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Otto marzo nel ricordo di Lea Garofalo

La donna che ebbe la forza di ribellarsi alla 'ndrangheta

La storia di Lea Garofalo ricordata nel giorno dedicato a tutte le donne, può rappresentare quel filo conduttore che fa riemergere quanto i loro diritti siano determinanti, quei diritti che includono anche la libertà di scegliere cosa fare della propria vita. Una vita che per le donne del sud si è sempre presentata più difficile, dovendo superare antichi stereotipi, ma soprattutto una realtà sovente discriminante. Quella realtà che Lea ha dovuto combattere in nome di una libertà purtroppo non conquistata, una battaglia che perseguì per quei diritti umani, nelle continue disuguaglianze fra uomini e donne.

Il ritratto che di lei abbiamo è quello di una donna che ebbe la forza di ribellarsi alla ‘ndrangheta e, in quanto donna che non volle sottostare a determinate “regole”, venne barbaramente assassinata. Nata a Petilia Policastro (Kr), comune calabrese, sin da piccola si scontra con la realtà di una famiglia “malavitosa”, lo stesso padre viene assassinato dalla ‘ndrangheta (nella cosiddetta “faida di Pagliarelle”) e successivamente anche il fratello che aveva vendicato l’omicidio del padre. Giovanissima si trasferisce a Milano, cercando di allontanarsi da quella realtà che mal sopportava, anche se nel capoluogo lombardo ritrova quel “mondo” da cui aveva cercato di allontanarsi. Ed è a 22 anni (1996) che Lea ha una sorta di ribellione e decide di denunciare Carlo Cosco, suo compagno di vita e padre di sua figlia Denise, che purtroppo aveva allacciato rapporti con appartenenti alla ‘ndrangheta esistente in Lombardia.

Invano cercò di far cambiare vita all’uomo, ma, nel momento in cui venne arrestato lei decise di allontanarsi da Milano. Tuttavia, quando nel 2002 le incendiarono la macchina, capì che era stata rintracciata e decise di denunciare ciò che nel corso degli anni aveva visto. Per tale motivo venne posta, con false generalità, sotto protezione. La sua vita non fu facile, anche se il desiderio di “normalità” per sé e sua figlia rappresentò sempre il suo fine primario. Rinunciò anche allo stato di protezione, ma alcuni episodi misero a repentaglio la sua vita, sebbene fosse riuscita a salvarsi. Purtroppo il destino di Lea Garofalo era già segnato, infatti un giorno la figlia Denise non vide tornare mai più la madre a casa. L’orrendo delitto era stato perpetrato, il suo corpo venne poi trasportato su un terreno a San Fruttuoso (quartiere di Monza) e dato alle fiamme.

Dopo la morte di Lea Garofalo il coraggio passa alla figlia, continuando l’opera della madre. La storia di questa donna parla di ribellione, di aver saputo dire “no” alla malavita non sentendosi facente parte di essa, colpevole di contrastare un mondo che aveva sempre odiato. La sua figura oggi viene ricordata come simbolo di chi ha perso la propria vita in nome della verità, ma anche simbolo di quella determinazione mai persa, anche a costo di spezzare i suoi sogni e la sua stessa vita. A lei è stata dedicata una canzone della musica popolare calabrese, Francesca Prestia cantautrice catanzarese, che da sempre suona e canta le belle tradizioni regionali, compone “La Ballata di Lea”, un bellissimo brano a lei dedicato, simbolo di quelle donne di ‘ndrangheta che vogliono cambiare la loro vita e la propria terra. A lei viene anche destinata una targa in una zona dei giardini di San Leonardo a Catanzaro, un impegno preso dall’amministrazione comunale affinché la sua memoria non venga dimenticata, un esempio per i giovani che conoscendo la sua storia ne possano trarre i migliori insegnamenti. Oggi, 8 marzo, giornata internazionale dei diritti della donna è la giusta occasione per ricordare la storia di Lea Garofalo, una delle tante donne che hanno combattuto per quei diritti non sempre resi effettivi. Tuttavia, il suo coraggio e l’amore per la propria figlia, hanno lasciato un segno indelebile, aprendo la strada per la giustizia, ma soprattutto verso quella parte di cultura che non si è evoluta e che sovente ha rappresentato un limite per molte donne.