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L’attaccamento al servizio si chiama senso dello Stato

La lettera firmata da Giancarlo Rossi

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera firmata da Giancarlo Rossi

Ero all’ inizio del mio terzo anno di servizio come geometra nel Corpo Forestale dello Stato. Correva l’estate dell’ anno 1956. Con una macchina di servizio mi condussero nel villaggio di Tirivolo ove trasbordai su una jeep scoperta dell’ Azienda di Stato per le Foreste Demaniali che, percorrendo lentamente interminabili piste polverose mi porto’ a Fratta nel cuore della Sila Piccola.

La polvere della Sila è  impalpabile e, sollevata dal movimento della jeep, mi avvolse in una nuvola penetrando ovunque. Con le piogge si trasforma poi in un fango profondo ove gli automezzi spesso di impantanano. Fratta, all’epoca, era un villaggio piccolissimo costituito da un gruppo di baracche di legno delle quali una era utilizzata come casermetta per le guardie forestali.

La jeep mi lascio’ davanti alla casermetta e l’autista, in base agli ordini ricevuti, se ne tornò indietro.

Il compito che dovevo svolgere era il seguente: con i copiosi fondi erogati dalla Cassa per il Mezzogiorno il mio Ufficio, l’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste, aveva proceduto alla occupazione temporanea di terreni di proprieta’ privata incolti per realizzarci rimboschimenti. I boschi, una volta sviluppati, sarebbero stati restituiti ai rispettivi proprietari. Per il periodo di occupazione inoltre si doveva corrispondere una indennità in denaro, un tanto per ettaro occupato e per anno di occupazione. Questo rendeva necessario accertare le superfici realmente occupate ed in questo consisteva il mio lavoro.

Dovevo in pratica riportare dette superfici sui fogli di mappa catastali attraverso i quali e con gli altri dati rilevabili dal Catasto potevo accertare i vari nominativi dei proprietari e le rispettive superfici di competenza. Ciò comportava la percorrenza accurata dei terreni e tante, ma tante misurazioni. Ore ed ore di cammino ed anche di arrampicate ogni giorno, fino alla conclusione dei rilievi in una determinata zona. Ciò spiegato torniamo al racconto. Entrai nella casermetta forestale cordialmente accolto dalle guardie in servizio già messe al corrente del mio arrivo. Mi assegnarono una brandina per dormire poiché sarei dovuto rimanere li per diversi giorni e mi spiegarono che avrei potuto mangiare con loro. La sera sol tanto naturalmente perché il giorno sarei stato in giro per il territorio accompagnato da due operai forestali per guida ed aiuto e mi sarei dovuto accontentare di un po’ di pane con provolone o con una scatoletta di carne. Altro non era disponibile. Per bere si doveva andare alla ricerca di una sorgente d’acqua naturale.

Animato di buona volontà e con l’entusiasmo della gioventù nei giorni successivi  svolsi il lavoro. Il tempo per mia fortuna fu sempre buono. Dovevo ora tornare a Catanzaro e per farlo, non potendo comunicare con l’ufficio perché nel villaggio non c’erano telefoni, non restava che scendere a piedi a Petrona’, paese più vicino, nel quale avrei potuto prendere il pullman (che allora veniva chamato “Il Postale” perché svolgeva anche il servizio di trasporto della posta). Petrona’ distava dal villaggio circa 12-13 chilometri. Nella prima parte del terri- torio non c’erano sentieri, mentre nella seconda parte correva una pista pedona- le molto dissestata.

La mattina presto ero pronto per scendere. Ringraziai le guardie forestali per la loro disponibilità e lasciai loro un po’ di denaro perché il mangiare che mi avevano offerto lo avevano pagato con il loro stipendio.

Mi misero a disposizione come accompagnatore e guida un anziano operaio forestale dalla corporatura minuta. Un brav’ uomo umile e rispettoso. Ci mettemmo in cammino attraverso fitti boschi di conifere poiché, come già  detto nel primo tratto da percorrere non c’erano sentieri. L’inizio della camminata fu piacevole. L’aria fresca del mattino unita al micro-clima creato dal bosco rendeva facile procedere. A volte uno squarcio tra le compatte chiome degli alberi consentiva al sole di penetrare con raggi simili a lame dorate che raggiungevano il suolo disegnandovi un cerchio di luce.

Qualche scoiattolo saltellava tra i rami e gli uccelli ci accompagnavano con il loro canto, mentre un ruscelletto scendeva a valle ridendo (così dicevano i montanari dell’acqua ruscellante). Camminammo per un bel tratto quando mi accorsi però che l’operaio che mi guidava non era più certo della direzione da seguire. Lo vedevo andare da una parte, poi da un altra, tornare indietro e riprendere in avanti. A quel punto lo fermai e gli chiesi se non si fosse smarrito. L’operaio imbarazzatissimo, facendosi ancora più umile e quasi piangendo per la vergogna ammise che, si, si era smarrito.

Smarrirsi nei boschi in Sila, in quei tempi, non era una cosa piacevole. Fu in quella situazione che emerse il mio modo di affrontare le difficoltà, quel modo che poi mi rese possibile superare ostacoli ben più difficili e mi riferisco alle malattie che colpirono i miei familiari nelle forme delle più gravi oltre che croniche. Non mi lasciai prendere ne dal panico, ne dalla disperazione che di certo non mi avrebbero aiutato a risolvere il problema.

Prima d’ogni altra cosa rassicurai l’operaio. Gli dissi che non aveva nessuna colpa e che era comprensibile quello che gli era capitato. Poi mi guardai attorno rilevando che un primo elemento era a mio favore: era mattina per cui avevo tutta la giornata a disposizione prima che scendesse la notte.

Il sopravvenire della notte sarebbe stato il vero pericolo. In quella zona, coperta da fitte foreste, non esisteva la speranza di incontrare un pastore che ci avrebbe potuto dare indicazioni. Il primo problema era quello dell’orientamento.

Il sole era coperto dalle chiome degli alberi per cui non vi si poteva ricavare alcuna indicazione. Presi allora in esame alcuni alberi tra i più vecchi, quindi con il tronco più grosso. La parte del tronco ove erano cresciuti i muschi ed i licheni era quella dove non batteva il sole. Quella rappresentava grossolanamente il nord. Sapevo che per raggiungere il paese di Petrona’ dovevo dirigermi verso sud-est. Trovai cosi la direzione approssimativa da seguire.

Ci rimettemmo in cammino quando sulla mia sinistra vidi un’altura priva di alberi. Dissi all’operaio, che ormai si era ripreso dall’episodio per lui così sgradevole in cui, suo malgrado, era incappato: se saliamo su quell’altura potremo avere una visione panoramica del territorio.

Salimmo.

Di lassù ai nostri occhi si estendeva un mare di alberi e lontanissimo si vedeva un piccolo tetto color terracotta. Io che pur essendo in servizio da poco più di due anni già conoscevo qualsosa del territorio dissi: ma quella non è la casermetta forestale di Scozzafave? Sapevo essere un edificio diruto ed in disuso, ma sapevo anche che di li partiva un sentiero che conduceva a Petrona’.

L’ operaio mortificandosi di nuovo mi rispose: si è quella, ma io non so come raggiungerla. Sempre preoccupandomi di risollevare il suo morale completamente a terra, gli dissi: sapete come faremo a raggiungerla? Tireremo diritto. Ci rimettemmo in cammino. La Sila non era allora quella di oggi, percorsa da tante strade e stradelle, abitata, costellata di fabbricati e da punti di riferimento. Era deserta e priva di ogni struttura. Procurava il senso e l’angoscia della solitudine.

Camminammo, cercando di mantenere la direzione verso sud-est. Ero sostenuto dall’entusiasmo di vivere una avventura. Salimmo, scendemmo, attraversammo torrenti. A volte si presentavano radure che, per essere esposte al sole si erano riempite di ammassi di rovi assolutamente impenetrabili. Occorreva allora girarci attorno e stare poi attenti a riprendere la giusta direzione, sempre verso sud-est. A volte si presentavano scarpate rocciose sulle quali ci si doveva arrampicare. Finalmente giungemmo alla casermetta diruta. Di la, come ricordavo, scendeva il sentiero che conduceva a Petrona’. Un percorso ancora lungo da superare, ma ormai sicuro. Giunti che fummo nel paese l’operaio si congedo’ da me per andare a raggiungere la sua casa e la sua famiglia. Io incontrai una persona conosciuta che preso atto della situazione in cui mi trovavo mi invitò  a casa sua, secondo i “Sacri Canoni” dell’ ospitalità del tempo, per farmi rinfrescare e riposare un po’, mentre la sua Signora apparecchiava la tavola. Si erano fatte circa le quattordici. Il “Postale” sarebbe passato la mattina successiva, ma il mio ospite girando per il paese e chiedendo riuscì a trovare una persona che dovendosi recare a Catanzaro con la macchina si dichiarò disposta a darmi un passaggio sempre in omaggio alla “Sacra Ospitalità”.

Ebbe termine cosi la mia avventura nel villaggio di Fratta. Ora mi domando: oggi chi sarebbe capace di eseguire un servizio in quelle condizioni? In quel giorno il tempo si mantenne buono, ma sarebbe potuto piovere come avvenne in tante altre uscite di servizio, ci saremmo potuti imbattere nei temuti cani abbandonati ed inselvatichiti oppure in una vipera, nascosta nell’erba alta o tra le felci che avrebbe potuto attaccarci inoculandoci il suo mortale veleno. Il senso del dovere, un sentimento oggi spesso dimenticato, mi imponeva di procedere sempre.

Quell’ attaccamento al servizio per il quale dovevo comunque riuscire a svolgere la missione assegnatami si chiamava “SENSO  DELLO  STATO”.

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