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Il modello per dare “rifugio” ai migranti in mare proposto da Nicla Esposito

"Per il futuro mi basta essere in grado di far bene il mio lavoro"

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È da poco balzata agli onori della cronaca per la sua Sul limite dell’accoglienza – modello di un rifugio per migranti in mare in acque internazionali (relatore Prof. Arch. Alessandro Villari, correlatore Ing. Stefano Milanesi), la tesi con la quale Nicla Esposito, 26 anni, di Sellia Marina, ha conseguito la laurea magistrale in Architettura presso l’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria.

Tema attualissimo, di cui il giovane architetto selliese ha saputo appropriarsi, lanciando così un’idea che potrebbe risolvere le contrapposizioni tra gli Stati e garantire ai migranti soccorsi più adeguati.

Di cosa si tratta?

È una possibile soluzione al gap geopolitico che investe ormai l’Europa in merito al tema sociale delle migrazioni e, agli accordi che gli Stati di frontiera e la stessa UE non riescono a raggiungere.

Concretamente, è un modello di rifugio, un vero e proprio hotspot in mare, nonché una risposta alle inibizioni dei governi o alle incomprensioni tra le zone SAR sovrapposte (entrambi causa dell’incremento dei morti e dispersi in mare). È definibile anche, in questo senso, come un place of safety.

Il modello nasce da un concept definito da un cerchio aperto, metafora della terraferma (“contenitore”) che accoglie il migrante (“contenuto”). Il tema si traduce nella scissione del cerchio in tre moduli, con all’interno distribuite le funzioni principali (identificazione, screening sanitario, recovery room; refettorio, spazio conviviale, spazi per il culto; dormitori per i migranti e gli operatori), posti su una piattaforma galleggiante. I moduli sono sollevati rispetto al piano iniziale, per favorire il passaggio dell’acqua in caso di moto ondoso notevole, senza che i moduli stessi vengano intaccati. Il concetto di “contenitore e contenuto” si riscontra anche in alto,  attraverso un guscio protettivo esterno che contiene i tre moduli e che in sede di progetto è stato definito progressivamente semitrasparente per la modularità della luce. Spazi accessori garantiscono la comunicazione con l’esterno, l’approvvigionamento sanitario, di viveri, di carburante, elettrico, l’assistenza in caso di emergenza con elisoccorso, la presenza di una sala mortuaria.

Quali sono i costi per realizzare tutto questo?

Il livello di progettazione è di tipo definitivo, tuttavia una stima di massima è stata ipotizzata ed il costo per il modello finito potrebbe aggirarsi intorno ai 5 milioni. Notevole ma conveniente, se si pensa che sostituire la piattaforma direttamente con una nave comporterebbe un costo maggiore.

E l’ “investimento” umano e personale per mettere in piedi un progetto del genere cos’ha comportato?

Ho scelto di fare l’architetto con l’idea – e il desiderio – che il mio lavoro dovesse servire più agli altri che a me stessa, motivo per il quale ho voluto ardentemente che il mio progetto avesse un fine sociale. Scegliere un tema così forte, contrastato e dibattuto quotidianamente, ha comportato innanzitutto maggiore consapevolezza, dei fatti, delle motivazioni, dei dati e anche che potesse essere un tema troppo caldo e soggetto a forti opposizioni. E poi un cambio di prospettiva: ho osservato i fatti dal punto di vista del migrante che è sopravvissuto e che ha raccontato di quello che invece non ce l’ha fatta. Confesso che se di fronte ai fatti di cronaca questo ha comportato maggiore rabbia e fervore nel portare avanti l’idea progettuale, chiusa in camera con alla mano schizzi ed elaborati ha comportato invece qualche momento di commozione per la disperazione ed il coraggio che si leggono negli occhi dei popoli in fuga. Sono tanto grata alle ONG che danno loro aiuto e speranza.

Cosa ti aspetti dal futuro?

Questa è difficile. Scelgo di non aspettarmi nulla, se non di agire per poter divenire. Quindi intendo imparare ancora, scoprire, osservare, riempire il mio bagaglio culturale e metterlo a disposizione del mio lavoro. Che, come ho detto, deve servire a far star bene gli altri. Ecco, per il futuro mi basta essere in grado di far bene il mio lavoro (che non è solo lavoro, è passione pura). Direi che può essere un buon punto di partenza, no?

 

 

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