincorrere più che altro il suo istinto libero. Così come dietro a un pallone che sbuca da un vicolo segue un bambino che corre, dietro a Mia che scompare tra i ruderi della Mazzini corre il suo tutore Tommaso che, nonostante i richiami, è costretto a inoltrarsi nell’edificio. Sul lato esposto a sud ovest, verso il mare, a pochi metri in linea d’aria dalla sottostante via Carlo V, il pavimento di due aule è sventrato. Ai lati i cumuli del materiale di riporto.

Ah…, Tommaso è archeologo di professione, e, come si dice, ha l’occhio allenato. Nota qualcosa di particolare. Tra la terra spunta un puntinato irregolare di quel colore traslucido e slavato che riconoscerebbe a lume di candela. Ma adesso è primo pomeriggio, il sole inonda già quel lato a sud ovest, e Tommaso non può sbagliarsi: sono ossa.

Questo è il suo racconto: “Vedo due enormi saggi di scavi pari a due aule, prendono quasi tutto il pavimento e scendono fino a quattro metri: un saggio di scavo dentro lo scavo fino a esporre le fondazioni. Inizio a guardare e rimango sorpreso. Lo scavo è come un puntaspilli di ossa cosparso di frammenti di ceramica antica. A una prima analisi la ceramica sembra riguardare epoche che vanno dal Tardo antico medievale fino al Milleseicento.

A una prima analisi la ceramica sembra riguardare epoche che vanno dal Tardo antico medievale fino al Milleseicento.

Dallo smosso si notano frammenti diagnostici di ceramica e frammenti di vetro e chiodi di ferro di foggia antica. Ho subito pensato si potesse trattare di un’area di scarico di materiali antichi per un arco di tempo di tre o quattro secoli dal tardo Medioevo catanzarese fino al Rinascimento, quindi dal Due-Trecento fino al Moderno. Ho immaginato cosa potesse esserci sotto la scuola, rapportandomi alla mappa del “Gattoleo” che fornisce una visione complessiva dell’urbanistica medievale di Catanzaro. La “Stella”, il quartiere dove sta la Mazzini, era ricca di chiese, come san Nicola Coracitano, la stessa Chiesa del monastero della Stella, alla Maddalena. Chiese antiche, addirittura di fondazione bizantina. Chiese e conventi che dovevano avere per forza delle piccole necropoli, spazi adatti a seppellire i defunti in zona limitrofa al centro ma addossata alle mura della città. E poi le ossa, in grande quantità, fra le quali distinguiamo senza dubbio molte di derivazione animale, e fra queste, altre di natura quantomeno sospetta”.

Chi racconta è Tommaso Scerbo, giovane archeologo catanzarese, guida turistica abilitata, docente di letteratura e storia nella scuola superiore. A 37 anni ha al suo attivo diversi studi, pubblicazioni, numerosi scavi un po’ dovunque, e non solo nella nostra regione. Fa parte della valente pattuglia di archeologhi catanzaresi che da tre generazioni a questa parte cercano di riportare alla luce la storia della città e le sue vestigia. Scerbo a maggio scorso ha dato alle stampe, per la Titani editore, “Katanzarion”, una ricca indagine sui primi insediamenti urbani nel territorio catanzarese e sulle origini bizantine e normanne di Catanzaro. L’esplodere della pandemia ha purtroppo compromesso il giro di presentazioni e limitato la diffusione che la ricerca avrebbe meritato. Nel testo, reperibile in libreria e on line, è tra l’altro riprodotta la mappa del Gattoleo disegnata nel 1809-1810, che scoperta negli Ottanta dall’indimenticata Emilia Zinzi, lo stesso Scerbo per primo, dodici anni fa, ha fatto riprodurre dall’originale conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

Quando Scerbo alcuni giorni fa per telefono ci ha raccontato la storia era in pausa forzata, causa neve, dei lavori di scavo che in cooperativa sta effettuando in un cantiere archeologico di Sannicandro, 15 chilometri da Bari, grosso comune di diecimila abitanti ricco di reperti e testimonianze medievali e svevo-normanni. Ci ha detto come nell’immediatezza del ritrovamento si sia recato al Nucleo di Tutela del patrimonio culturale dei carabinieri, di stanza a Cosenza, competente per tutta la Calabria al quale ha fornito foto e video della casuale scoperta alla Mazzini. Qualche settimana dopo i carabinieri gli hanno comunicano di avere effettuato il dovuto sopralluogo e gliene hanno riferito l’esito.  Di questo anche noi abbiamo chiesto lumi direttamente.

Molto gentilmente il comandante del Nucleo, capitano Bartolo Taglietti, ci ha confermato il rinvenimento da loro constatato a mezzo di sopralluogo effettuato, “sulla scorta di un esposto ricevuto”, alla scuola media Mazzini di Catanzaro, congiuntamente ai funzionari della Sovrintendenza per i beni artistici della Calabria. Il sopralluogo ha confermato “la presenza di frammenti di materiale di epoca medievale di non rilevante interesse archeologico, mentre le ossa presenti secondo la Soprintendenza sono di provenienza animale, in particolare suina”. Di tutto, ha precisato il capitano Taglietti, è stato depositato regolare rapporto alla competente autorità giudiziaria.

Il responso non convince a pieno l’archeologo Scerbo. Pur premettendo che l’archeologia tutto è meno che una scienza esatta, non può fare a meno di far notare che “accertata la presenza di ceramiche medievali, accertata la presenza di ossa in grande quantità, e pur in assenza di analisi antropometriche e osteologiche, presumibilmente e per esperienza professionale, alcune ossa potrebbero essere umane. É verosimile affermare che in quel posto, dunque, ci sia stato un sito distrutto, rimaneggiato, e riportato nello scavo delle fondamenta della scuola, del quale si potrebbero raccogliere i reperti e attestare la presenza dell’evidenza archeologica.

É verosimile affermare che in quel posto, dunque, ci sia stato un sito distrutto, rimaneggiato, e riportato nello scavo delle fondamenta della scuola, del quale si potrebbero raccogliere i reperti e attestare la presenza dell’evidenza archeologica.

Ossa e ceramiche presentano una densità sullo smosso di oltre sessanta frammenti a metro quadro. Ho visto le discariche e le fosse di risulta degli antichi che come noi avevano necessità di eliminare i residui alimentari, e non, della vita quotidiana in accumuli che in gergo definiamo “butti”. Ho scavato decine di tombe, e riconosco la differenza tra ossa animali e umane, benché qui non si può essere certi della natura fino all’evidenza archeologica, che potrebbe anche farci pensare a una piccola area necropolare distrutta. La zona che nella mappa citata appare come area verde circondata da chiese e palazzi, è stata rimestata negli anni Cinquanta, quando è stata costruita la scuola. Per quanto riguarda la ceramica, poi, è pur sempre materiale medievale e antico, povero o ricco che sia. E poi non è tutta così: nel rimosso (come si vede anche dalla documentazione fotografica, ndr) c’è un frammento diagnostico di una piccola coppetta a vernice nera che addirittura ci fa risalire al periodo tardo antico e dunque ai primi secoli della fondazione bizantina della città, ottavo-nono secolo d.C. Oltre a un pezzo di ceramica smaltata, con decorazione maculata a macchie bianche e puntini neri e tanti altri frammenti di ceramica invetriata, che ci portano al tardo Medioevo”.

Insomma, ci sarebbe quantomeno da approfondire. Soprattutto in considerazione che il cantiere della “Mazzini” è ormai fermo dal 2017, e, ancora, manca del tempo perché possa riprendere.

La pratica è adesso passata alla Cassa Depositi e prestiti per la riprogettazione, come ci ha confermato lo stesso sindaco Abramo. C’è quindi tempo per una riflessione in proposito. Sul tema è in atto da tempo una polemica portata avanti dalle associazioni culturali catanzaresi che lamentano scarsa informazione e trasparenza su diversi ritrovamenti registrati in occasione di recenti opere pubbliche, ultimo quello di Sala sul percorso della metropolitana di superficie nel 2019. Sarebbe il caso che si desse compiuta attuazione a quanto previsto dal Codice degli appalti in merito alla sorveglianza e vigilanza archeologica sui lavori pubblici e movimento terra specificamente in ambito urbano, in aree anche non ricadenti in aree vincolate o ritenute ad alto rischio archeologico. La norma prevede attenzioni archeologiche preventive e concomitanti agli scavi, alle quali delegare, appunto, gli archeologi. Norme sulle quali, da quel che si sa, gli enti pubblici spesso sorvolano. In assenza del ritrovamento casuale effettuato dall’archeologo Scerbo, avremmo perduto la memoria di questa traccia del nostro passato. Sarebbe interessante conoscere in proposito quanto hanno da dire burocrazia e politica di Palazzo De Nobili.