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Farmabusiness, la Cassazione respinge il ricorso della Dda. Nessuna certezza sulla consapevolezza di Tallini

Innammissibile il ricorso, il consigliere rimane in libertà

Trapela soddisfazione in Forza Italia cittadina per la pronuncia della Corte di cassazione che nell’udienza di ieri 22 aprile 2021, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Dda avverso la decisione del Tribunale del riesame di Catanzaro del 16 dicembre 2020 che aveva annullato l’ordinanza del gip con la quale era stata applicata la misura degli arresti domiciliari a Domenico Tallini. La misura cautelare era stata applicata il 17 novembre 2020 nel’ambito dell’inchiesta “Farmabusiness” quando il consigliere di Forza Italia era presidente del Consiglio regionale della Calabria, incarico da cui si dimise nell’immediatezza mentre i suoi legali presentavano istanza di riesame che si era poi svolto sulla base delle dichiarazioni dello stesso Tallini e di una memoria esibita dal collegio difensivo. Ieri, la Suprema corte, presenti i legali Vincenzo Ioppoli e Valerio Zimatore difensori del consigliere regionale, ha formato il giudicato cautelare favorevole alle tesi difensive che, nella sostanza, conferma le motivazioni che avevano portato il Riesame ad annullare la misura restrittiva. L’accusa, per Tallini, era di concorso esterno e voto di scambio politico mafioso. Secondo l’accusa, avrebbe promesso e assicurato, “in cambio del sostegno elettorale promesso e attuato da parte del sodalizio (la cosca Grande Aracri, ndr) la sua disponibilità” di aiutare il clan ad avviare attività imprenditoriale della distribuzione all’ingrosso di prodotti farmaceutici. Tallini, nello specifico, sarebbe intervenuto per “accelerare l’iter burocratico per il rilascio di necessarie autorizzazioni nella realizzazione del ‘Consorzio Farma Italia’ e della società ‘Farmaeko’, che prevedeva la distribuzione dei cosiddetti medicinali da banco sul territorio nazionale”.

Nell’annullare l’ordinanza e restituire la libertà a Tallini, i giudici del Riesame notavano che “il quadro che si delinea all’esito di una rilettura del compendio indiziario porta a ravvisare un filtro tra la cosca e il politico, rappresentato con ogni evidenza da personaggi del calibro di Scozzafava il quale in alcune intercettazioni, va ribadito, vantava il rapporto fiduciario con l’Assessore (Tallini, ndr) in forza del quale ha potuto coinvolgerlo in un progetto economico mascherando al contempo gli interessi criminali ad esso sottesi”.
Su questo punto, Domenico Tallini ha parecchio insistito nei pochi interventi pubblici successivi al Riesame: per lui lo Scozzafava era un antennista qualificato e in qualche modo molto richiesto in qualunque ambiente cittadino, sia familiare che istituzionale.
«Il Collegio – era scritto nelle motivazioni – al riguardo non ignora di certo che la stretta e prolungata vicinanza, per alcuni anni, dell’indagato a personaggi ambigui come Scozzafava e De Sole (altro indagato raggiunto da misura cautelare, ndr) nonché il prolungato interessamento e l’attivismo dello stesso Tallini rispettivamente nell’affare del consorzio prima e della società farmaceutica poi, quantomeno possono alimentare il sospetto che il ricorrente abbia orbitato per lungo tempo in una zona grigia.

Allo stato però gli elementi, per come rivalutati, propendono per un sospetto che non supera la soglia della gravità indiziaria necessaria a giustificare il mantenimento di un vincolo cautelare. Ne viene che l’incertezza sulla consapevolezza dell’indagato di agire in un contesto illecito e di operare nella cornice di un sinallagma con la consorteria cutrese non consente di confermare la prima ipotesi di concorso esterno. Analogamente, per quanto riguarda il reato ex art. 416 ter c.p. la fattispecie appare di dubbia configurabilità in quanto non può stabilirsi in modo pacifico se Tallini fosse realmente consapevole di ottenere, quale contropartita del suo intervento, un ampliamento del consenso elettorale attraverso un intervento di matrice mafiosa”. E, ancora, «le emergenze investigative attestano che Tallini ha avuto rapporti solo con personaggi in apparenza estranei al contesto criminale e non anche con figure che potessero essere immediatamente percepite come vicine alle cosche. A quest’ultimo proposito si torna a ribadire che gli elementi in base ai quali l’ordinanza dà per certi i rapporti diretti tra il Tallini e l’avvocato Grande Aracri Domenico non appaiono pacifici, non essendo, ad avviso di questo collegio sufficientemente riscontrate le circostanze degli incontri. Nel corso dell’indagine non si sono mai registrati contatti diretti neppure tra l’indagato e Salvatore Grande Aracri, quest’ultimo nelle conversazioni in cui si parla del politico sembra alludere ad una conoscenza indiretta sempre per il tramite di De Sole e Scozzafava”.

Nell’intervento al suo rientro  in Consiglio regionale, il 29 dicembre 2020, Tallini, nel ricostruire le basi della sua difesa, nel ribadire la sua profonda avversione a ogni metodologia e pratica mafiosa e nel parlare di “accuse inconsistenti, discutibili, superficiali, e di conclusioni investigative basate sul nulla”, ebbe a dire: “Ho commesso un solo errore: quello di non saper prevedere che un imprenditore incensurato fosse contiguo alla ‘ndrangheta”.