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Il sogno di Flavia Amato è realtà, un atelier nella sua Guardavalle

Non potevo che tornare in Calabria, nella mia terra per creare qualcosa di così importante e di valore: ho preso armi, bagagli e il mio ragazzo Paride, e sono scesa per 900 km fino alla mia vecchia casa

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Creare un atelier di moda dove coniugare artigianalità e tessuti biologici innovativi, e farlo nella sua Guardavalle. E’ il sogno realizzato, ma anche la scelta, di Flavia Amato, la giovanissima calabrese titolare del Malìa lab – il nome dice già tutto -, una start up dedicata all’abbigliamento etico, sostenibile, artigianale, tra le prime se non la prima del genere in Italia.
Ma cominciamo per passi, partendo dagli esordi. Nelle Marche per motivi di studio – si è laureata all’Accademia di Belle Arti -, Flavia ha frequentato un corso di modellistica, cominciando poi a lavorare in aziende terze per grandi marchi. Quella situazione però non le piaceva: «Sono venuta in contatto con una realtà artificiosa e poco veritiera – spiega –, il processo di produzione è poco pulito, vari sono gli espedienti utilizzati per minimizzare i costi e si simula il made in Italy». Dalla delusione, Flavia ha trovato il coraggio di intraprendere una strada diversa, unendo le sue passioni per la salute, il biologico e la moda: nasce così il suo brand di moda biologica artigianale Malìa.

«Non potevo che tornare in Calabria, nella mia terra per creare qualcosa di così importante e di valore: ho preso armi, bagagli e il mio ragazzo Paride, e sono scesa per 900 km fino alla mia vecchia casa – racconta -. Insieme abbiamo ristrutturato un vecchio locale al centro del paese, di cui sono proprietari i miei genitori, ed in quei 50 metri quadrati abbiamo creato un laboratorio tessile, in cui produco e realizzo le mie collezioni». «Fare impresa in generale non è facile, soprattutto se sei al sud – ammette -, e ancora di più se sei donna, se sei sola e non hai molti soldi da impiegare, ma io ci metto tutta la buona volontà e l’impegno che posso». A Guardavalle Marina nel suo laboratorio, il primo “made to order” sostenibile, Flavia realizza e confeziona capi di abbigliamento unici, che proprio nella sua ultima collezione rappresentano il senso di tutto il suo operato: «”Terra mia” è un po’ il riassunto di questi cinque anni, quasi sei, di attività, di sacrifici, di studio, di ricerca sul territorio», ci racconta. Da qualche tempo infatti ha cercato e trovato attività locali di tessuti e filati di ginestra, così «siamo arrivati al primo prodotto in ginestra, uno scialle realizzato a telaio calabrese manuale, con artigiani del posto». E’ così fatto un passo in più verso il suo sogno di ricreare una filiera tessile in Calabria: «Il Lab nasce per primo come atelier e sartoria di moda, ma il vero obiettivo è completare un processo di filiera, coinvolgendo altri interpreti a livello territoriale. Il progetto prevede la realizzazione di tessuto a km 0, recuperando terreni e saperi», chiarisce.
Questa volta anche il servizio fotografico di presentazione della nuova collezione è stato fatto in Calabria, «per essere coerenti – ci ha spiegato -. Non si può negare che farlo qui ha presentato non poche difficoltà, perché non essendo un contesto di moda, non si fanno shooting di questo tipo. Ho dovuto fare venire da fuori il mio fotografo e la modella: tutto quello che di solito faccio io, spostarmi fuori, l’ho fatto fare a loro. Ho scattato una prima parte nel terreno dei miei genitori, che rappresenta un po’ casa insieme alla mia cavallina, mentre una seconda parte l’abbiamo scattata in un posto qui di Guardavalle, tra l’altro lasciato in stato di abbandono. Ho voluto rendere giustizia a questo posticino, con la sua chiesetta».

FLAVIA E L’AMORE PER LA CALABRIA

C’è da dire che Flavia è sì molto legata al suo territorio, ma il suo sguardo va ben oltre: il mercato a cui si rivolge, soprattutto, è quello dell’e-commerce online: «Realizziamo i capi al momento dell’ordine, non facendo stock e quant’altro, confezionandoli su misura. Gli ordini arrivano anche dalla Calabria, di meno rispetto a quelli del resto d’Italia che vengono soprattutto dal nord, dalla Svizzera e dalla Francia», ammette con malcelato orgoglio. In realtà le richieste più particolari sono arrivate dal posto «perché magari non si sbilanciano così tanto online, vedendo le cose solo in fotografia».
E’ facile chiedere quali siano le difficoltà incontrate nell’avviare una attività così particolare proprio al sud, ma ci saranno stati anche degli aspetti più facili in questo. «Non me lo aveva mai chiesto nessuno – confessa – . Si dà per scontato che tutto qui sia una tragedia. Invece devo dirlo: se c’è un motivo che mi ha spinto tra l’altro a tenere duro e a continuare è stata proprio la mia terra, che devo ringraziare, che mi ha permesso di resistere in quei momenti difficili, come con il lockdown. Nei primi anni di attività il conto è sempre in rosso – spiega -, a Milano sarebbe andata diversamente, ma l’essere stati in Calabria ci ha salvati nei periodi di difficoltà. Anche dal punto di vista economico: fortunatamente qui tutti hanno una casa di proprietà, un genitore che aiuta, e il costo della vita è più basso, questo ha giocato a nostro favore nei momenti più delicati. Per quanto riguarda gli aspetti più difficili – prosegue -, già è una cosa ardua a livello nazionale. Siamo stati i primi, è un settore di nicchia: farlo qui significa comunque non avere un flusso di vendite anche fisiche, che capitano, ma non si potrebbe vivere aspettandosi di vendere solo sul posto perché sono molto basse. Un’altra difficoltà? Il fatto di non essere mai riuscita attraverso i bandi regionali o della Comunità europea a beccare un quattrino: è stata una cosa che ci ha un po’ rallentato. In altri posti con dei consulenti che ti seguono, con strutture che funzionano e che aiutano questo tipo di start up, puoi accedere a finanziamenti che già la Comunità europea ha stanziato. Noi abbiamo invece dovuto fare sempre tutto da soli. Per carità ne sono fierissima, però a volte mi chiedo: dove saremmo arrivati se fossimo stati in un altro posto?».

«Credo fermamente nella mia terra – aggiunge poi -. Credo che esista, nascosto o meno, il germe per ritornare ad essere protagonisti. Farò del mio meglio per portare un pezzo di Calabria sempre nelle mie creazioni come lo porto nel mio cuore. Il mio sogno è di spronare tanti altri a mettersi in gioco, a fidarsi, a crederci, a creare rete, unirsi, scambiarsi idee per crescere insieme, forti e solidi, recuperare ed innovare per dare vita a un grande network calabrese di sviluppo. Sono una modellista di abbigliamento, e devo ammettere che è un lavoro ben cercato e pagato, non fai difficoltà a trovare un posto, è piuttosto richiesto – aggiunge in conclusione Flavia -. Se avessi fatto la semplice dipendente mi sarei evitata tante rogne, ma è anche vero che faccio quello che amo e che ho sempre sognato e che oggi cerco di fare diventare sempre più realtà».

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