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Laura Moschella e Marisa Manzini: due donne per la legalità

La concessione della cittadinanza onoraria al procuratore aggiunto di Cosenza da parte del sindaco di Gimigliano. Le storie del libro “Fai silenzio ca parrasti assai”. Abbiamo sentito il magistrato e il primo cittadino

C’è sempre una prima volta. Non era ancora successo che la città di Gimigliano concedesse una cittadinanza onoraria, la più alta onorificenza di cui dispone un Comune italiano. La prima cittadina onoraria di Gimigliano è Marisa Manzini, procuratore della Repubblica aggiunto di Cosenza. Il primo sindaco a conferire il titolo è Laura Moschella, avvocato. Ambedue donne, entrambe di legge. C’è sempre una ragione nelle cose. Talvolta anche una convergenza di piani che scorrono paralleli e che talvolta capita si incontrino quando interviene una espressa volontà. Nel nostro caso la ragione è presto detta, e la si può ricavare dalla motivazione: “La procuratrice Manzini è una donna in prima linea nella lotta alla criminalità e ne ammiriamo coraggio e impegno. Nel contempo, con questi esempi vogliamo caratterizzare la nostra Amministrazione”.

La volontà la rivela a Catanzaroinforma il sindaco Laura Moschella: “Cercare di operare nella piena legalità sotto tutti i punti di vista: politici, amministrativi, culturali. Provengo da una famiglia che ha sempre operato all’interno delle forze di polizia, e sono stata educata con questo valore, con l’esempio e con le parole. Mio padre ispettore di polizia, così come mio fratello. Di mestiere faccio l’avvocato e ho visto tante cose ingiuste durante il mio percorso professionale, e anche per questo mi adopero perché ciò che mi tocca per mendato si svolga nella più assoluta legalità. Tutti possiamo sbagliare, un errore involontario lo si può sempre commettere. Noi sindaci poi siamo esposti continuamente a denunce, a procedimenti, per qualsiasi cosa. É giusto che, quando si conducono le indagini, lo si faccia con coscienza e si appuri se realmente ci sono responsabilità da parte nostra, chiamati ogni giorno a compiti impegnativi sia dai cittadini che da altre articolazioni dello Stato. La legalità è sempre al centro della mia vita. Credo che questa terra, la Calabria, può cambiare solo a partire dalla legalità. Come terra abbiamo questa sorta di maglia nera. In parte ce la siamo cercata, alla fine negli anni abbiamo fatto molto poco per modificare questo sistema balordo in cui viviamo”.

Il sindaco Moschella, nel suo ufficio al Municipio, parla con un accento dolce e modulato che non è quello che ti aspetti. “Provengo dal Veneto – spiega – ho vissuto a Treviso, dove ho lavorato per tanti anni in uno studio legale, e non appena arrivata qua dieci anni fa ho notato una netta differenza tra il Veneto e la Calabria. Lì c’era la massima collaborazione da parte dei cittadini sotto tutti i punti di vista, cosa che qui invece non è manifesta, dal punto di vista di osservare le regole che sono viceversa importanti. Proprio per questo, nell’ambito del mio mandato, cerco di far capire che questa terra può ripartire dalla legalità. Una terra che ha tanto da offrire. Non c’è bisogno di emigrare, se è vero che non abbiamo un robusto tessuto sociale e aziendale, abbiamo ampie possibilità nel turismo, nell’agricoltura, nella cultura. Da solo il turismo potrebbe rappresentare il gancio di traino per tutta l’economia calabrese. Ecco perché dico sempre ai giovani: la legalità è importante. Ho individuato Marisa Manzini come cittadina onoraria perché donna e poi perché… Vede, sono di origine vibonese, e so che lei ha dato un duro colpo alle cosche di quel territorio. Vibo Valentia è una bella città oppressa dalla delinquenza organizzata e dalle cosche. Ho seguito sui giornali il suo operare da sostituto procuratore della Dda di Catanzaro con delega su Vibo perché all’epoca non ero neppure qui, ho letto che è stata minacciata di morte, ma nonostante ciò ha avuto il coraggio di andare avanti e non fermarsi. Questo non è da poco…”.

Poi, ha avuto modo di leggere il libro…
“Sì – continua Laura Moschella -. Ho letto “Fai silenzio ca parrasti assai”, edito da Rubbettino. Questa frase dice tanto, ma tanto. C’è una doppia valenza in essa. Rivolta verso il ruolo, ma rivolta contro la donna. Sento vigere il vecchio sistema secondo cui noi dovremmo essere inferiori alla parte restante del genere umano. Cosa che ovviamente non condivido. Anzi, sono convinta del contrario, sia a livello di volontà e di voglia di fare delle donne, ma anche meno propense alla corruzione. Siamo madri, viviamo il concepimento come un processo interiore che l’uomo non può capire. La vita di una donna cambia, si modifica, e quell’istinto materno ti porta anche nel ruolo nel ruolo di tutti i giorni, anche professionale e politico, a essere diversa. Se un mafioso viene messo in difficoltà da una donna, per lui risulta inaccettabile, perché ancora alberga quel sistema arcaico di pensare che la donna è inferiore all’uomo. Non è così, credo che se oggi una donna fosse a capo di un governo potrebbe fare tanto, perché è il sesto senso nostro, è l’essere femminile che ci rende diverse dall’uomo, non superiori né inferiori. È la maternità che cambia la donna, in essa avviene un processo che la fa maturare, che le dà la forza, la carica di dire: cambio, cambiamo. Sicuramente il grande mafioso si è sentito messo con le spalle alle sbarre, sminuito nella sua funzione di patriarca”.

Ricordiamo quell’episodio, così come lo racconta la presentazione del libro che ne fa l’editore. “La forza della ‘ndrangheta sta nell’omertà, nella capacità di impedire che si parli della crudeltà e della prepotenza che la contraddistinguono. È la forza della parola, il coraggio di denunciare, che potrà distruggerla. Le parole fanno paura, ecco perché un capo, Pantaleone Mancuso, atterrito, perde il controllo, nel corso di una udienza (processo Black Money, anno 2016, ndr) in cui è imputato e urla al Pubblico ministero: ‘Fai silenzio, fai silenzio, fai silenzio ca parrasti assai, hai capito ca parrasti assai, fai silenzio ca parrasti assai’. Espressione dello stato d’animo di un boss che comprende che il muro che ha costruito per la protezione sua e della sua famiglia sta per essere infranto dal coraggio di chi usa la parola”.

Nel libro, tra l’altro, si racconta la triste storia della moglie del boss…
“Il libro è molto bello. Si narra di questa donna, Tita Buccafusca, moglie del boss, che entra nell’aula del tribunale spavalda, anche lei all’inizio convinta del ruolo. Poi c’è stato il cambiamento, in senso positivo per la società, tragico per lei. Morirà per ingestione di acido. Bisogna ancora fare luce su questa vicenda. Se l’ha fatto spontaneamente, ha scelto la via che in quel momento le è parsa più breve, ma non era quella giusta. La strada era quella di tirare fuori sé e la sua progenie da quell’ambiente criminale. A me dispiace tanto che questa donna non abbia coltivato la scelta di collaborare”.
Tita Buccafusca era la moglie di Pantaleone Mancuso, boss della famiglia di ‘ndrangheta egemone nel territorio vibonese, attualmente all’ergastolo in regime di carcere duro, confermato di recente dalla Cassazione. Dapprima convintamente inserita nei rituali e nelle modalità della famiglia, il 14 marzo 2011 si presenta alla stazione dei carabinieri di Nicotera con l’intenzione di iniziare un percorso di collaborazione, spinta dalla volontà di preservare il figlio da un destino di mafia. Al momento di firmare la deposizione finale, nella sede del comando provinciale dei carabinieri di Catanzaro, però decide di rientrare nella sua abitazione. Il 16 aprile 2011 è lo stesso Mancuso a presentarsi alla stessa stazione dei carabinieri di Nicotera Marina comunicando che la moglie ha ingerito acido muriatico. Tita Buccafusca muore due giorni dopo all’ospedale di Reggio Calabria.

Su questo punto abbiamo sentito Marisa Manzini, autrice del libro, ora cittadina onoraria di Gimigliano, all’epoca pubblico ministero nel processo Black Money.
“Per quello che so – dice a Catanzaroinforma il procuratore aggiunto di Cosenza – non c’è stata ancora una chiusura dell’attività di indagine, ancora in corso. Che cosa sia concretamente accaduto in quella giornata particolare di aprile 2011 è difficile decifrare. Mi è stato detto che appare strano che Buccafusca abbia ingerito di sua spontanea volontà quella quantità di acido. Voglio sperare che nelle attività del pubblico ministero e poi nel processo vengano appurati elementi sufficienti che portino alla verità dei fatti. Ho inquadrato la vicenda nell’ambito del mio libro e devo dire che mi resterà sempre impresso nella mente un momento particolare. Il momento in cui quella donna se ne è andata decidendo di non voler continuare la collaborazione. Lo ha fatto dicendo: ‘Ci rivedremo’. Ecco, io e il maggiore dei carabinieri con cui stavo conducendo la procedura, ci siamo resi conto che probabilmente non l’avremmo mai più rivista. È un pensiero che abbiamo avuto subito. Una faccenda di quel genere nell’ambito di una organizzazione criminale non può essere neppure concepita. Penso che la sua fine se l’è assegnata da sola con la scelta di tornare indietro dopo avere iniziato a parlare in aula, pensando di poter essere riammessa in quell’ambiente”.

Procuratore, torniamo per un attimo a quel momento dell’udienza al tribunale collegiale di Vibo, quando Pantaleone Mancuso, in video collegamento dal carcere de l’Aquila, le ha rivolto quella frase.
“Naturalmente non sappiamo se avrebbe reagito nello stesso modo nei confronti di un uomo, non abbiamo la controprova. Ma sicuramente, inquadrando l’episodio nella strutturazione maschilista della ‘ndrangheta, si è potuto trattare della frustrazione nei confronti di una donna che rappresentava in quel momento lo Stato e che cercava di provare la sua responsabilità penale”.

Procuratore, la prima sezione penale della Cassazione recentemente, ad aprile, ha annullato senza rinvio il provvedimento emesso nei confronti di Pantaleone Mancuso, in riferimento all’episodio, sostenendo che quell’invito perentorio al silenzio, pur espresso in modo poco elegante non dimostra da sé una violazione regolamentare.

“Su questo alcune fonti di informazione non sono state molto precise. La sentenza della Cassazione riguardava l’applicazione di sanzioni disciplinari previste dal regolamento e che erano state applicate nei confronti del Mancuso. Il processo per oltraggio è ancora in svolgimento in sede penale presso il tribunale di Salerno”.

Dottoressa Manzini, l’episodio che dà il titolo è solo uno dei capitoli del libro, del quale è importante anche il sottotitolo: “Il potere delle parole contro la ‘ndrangheta”. Cosa si prefiggeva nello scriverlo?
“Di raccontare la mia esperienza, di raccontare sia pur brevemente le vite di quelle persone che hanno avuto il coraggio di parlare, facendo un po’ di luce su quelle persone che hanno avuto il coraggio di fare dichiarazioni e che in quel momento hanno avuto stravolta la loro esistenza, come collaboratori di giustizia, come testimoni… Bisogna essere realisti, c’è ancora molto da fare. Sicuramente ci sono state collaborazioni importanti che hanno consentito poi di avviare decisive attività di indagine. Si deve lavorare molto, con un’operazione che è di carattere soprattutto culturale, sulle vittime della criminalità organizzata che devono acquisire la consapevolezza e la lucidità necessarie per dire no, per rifiutare le richieste della criminalità e avviare la collaborazione con lo Stato.  Su questo punto di vista c’è ancora molto di fare. Lo scopo de libro è in qualche modo rappresentare la vita di coloro che hanno avuto il coraggio di ribellarsi e, nel farlo, di liberarsi dalla morsa della criminalità organizzata. Si tratta soprattutto di imprenditori e commercianti, soggetti veramente vessati. Ho girato molto per le scuole, e sul punto avverto una maggiore attenzione e, nel territorio, una maggiore consapevolezza soprattutto nei giovani. Questo mi fa ben sperare”.

Procuratore Manzini, l’ha sorpresa la concessione della cittadinanza da parte della città di Gimigliano?
“Piacevolmente sorpresa, sono onorata. É significativo di una particolare attenzione dell’Amministrazione nei confronti di quello che alla fine è il problema vero della Calabria, quello della criminalità. Accanto a una particolare sensibilità nei confronti di una donna che per anni ha svolto un servizio presso la Direzione distrettuale antimafia. É una cosa importante e direi che questo doveva essere il messaggio, costituendo l’obiettivo per il quale ho lavorato e lavoro”.

Laura Moschella non conosceva Marisa Manzini prima della cerimonia, che si è svolta nel pomeriggio del 31 luglio nella sala consiliare di Gimigliano che si è avvalsa della relazione svolta da Felice Caristo che aveva conosciuto il procuratore nel Corso di strategia di contrasto al fenomeno delle mafie dell’UMG.
“No, non la conoscevo – ammette il sindaco -. L’avevo seguita da lontano, come ho detto prima. L’ho contattata un mese e mezzo prima della cerimonia per telefono quando mi fu proposto di insignirla. Io in quanto sindaco donna, lei in quanto magistrato donna. Due soggetti femminili che lottano in ambiti diversi per gli stessi obiettivi, lei nella magistratura io nell’amministrazione pubblica, con questi caratteri mi è stata proposta l’iniziativa. L’idea mi è subito piaciuta, anche in considerazione del fatto che questo Comune mai aveva concesso una cittadinanza onoraria e mi piaceva che l’esordio fosse con la dottoressa Manzini. Non avevamo neanche il regolamento, ma abbiamo capito che si poteva effettuare tranquillamente anche con una delibera di Consiglio. Di questo si è trattato: una concezione granitica della legalità, il fatto che lei fosse donna. Avrei potuto pensare anche a un magistrato uomo, abbiamo altre eccellenze nel campo, ma la peculiarità di essere lei donna è stata determinate. L’ho conosciuta nel giorno della cittadinanza, l’avevo sentita solo per telefono”.

Che impressione ne ha ricavato?
“Di una persona umile, di una persona come noi, vicina alla gente. E del resto, se non fosse così non avrebbe svolto quel lavoro così come l’ha svolto, e riuscire a scalfire il muro di omertà che affligge le famiglie di ‘ndrangheta. Vuol dire che è portatrice di una umanità tale da non ridurre il ruolo del magistrato alla rigidità di contesto, per il quale io sono il magistrato, io sono il sindaco, io sono il presidente di Regione… Io non sono nessuno, siamo tutti uguali, ognuno deve svolgere il suo ruolo in base alle competenze che gli sono state affidate, il magistrato, il politico, l’avvocato. Facendo uso dell’umanità che aiuta le persone ad aprirsi. In fondo, a collaborare”.