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Caso Lopresti, assolti i dirigenti della Regione Calabria Sergio Tassone e Bruno Zito

Anche il pm Viscomi l'aveva chiesta al termine degli interrogatori. Le ipotesi di reato erano inizialmente quelle di abuso d'ufficio e falso ideologico. I fatti risalgono al 2018

Assolti perché il fatto non sussiste. Si conclude già in Udienza preliminare, con la formula liberatoria più ampia, il processo a carico di Sergio Tassone e Bruno Zito, all’epoca dei fatti rispettivamente Dirigente di Settore e Dirigente Generale del Personale della Regione Calabria, accusati di falso ideologico e abuso d’ufficio in relazione all’attività istruttoria dagli stessi svolta sul cosiddetto “caso Lopresti”.

Il GUP di Catanzaro, Paola Ciriaco, dopo aver ammesso la richiesta di interrogatorio avanzata dagli avvocati Francesco Iacopino e Crescenzio Santuori, per Tassone, e dagli avvocati Nicola Cantàfora e Massimo Scuteri, per Zito, ha proceduto all’esame degli imputati ascoltando per oltre un’ora le loro ragioni e acquisendo la corposa documentazione prodotta dai difensori a giustificazione della correttezza e piena legittimità dell’operato dei Dirigenti.

La vicenda traeva origine dall’arresto, avvenuto nel febbraio 2018, del dirigente Salvatore Lopresti, responsabile del Dipartimento Tutela della Salute e del Servizio di Emergenza della Regione Calabria, e di altri tre coindagati, responsabili, secondo l’accusa, di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Nell’immediatezza dell’esecuzione della misura,  Sergio Tassone, rivestendo anche la qualità di componente dell’Ufficio Procedimento Disciplinare della Giunta regionale, firmava la sospensione cautelare di Salvatore Lopresti. Successivamente, nell’aprile dello stesso anno, il predetto Dirigente otteneva dal GIP la sostituzione della misura detentiva con quella interdittiva dal pubblico ufficio per la durata di 12 mesi.

Pertanto, nel mese di giugno, tenuto conto del fatto che le esigenze cautelari poste a fondamento della misura (sostituita), connesse al pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie, dovessero essere collegate allo specifico ufficio rivestito dal cautelato (nel caso concreto, la gestione di procedure d’appalto), la difesa del Lopresti chiedeva alla Regione che il dipendente fosse “ricollocato” in altro Settore, diverso da quello nel quale prestava servizio, ove detto pericolo non potesse concretizzarsi. Di qui l’avvio di un’attenta attività istruttoria da parte dei dirigenti della Regione, che si concludeva con una proposta di delibera di giunta – poi adottata – per il ricollocamento in servizio del dipendente nel Settore “Sport e Politiche Giovanili” del Dipartimento “Istruzione ed attività culturali”. Un Settore effettivamente diverso da quello in cui il Lopresti prestava servizio precedentemente e privo di procedure di gara o attività similari.

Ad avviso dell’Ufficio di Procura, l’iter seguito dai Dirigenti e la successiva decisione della Giunta si dovevano ritenere illegittimi, tanto da ipotizzare a carico di tutti gli attori della vicenda varie ipotesi di reato.

In particolare, il Presidente della Regione Calabria di allora, Mario Oliverio, e gli ex assessori regionali Francesco Russo, Roberto Musmanno, Francesco Rossi, Antonella Rizzo e Mariateresa Fragomeni, venivano iscritti nel registro degli indagati insieme ai dirigenti della giunta regionale, Sergio Tassone e Bruno Zito. Le ipotesi di reato formulate dal Pm erano, per tutti, quelle di abuso d’ufficio e falso ideologico.

A seguito degli interrogatori, disposti in fase di indagine, la Procura chiedeva l’archiviazione per i componenti della Giunta, ma non anche per i Dirigenti, i quali, oggi, davanti al GUP hanno difeso la bontà e correttezza del loro operato, evidenziando tra l’altro come, a fondamento della loro istruttoria, avessero utilizzato un contributo scientifico pubblicato sul sito della Scuola Superiore della Magistratura, nel quale, in particolare, si sosteneva la tesi dottrinale adottata dai medesimi Dirigenti.

Un principio di garanzia e di civiltà giuridica che aveva ispirato l’agire di Tassone e Zito e che oggi, dopo due anni, ha trovato anche il conforto del Tribunale.

Terminati gli interrogatori il pm Graziella Viscomi, ha chiesto l’assoluzione degli imputati. I difensori, dal canto loro, hanno sostenuto con forza l’infondatezza assoluta delle accuse, chiedendo che venisse riconosciuta la piena legittimità e correttezza dell’operato dei dirigenti Tassone e Zito. Legittimità e correttezza che il Tribunale ha attestato assolvendo i dirigenti “perché il fatto non sussiste”.