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Il ricordo di Gambardella per Dragone: “Interprete di un giornalismo genuino e diretto”

"Giornalista innovativo, tra i primi a cimentarsi nella sfida delle televisioni private, al fianco di quel visionario inventore che era Tony Boemi"

di Sergio Dragone
L’ultima immagine che mi resta di Gerardo Gambardella è tenera. Lui, carico di anni e malato di solitudine dopo la morte della moglie, che appoggia sulla mia scrivania le copie fresche di stampa del suo piccolo, ma orgoglioso settimanale dedicato alla sanità. Un giornale senza pretese, stampato con un vecchio offset, impaginazione approssimativa, ma ricco di contenuti, di stimoli, di cifre, di riferimenti legislativi.
Ammirazione e tenerezza per un giornalista d’altri tempi, ancorato al profumo della tipografia e quindi corpo estraneo in un mondo dell’informazione che si dimena tra followers e like, tra dirette facebook e immagini instagram.
Eppure Gerardo è stato un giornalista innovativo, tra i primi a cimentarsi nella sfida delle televisioni private, al fianco di quel visionario inventore che era Tony Boemi. Non più giovanissimo, alla soglia dei 50 anni, si lanciò nell’informazione televisiva, utilizzando la sua arma migliore: il senso della notizia. Un po’ alla Joe Marrazzo, Gambardella piazzava il suo microfono sotto il muso dei protagonisti della vita politica e culturale o di episodi di cronaca. Incurante della sua dizione orgogliosamente amalfitana, riusciva a carpire le informazioni più nascoste e le dichiarazioni più eclatanti. Ne sanno qualcosa, dall’aldilà, personalità come Giulio Andreotti, Giorgio Almirante, Giacomo Mancini, Riccardo Misasi e tanti altri, catturati dall’implacabile giornalista d’assalto e dalle sue brucianti domande.
Gerardo è stato, con Tony Boemi, Orlando Rotondaro, Leo Ciriaco, Ernesto Tronca, l’interprete di un giornalismo genuino e diretto, forse non impeccabile stilisticamente, ma estremamente efficace e vicino alla gente. Non a caso, erano diventati tutti molto popolari, riconosciuti al supermercato o in farmacia, qualche volta acclamati come piccoli eroi di provincia. Molti consideravano quella pattuglia di giornalisti così vicini al popolo come un baluardo contro piccole o grandi ingiustizie. Chi non ricorda lo strepitoso successo di “Filo Diretto”?
Oggi è cambiato tutto e non è detto che sia cambiato in meglio. Certo, i nostri smartphon ci consentono di ricevere migliaia di dati e informazioni al giorno, di essere connessi con il resto del mondo, ma quel giornalismo fatto in casa, vicino ai bisogni della gente, niente può sostituirlo.
Dire che Gerardo amava Catanzaro non rende a sufficienza l’idea. Mi ha sempre fatto rabbia il fatto che persone nate in altre città abbiano amato Catanzaro più dei catanzaresi, l’abbiano amata in maniera sincera e disinteressata. Gerardo, che era di Amalfi, era uno di questi. Il Catanzaro era la sua squadra, il giallo e il rosso erano i suoi colori, l’Aquila il suo simbolo. Che la terra ti sia lieve!