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La fine del commissariamento è condizione necessaria ma non sufficiente

L’attesa salvifica per le virtù decisionali del nuovo presidente sorretta da una narrazione distorta delle vicende che hanno portato alla grave situazione attuale

di Lino Puzzonia*
Nell’abbondante dibattito corrente sulla sanità calabrese, alimentato dalla prossima scadenza elettorale e pertanto soggetto a valutazioni che, anche involontariamente, soggiacciono a un pre-giudizio di ordine politico, da qualche tempo si va insinuando, in alcuni interventi per il resto equilibrati e competenti, una narrazione storicamente non lineare rispetto alle vicende relative all’avvento del Commissariamento governativo sul nostro sistema sanitario, in parte provocata dalla unanime volontà di addivenire a un suo superamento, in parte valutando come risolutive le virtù decisionali della prossima presidenza che si presuppone già opzionata in base a sondaggi generosi e, come sempre, opinabili.

Per solo amore di verità storica vorrei ricordare che i piani di rientro e gli eventuali commissariamenti furono istituiti da una mal concepita norma di origine tutta berlusconiana che costringeva le Regioni in determinate condizioni finanziarie a sottoporsi a un Piano di rientro controllato dallo Stato. Vi incapparono tutte le Regioni meridionali e anche qualche Regione del Centro e del Nord.

Era il 2009 quando il Piano di rientro scattò per la Calabria e Agazio Loiero, allora ancora per poco presidente, evitò il commissariamento che avrebbe comportato un aumento delle imposte. Non fece lo stesso nella primavera del 2010 Giuseppe Scopelliti, subentrato alla presidenza, il quale invece sollecitò il commissariamento stesso nella malcelata intenzione di poter dirigere la sanità calabrese senza il Consiglio regionale e finanche senza la sua Giunta. In circa tre anni cominciò a chiudere alcuni ospedali minori senza tuttavia riconvertirli e lasciandoli alla mercé del saccheggio. Seguirono il generale della Guardia di finanza Pezzi e poi, su nomina del governo di centrosinistra, l’ingegnere Scura forse il meno inadeguato dei commissari che fu tuttavia sostituito prontamente a cura del governo gialloverde da un altro generale, questa volta dei carabinieri.

In effetti le varie gestioni commissariali hanno segnato un progressivo aumento del nostro debito perché la riduzione dei servizi, unico metodo scelto dal commissariamento per risanare il deficit, ha inevitabilmente comportato un aumento della mobilità passiva peraltro largamente incentivata dalle Regioni del Nord per realizzare economie di scala a danno dei meridionali.

La giunta Oliverio in effetti non ha fatto altro che protestare contro questo andazzo ma solo andando in conflitto con la struttura commissariale ed evocando pittoreschi scenari, come l’incatenamento in piazza Colonna. Certo meglio sarebbe stato elaborare un piano di riforma e sottoporlo all’opinione pubblica e al governo di Roma pretendendo in base a questo e non al generico diritto di “autodeterminazione dei popoli”, o all’insipienza dei commissari, le ragioni della richiesta.

All’inizio del governo Conte 2 fu nominato commissario un personaggio il cui prestigio era indiscutibile e che già nell’anno precedente alla guida delle due aziende ospedaliere di Catanzaro aveva dimostrato le proprie buone attitudini. Durò lo spazio di un mattino, di fronte alla fragilità del ministro Speranza che cedette alla ridicola argomentazione di una ripresa sull’uso delle mascherine, forse non ineccepibile sul piano estetico ma di nessun significato politico, vecchia di sei mesi e certo messa in giro ad arte per screditare Zuccatelli, forse l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto. Al suo posto arrivò il dirigente della polizia di Stato Longo, attualmente in carica.

Veniamo dunque all’oggi. Quello che è veramente necessario sono due cose:
1) che il debito contratto fino al 2009 venga pagato dalla Calabria cosa che credo sia già stata fatta con i ratei versati e che il resto sia a carico dello Stato che lo ha determinato;
2) che i calabresi elaborino un piano di riforma del SSR tale da rompere il circolo vizioso meno servizi/più emigrazione – meno risorse/meno servizi e che su tale base esigano la fine del Commissariamento.

Tale piano non può essere basato se non sulla fine della sanità usata come demagogico sistema di mediazione del consenso andando a conquistare intere comunità mantenendo aperti ospedali inutili e pericolosi senza riconvertirli in strutture territoriali efficaci che garantiscano una virtuosa “medicina di prossimità” come peraltro suggerito dal PNRR e che consentano a pochi grandi ospedali con importanti caratteristiche professionali, tecnologiche e di accoglienza alberghiera di svolgere la loro funzione rompendo il circolo vizioso che determina l’emigrazione.

Io credo che ciò dovrebbe nascere da un sereno confronto di tutte le forze presenti in Consiglio regionale, con una discussione la più ampia e articolata possibile, che necessita di esperienze professionali e amministrative probabilmente non compendiabili in una sola persona, sia essa il commissario o il nuovo presidente, ma coinvolga il più possibile competenze politiche e professionali. L’attesa salvifica dell’uomo con pieni poteri, foss’anche titolare di importanti funzioni istituzionali, non ha mai dato buoni frutti.

*Segretario Circolo PD Catanzaro Ovest