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Una rivoluzionaria processione così bella e significativa

"Perché non esiste popolo che non sia liberato da se stesso o battaglia vittoriosa senza i soldati “amanti” che la combattano"

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di Franco Cimino

Tra poco parte. Il nostro santo Patrono, per merito dell’intelligenza del cuore di mons. Bertolone, farà una cosa che non ha mai fatto. Una cosa straordinaria. Sono vietate le processioni ancora per il Covid? Bisogna evitare gli assembramenti, anche se i suoi cortei non li hanno mai prodotti? E Lui se va solitario, in compagnia del solo suo “ collega” (spero ci sia anche il sindaco con lui) su un piccolo mezzo scoperto per le vie de Città. Non quella delle sue vecchie processioni, tutte all’interno dello stretto e lungo “binario” del Centro storico, per poi fermarsi sul sagrato del Duomo o della Basilica, da dove il Vescovo in carica prega Lui e parla ai catanzaresi attraverso i mai numerosi presenti.

Questa volta se ne andrà in giro per tutto il territorio cittadino. Attraverserà tutti i quartieri, accarezzerà i luoghi della sofferenza e del dolore, infine si fermerà, per farsi pregare più intensamente, in una delle periferie più emarginate. Una di quelle dove ingiustizia, umiliazione, povertà, disagio, abbandono, rischiamo sempre più di trasformarsi in accettata separatezza da qualsiasi contesto civile. E nella quale educazione, formazione, identità, responsabilità sociale, prima confliggono e poi passivamente si confondono e infine si piegano al loro contrario.

Quell’opposto del bene in cui comodamente le istituzioni disattente fanno rientrare il vecchio alibi della illegalità e della delinquenza, come se queste fossero il dispetto fattoci dal Santo o un incidente della storia. E non, invece, la conseguenza di una condizione di pesante e crescente degrado in cui la bruttezza, in tutte le sue forme, abbia preso il posto della Bellezza abbattuta in un bombardamento bellico. Il santo, in questo viaggio, potrà osservare quel che tutti facciamo finta di non vedere, di cui una riguarda direttamente lui stesso, la sua estraneità rispetto alla Città interamente concepita. Da queste voglio partire.

“ I catanzaresi( nella mia versione esperienziale, i marinoti) non su fatti po’ locala, arricchiscianu sempra u forastieru), è un vecchio detto ripetutomi più volte da genitori e nonni e vecchi saggi, per segnalare che per carattere, disturbato da gelosie e invidie, noi preferiamo sempre chi viene da fuori a vivere dalle nostre parti. Così non è stato per il Patrono donatoci, secondo quanto afferma la trazione, nel 1122 da Papa Callisto II, che ci ha consegnato personalmente le reliquie in occasione dell’inaugurazione della Cattedrale. A mio sentire e a quello di Cesare Mulè, l’indimenticabile intellettuale e sindaco scomparso a gennaio scorso, studioso della vita del Vescovo di Capua vissuto nella seconda metà del settecento con quella intensità davvero santa che andrebbe meglio conosciuta, san Vitaliano non ha finora ricevuto quella ferma appassionata dedizione che ricevono solitamente i patroni. Insomma, non è stato molto sentito e dentro la profondità della Fede dei credenti e dentro il senso di appartenenza dei laici e non credenti alla comunità di cui fanno parte, come sociologicamente è definito. Un’insufficiente devozione che a me è sembrata, in qualche modo, una sorta di distacco, ovvero di costante non avvicinamento. Insomma, non è quella della Naca o della Immacolata, l’altra patrona di Catanzaro. Le cause possono essere tante, che qui non riprendo se non le due, a mio avviso, più importanti.

La prima potrebbe essere rappresentata da quella statua argentata che propone il Santo a mezza figura e senza braccia. Non ne sono sicuro, ma potrebbe aver agito sul piano psicologico e dell’immaginario collettivo questa mancanza di compiutezza e della forma. La seconda, contiene il grave fenomeno urbano e sociale, che il Santo potrà osservare. Fenomeno che sta alla base di una divisione reale della Città, che poi la politica non ha saputo recuperare vieppiù accentuandola. È quello di una divisione tra quartieri profonda e netta. Se ne contano otto, escluso quest’ultimo che si è formato nella somma di pezzi di territorio territorialmente e socialmente indefinibili. Quelli sfuggiti al controllo sociale e all’attenzione della politica e poi abbandonati alle fatiche rischiose della Forze dell’ordine. La divisione si è aggravata negli ultimi cinquant’anni, per via delle scellerate scelte urbaniste che hanno portato Catanzaro disordinatamente là dove la speculazione edilizia e i pochi “ padroncini” , nel disinteresse della gente, l’hanno portata.

Sulla divisione territoriale ha potuto pertanto fortemente insistere quella più antica di ordine culturale. Ogni quartiere è vissuto come un piccolo paese a se stante. Ciascuno con una leggera diversa inflessione dialettale, una leggera diversità gastronomica, una leggera differenza di abitudini e di tradizioni. Ciascuno con un diverso sentire la comunità, la propria di quartiere, tanto da fermare nel tempo antiche rivalità e vecchie insuperate gelosie. E per non concludere, ché ci sarebbe ancora molto da dire, ad ogni quartiere corrisponde un patrono/a con relativa grande festa popolare.

Io sono cresciuto a Marina vivendo intensamente i tre giorni, dal tredici al quindici giugno, di festa di San Vito, patrono del quartiere( non ho mai capito il perché) e l’ultima settimana di luglio dedicata alla Madonna di Porto Salvo, da noi meglio conosciuta come “ a Madonna e mara”, verso la quale c’è una devozione ancora molto accesa. Non è difficile immaginare che, in assenza-per interessi consolidati e ignoranza-di una Politica fortemente interessata a un progetto di autentica unificazione di Catanzaro, unitamente alla somma di quelle molteplici “ leggere” differenze, la crisi del Capoluogo e la sua debolezza di area urbana, guida unificatrice della regione, non solo non si risolva ma si aggravi pesantemente. Fino a quando mancherà un forte spirito identitario all’interno di una sola cultura, che pur non disperda la preziosità delle singole specificità di sentire il proprio luogo, Catanzaro non risorgerà. Non risplenderà della sua bellezza.

Non occuperà il posto che, in Calabria, nel Sud, nel Paese, gli ha affidato la storia. Catanzaro, Città delle aperture e dell’amore oltre i propri confini, per cui ben si comprenderebbe il valore di un santo patrono “forestiero”, che della disponibilità verso gli altri, oltre i suoi capuani, ha segnato il suo percorso di vita. E di vita da vescovo. In questo viaggio San Vitaliano potrà meglio conoscere questa divisione e potrà meglio comprendere la necessità che Egli diventi il patrono amato da tutti i catanzaresi, perché li aiuti a sentirsi finalmente un unico corpo, un’anima piena, unica e unitaria di Catanzaro. La forza, questa, che la libererà da ogni male subito e da se stessa inflittosi. Perché non esiste popolo che non sia liberato da se stesso o battaglia vittoriosa senza i soldati “amanti” che la combattano. Il resto glielo dirà, ne sono certissimo (non ho ancora letto il testo divulgato) il suo collega Arcivescovo, mons, Bertolone, che, lungo questo nostro bisogno, dal suo nobile cuore e dalla sua mente fervida ha fatto nascere l’odierna rivoluzionaria processione, così bella e significativa.

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