Sequestro Dia a Babbino, parla Mirarchi: “Controllavamo tutte le discoteche e i locali da Roccelletta a Stalettì”

Nelle carte del provvedimento emesso a carico dell'imprenditore di Vallefiorita tutti i retroscena delle attività criminali del clan

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Un’impresa di tinteggiatura e lavori edili, un circolo privato, un’associazione culturale, un terreno edificabile, diversi immobili e veicoli oltre a conto correnti, assicurazioni.

Esistono tutti i presupposti normativi, secondo il giudice Sara Merlini che ha firmato il decreto di confisca di I grado non definitiva a carico di Luciano Babbino, per consentire alla Dia, che aveva già proposto la  misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale, poiché, si è instaurato un procedimento a carico dell’indagato che non può dimostrare la provenienza dei beni.

Babbino è stato infatti condannato a seguito del processo seguito all’operazione Jonny, con sentenza emessa dal Gup alla pena di 12 anni per aver avuto un ruolo verticistico di organizzazione e e direzione, al clan ‘ndranghetistico Bruno.

Ma è ancora Santino Mirarchi a spiegare quali fossero gli interessi malavitosi di Babbino.

I contrasti tra il gruppo criminale di Roccelletta e quello di Vallefiorita

Il collaboratore di giustizia Santino Mirarchi infatti, durante i suoi interrogatori,  evidenziava i contrasti tra il gruppo Catarisano ed il gruppo di Vallefiorita e ciò anche per vicende che avevano portato all’omicidio di Massimiliano Falcone.

Mirarchi riferiva  che durante un incontro a Vallefiorita alla presenza di Nico Gioffrè e Luciano Babbino, oltre a discutere di un’attività estorsiva da compiere ai danni di un’azienda con sede nel quartiere Sala di Catanzaro, su indicazione dello stesso Babbino, si parlava di controversie sorte con gli esponenti di Roccelletta di Borgia, e Luciano Babbino manifestava i, timore di ritorsioni sanguinarie da parte del gruppo contrapposto di Roccelletta, confidando che gli omicidi di Pino Babbino, Massimiliano Falcone, Salvatore Cossari erano riconducibili al gruppo di Roccelletta.

Nel corso dell’incontro Santo Mirarchi, Nico Gioffrè e Luciano Babbino, durante il quale tra l’altro discutevano di un danneggiamento da fare ai danni di un altro imprenditore per conto di un altro sodale della cosca Bruno. Lo stesso babbino proponeva di far ricadere la colpa sula cosca di Roccelleta di Borgia, mettendoli in tal modo in cattiva luce con gli esponenti di Isola Capo Rizzuto.

Le finte liti in discoteca per indurre i proprietari a rivolgersi al clan di Vallefiorita per avere protezione

Sempre Mirarchi rivela che un imprenditore in particolare, proprietario di un marmificio, di un ristorante e di un B&B, pagava somme a titolo estorsivo proprio a favore di Babbino. Sempre su incarico di Babbino, Mirarchi racconta, di aver inscenato una lite in una nota discoteca della costa Jonica con soggetti di etnia rom e ciò al fine di indurre i proprietari della discoteca a rivolgersi per la protezione a Babbino, in rappresentanza del gruppo criminale che controllava la zona ricompresa nel territorio della fascia Jonica catanzarese, come pure nei confronti di stabilimenti balneari di Stalettì e Copanello.

Altra estorsione effettuata su incarico di Nico Gioffrè, sempre nell’interesse di Luciano Babbino, era stata compiuta a luglio 2015, sempre inscenando una lite presso la discoteca/lido balneare di Squillace, i proprietari anche in quel caso di rivolsero alla cosca per avere protezione. A buon fine era invece andata subito la richiesta rivolta d un altro gestore di locali notturni che già conosceva i soggetti a cui continuava ad elargire somme di denaro per “stare tranquilli”. Ma le estorsioni potevano essere compiute anche per fare scambi di favore con le cosche Arena di Isola Capo Rizzuto, come l’atto contro un caseificio.

Il costo sociale di quella “tranquillità” garantita dai clan

Dai verbali di interrogatorio di Santino Mirarchi emergono quindi sempre nuovi elementi utili a sottolineare il clima di terrore in cui molti imprenditori erano costretti a lavorare alcuni anni fa ma anche l’evidenze reticenza a denunciare, preferendo la via “più comoda” ancorché più dispendiosa, del pagamento di quanto richiesto “per stare tranquilli”.

Una tranquillità apparente che ha avuto costi altissimi non solo per chi ha pagato in denaro, ma per tutta la comunità.

 

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