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E’ catanzarese uno tra i talenti impegnati nella lotta alle leucemie infantili aggressive

Giuseppina Passafari ha ricevuto un importante riconoscimento per il suo studio condotto sul gene Musashi2. L'uso di farmaci sul gene rappresenta una potenziale strategia terapeutica nella lotta ai tumori

E’ bello sapere che ci sono tanti giovani ricercatori italiani impegnati, consapevoli, appassionati e preparati, inorgoglisce ancora di più che tra questi ci siano anche delle eccellenze che hanno fatto strada partendo dal Sud e che oggi si spendono nella lotta alle leucemie.

La giovanissima catanzarese Giuseppina Passafari è una di queste, tanto è vero che il suo lavoro di tesi di laurea su leucemie particolarmente aggressive che colpiscono i bambini, insieme al lavoro del suo collega Stefano Rebellato, è stato premiato dalla Società Italiana di Citometria con un riconoscimento istituito in ricordo di Giuseppe Basso, primario di oncoematologia pediatrica morto per Covid lo scorso Febbraio.

La passione per la ricerca nata tra i banchi del Liceo E. Fermi di Catanzaro

La passione per la ricerca della giovane ricercatrice è nata tra i banchi del Liceo Scientifico Enrico Fermi di Catanzaro e per essere più precisi proprio nel laboratorio di chimica e biologia dell’istituto: “Sono sempre stata affascinata dalle materie scientifiche – ha detto – ma quando ho iniziato a fare le prime esperienze nel laboratorio del liceo, ho capito che questa sarebbe stata la mia strada, perché mi ha conquistata.”

Così dopo la maturità la giovane si è iscritta al corso di laurea triennale in Biotecnologie presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro: “Era proprio quello che volevo fare – ha precisato – spesso questa facoltà viene scelta per ripiego, per me non è stato così, l’ho scelta con consapevolezza perché la considero la biologia del futuro.”

Poi la dottoressa ha deciso di specializzarsi in Biotecnologie Mediche presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, svolgendo il suo internato di tesi di un anno nel laboratorio Tettamanti dell’importante Centro di Oncoematologia pediatrica “Comitato Maria Letizia Monti”, un punto di riferimento internazionale di cura e ricerca dedicato a giovani pazienti oncologici.

L’importanza della ricerca per la lotta alle leucemie infantili aggressive

L’attenzione del lavoro di tesi si è focalizzata sul gene Musashi2 che è un fattore prognostico sfavorevole di leucemia – ha spiegato – il suo ruolo è però ancora inesplorato, noi ne abbiamo studiato il suo ruolo funzionale nella leucemia linfoblastica acuta, resistente alle terapie convenzionali perché molto aggressiva.

Abbiamo dimostrato che questo gene è coinvolto nella proliferazione di cellule leucemiche e nella resistenza ai farmaci – ha proseguito – L’uso di farmaci inibitori del gene in questione rappresenta una potenziale strategia terapeutica.”

Un lavoro scientifico di grande rilievo che la giovane ricercatrice ha portato avanti con determinazione e tenacia, perché anche solo trascorrere poco tempo nel centro di Oncoematologia pediatrica “Comitato Maria Letizia Monti” ti fa riflettere tanto e ti consente di investire impegno ed energie per raggiungere risultati.

Tutti dovremmo visitare questo centro perché da lì si esce cambiati, lì incontri madri con bambini malati e stando a contatto con i piccoli pazienti oncologici capisci quali sono realmente i grandi problemi della vita

Per lei lavorare per un lungo anno nei laboratori situati all’interno della struttura ospedaliera, dove sono ospitati i piccoli pazienti, è stata una grande esperienza di crescita professionale e umana: “Tutti dovremmo visitare questo centro perché da lì si esce cambiati – ha raccontato – lì incontri madri con bambini malati e stando a contatto con i piccoli pazienti oncologici capisci quali sono realmente i grandi problemi della vita.”

L’onore di ricevere un prestigioso premio e lo sguardo rivolto sempre al futuro e alla ricerca

Lavorare alla tesi e ricevere questo riconoscimento importante è stato per la giovane catanzarese un orgoglio: “Spesso in alcuni ambiti si tende a non mettere sullo stesso livello le università del Nord e del Sud – ha voluto precisare – lavorando a questo progetto e ricevendo apprezzamenti è stata una bella soddisfazione, perché sono riuscita a dimostrare che non ci sono studenti di serie A e  studenti di serie B, di questo ne vado fiera”.

E parlando del suo futuro ha detto: “Non so se ritornerò in Calabria perché ora la mia vita è qui, sto lavorando in un laboratorio diagnostico, mi sto preparando per superare l’esame di abilitazione professionale e sto valutando la specializzazione in Genetica Medica – ha concluso – il mio augurio è che si possa trovare un farmaco che possa cambiare le sorti dei giovani pazienti oncologici, e sono convinta che le ricerche e gli studi in tal senso possano condurre a nuovi ed efficaci risultati.”