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Il Vescovo: La solidarietà del genere umano è una questione di vita o di morte

«Quelli che non sperano in un’altra vita sono morti perfino in questa»

«Quelli che non sperano in un’altra vita sono morti perfino in questa». Aiuta, il sempre valido pensiero di Goethe, a riconsiderare sotto una luce diversa, fuori dall’ottica della mera contrapposizione mediatica, ciò che accade – e non da oggi – in Italia e nel resto del mondo, in tempo di pandemia. Le prevalenti esigenze di tutela della salute pubblica, nell’ultimo anno, hanno (giustamente) prevalso su ogni aspetto, su qualsiasi altro pur legittimo interesse. A tale oggettiva necessità, tuttavia, si è accompagnata non di rado una banalizzazione delle ragioni dell’altra metà del cielo, con una reazione simile, di forza uguale e segno contrario, nel solco di quel ricorso alla schematizzazione che, in maniera manichea, tende a creare un campo dei buoni ed uno dei cattivi, con tanto di etichetta. E’ quanto si legge nel pensiero del Vescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone. 

Nella divisione tra rigoristi e aperturisti, per usare una terminologia esemplificativa cara alle cronache, è stata radicata la separazione di una comunità in cui si avrebbero da una parte i difensori della salute, dall’altro quelli dell’economia, in eterna lotta tra loro. In realtà, in ciò è la dimostrazione, l’ennesima, di una umanità che ha maturato della vita una concezione secondo cui l’esistenza va spesa per sfuggire alla morte. Il che, se da una parte mette in risalto la necessità del profitto per non perire di stenti una volta scampati al virus, dall’altra porta a negare nei fatti ogni validità a questa tesi attraverso un malcelato egoismo ed uno sguardo terrorizzato al presente.

Eppure, sarebbe forse meglio per tutti considerare, insieme alle implicazioni ed alle conseguenze del potenziale contagio, anche le ripercussioni che l’isolamento provoca nell’uomo, costretto a relazionarsi tramite gli schermi e sempre più esposto a malattie prive di vaccini come le psicosi e disturbi deliranti e depressivi scatenati dal venir meno di impegni e sforzi. La vita è prioritariamente, ma non solo, tutela della salute. Allo stesso modo, non può essere soltanto lavoro. Non lo era prima, non lo è ora.

È giusto difendersi da un male con tutti i mezzi a disposizione, soprattutto quelli offerti dalla scienza, ma è altrettanto innegabile che non vi sia strumento alcuno per potersi immunizzare in maniera assoluta dal rischio e dal dolore. È il segno tragico, ed al contempo la grandezza, di tutta la storia umana. E l’ora per comprenderlo, per costruire su basi diverse il tempo che verrà, è adesso.

Il momento è cruciale. La risposta, come ricordato da papa Francesco, non può che essere nel coraggio a «intraprendere sempre più nuove strade nella via della carità e della solidarietà», secondo elementi di profondo equilibrio e comunione. Vale, insomma, filosoficamente, ciò che già Immanuel Kant osservava quando scriveva: «La solidarietà del genere umano non è solo un segno bello e nobile, ma una necessità pressante, un “essere non essere”, una questione di vita o di morte».