Quantcast

Catanzaro ha una nuova via e un vecchio amore: A ruga d’o Morzeddhu” foto

Intitolata al re della cucina cittadina il vicolo di Piazza Roma dove ha operato per anni Pepè il Rosso

Le cartoline, se mai se ne fanno ancora, bisogna sempre indirizzarle a Vico I° Piazza Roma, perché la denominazione ufficiale, se non si è capito male, rimane sempre quella. Da stasera in poi, per i catanzaresi, quelli che vogliono darsi un tono vissuto, sarà a “Ruga d’o Morzeddhu”, tradotto, bontà dell’anonimo incisore, in “Vicolo del Morzello”. Anonimo l’incisore, ma latore di una discussione filologica niente male che si spera non trascenda in vera e propria diatriba: sulla corretta ortografia della preposizione articolata “d’o” che potrebbe (dovrebbe?) anche essere scritto semplicemente “do”, derivando la contrazione dal francese “du”. Oh, non per fare gli Accademici della Crusca.

Generico settembre 2021

Anche perché quello scarto di cereale poco s’addice, né con il companatico, né con il pane che ci vuole, che è rigorosamente la pitta, la specialità di accompagnamento che è come il basso nelle orchestre di jazz: se c’è, nessuno se ne accorge, ma se non c’è sono guai seri. La pitta… Un sorriso tra due apostrofi rossi. Accattivante e fascinoso come il sorriso della Gioconda, tanto per rimanere in Francia, e scusate se è poco. No, perché arrivano tanti accostamenti che si fa fatica a seguirli di fila uno dietro l’altro. Perché Gioconda, Donna Gioconda, si chiama la consorte e capocuciniera di Giuseppe Mangone, detto in vita e per sempre “Pepè il Rosso”, che qualcuno di buone lettere, per nobilitare le ascendenze aveva ribattezzato in tempi non sospetti “Pepè le Rouge”. E forse, traccia di questa trasposizione letteraria è rimasta nella trasformazione ultima che ha subito la locanda laddove il morzello risuonava, che ora è denominata “Slurperie” e sottotitolata “Bistrot”. Sì, non ce ne vogliano i difensori a tutti i costi dell’identità, decisamente c’è questo fil rouge che lega il morzello di Pepè alla Francia. Che però s’interrompe quando si apprende che da un po’ di tempo a capo dell’Antica Congrega c’è un avvocato, battagliero e vivace come pochi, che fa di cognome Bianco, e la cosa fa un po’ sorridere, accostata al piatto di cui trattasi.

L’avvocato Francesco Bianco che prima di scoprire la targa marmorea con l’intestazione della nuova strada, ha spiegato tutto quello che c’è da spiegare: della valenza identitaria del morzello, delle sue potenzialità non solo gastronomiche ma anche socio politiche economiche, ha messo pure dentro il marketing territoriale, tanto che a un certo punto Giangurgugolo in persona, che gli era accanto, ha avuto un trasalimento e si è guardato attorno quasi smarrito cercando conforto negli occhi degli accorsi, a un certo punto tanto numerosi da indurre la municipale a chiudere l’accesso veicolare. Non è ruga per il drive in, questa. È invece vicolo, da sempre, di piccole storie e di grandi commerci, come hanno spiegato Bianco e il past president (si dice così, niente a che vedere con la cibaria), Enzo Alcaro. Finanche richiamante versi e poesie, come gentilmente declamate da Enzo Colacino in Giangurgolo, recitante Achille Curcio e Ferruccio Fregola in due componimenti inneggianti al re della tavola catanzarese, Sua Maestà il Morzello. Un sovrano umile e amico di tutti, che ama stare tra la gente, anzi dalla gente trae forza e umori, restituendo calore, sapore, buona vita e pizzicore.

Nella prolusione, a un certo punto, il (present) presidente Bianco, approfittando della partecipazione dell’omologo presidente del Consiglio comunale Marco Polimeni e della vice Roberta Gallo, ha avanzato la (temeraria) proposta che negli atti ufficiali del Comune, accanto allo stemma dell’aquila graffiante sui tre colli e al motto “Sanguinis Effusione”, compaia il simbolo del morzello, affiancato al claim “In Vino Veritas, in Morzello Salus”. Ora, l’iniziativa, lo diciamo subito, appare lodevole e degna di considerazione, anche nell’ottica di avvicinare il popolo alle istituzioni. Solo che, nello sforzo di avvicinare, c’è il pericolo che accostando l’immagine mangereccia del morzello a quello dei pubblici amministratori, è facile che qualcuno l’intenda male. A meno che, in nome della trasparenza, non si giustifichi l’azzardo che sia meglio mangiare in pubblico che nelle segrete stanze.