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Janò Rombolotta: i residenti del rione si rivolgono al prefetto

A più di dieci anni dall’evento calamitoso e dalle ordinanze di sgombero, l’ex consigliere Gigliotti e l’ex presidente di Circoscrizione Rubino presentano un’istanza per conoscere il presente delle opere e il futuro delle comunità

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Un’istanza di intervento verso le autorità e le istituzioni preposte alla messa in sicurezza del quartiere Janò e della contrada Onofrio Colace è stata presentata al prefetto di Catanzaro Maria Teresa Cucinotta l’ultimo 8 febbraio dall’ex consigliere comunale Pd Antonio Gigliotti e dal già presidente della Circoscrizione Pontegrande Sant’Elia Raffaele Rubino.

L’istanza, corredata dalla firma dei residenti, porta a conoscenza del prefetto di come siano rimasti inevasi e inascoltati gli appelli delle comunità del quartiere e della contrada per la messa in sicurezza dei rispettivi territori colpiti successivamente dal nubifragio del 1973, dall’alluvione del 1987 e per ultimo nel febbraio 2010 dal fenomeno franoso che provocò lo sgombero di decine di nuclei famigliari. Nell’istanza Gigliotti e Rubino rifanno a grandi linee la cronistoria degli avvenimenti geologici e burocratici partendo dall’11 febbraio 2010 quando forti precipitazioni colpirono il quartiere Janò provocando diversi movimenti franosi con gravi danni al territorio, agli immobili e alla viabilità comunale e provinciale, tanto da indurre l’amministrazione cittadina allo sgombero di una quarantina di nuclei familiari, parte dei quali furono prima sistemati in un albergo e successivamente per due anni furono percettori di contributi per la provvisoria sistemazione.

Dal 2010 – ricorda l’istanza – furono finanziati tre interventi per un importo complessivo di 5,2 milioni così suddivisi: 1,6 milioni per il consolidamento del dissesto franoso in località Gelso-Scala; 1 milione 530 mila per il consolidamento in località Rombolotta; 2,1 milioni per la mitigazione del rischio frana a Rombolotta e Scala.

I sottoscrittori, nel prendere atto che i lavori di ricostruzione e messa in sicurezza proseguono a rilento e comunque non hanno ancora consentito a tutte le famiglie di rientrare in sicurezza nelle abitazioni, denunciano che a distanza di oltre dieci anni dall’evento la viabilità risulta ancora precaria anzi in alcuni tratti nei fatti impedita; che il sistema fognario scorre a vista poiché privo dell’impianto di sollevamento;
che il mancato rispetto dell’ordinanza di regolazione del traffico emanata dal Comune e la manomissione della segnaletica rendono pericolosa la circolazione; che, anche in conseguenza della precaria stabilità, la zona non è ancora servita da mezzi pubblici.

Gli estensori e i firmatari dell’istanza chiedono l’intervento del prefetto Cucinotta affinché accerti se “il quartiere è ancora oggetto di studi conoscitivi, attività di monitoraggio e indagini nell’ambito di attività di progettazione per la realizzazione di interventi per la messa in sicurezza del territorio o se il completamento e il collaudo degli interventi programmati e ancora in corso sono risolutori per il ritorno alla normalità, a distanza di dieci anni, e per la revoca delle ordinanze di sgombero datate 2010”.

Nel mentre si attende che, compiuti gli opportuni passi, la prefettura comunichi agli istanti le risposte che il Comune e gli altri Enti interessati intenderanno fornire, è utile ricordare come numerosi sono stati nell’abbondante decennio trascorso i passaggi tecnici, ordinativi, istituzionali, partecipativi intorno alla vicenda che non ha trovato ancora soluzione. Tra tutti come non ricordare il sopralluogo che il 22 febbraio 2010 effettuò l’allora capo della Protezione civile Guido Bertolaso, accompagnato dal presidente della Regione Agazio Loiero e da un imponente corteo di politici, amministratori e tecnici.

Bertolaso sentenziò lapidario: “Qui il terreno è instabile. Si è costruito su piedi d’argilla”. La frase in sé rimase memorabile. Tutto il resto sarebbe da dimenticare, se non fosse che in zona permangono tra le altre situazioni sommamente incresciose e pericolose, come l’impedimento a un accesso agevole e sicuro a famiglie con disabili gravi in giovane età. Se mai in questi casi l’età possa rappresentare un criterio oggettivo di valutazione e discernimento.

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