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A cena con gli ucraini: come sentirsi a casa

Alina, il suo pensiero va ai nipotini, strappati dalla loro casa e dal loro papà, ma soprattutto al suo popolo rimasto a difendersi nei bunker

Hanno voluto preparare loro stesse la cena agli amici italiani, con tanto di pizza, tortellini fatti a mano e insalata russa, senza dimenticare il tiramisù abbinato al limoncello in onore del popolo ospitante. C’era poi un motivo in più per ritrovarsi insieme: Olga, Julia e il piccolo Matteo di quattro anni partiranno a breve per Leopoli, e non si sa se e quando torneranno di nuovo in Italia. E dire che non sono trascorsi neanche due mesi dal loro arrivo a Catanzaro, grazie all’intervento immediato di don Pino Silvestre, fondatore dell’associazione “Monsignor Oscar Romero”, che a titolo personale si è prodigato per mettere sin da subito a disposizione i locali della Chiesa del Monte dei Morti di cui è rettore, per dare a due famiglie una dignitosa accoglienza senza incorrere nella farraginosa macchina burocratica.

Il gesto spontaneo del sacerdote ha trovato pieno sostegno da parte della diocesi, proprietaria dei locali, contagiata, assieme alla comunità parrocchiale, dall’ondata di affetto e di riconoscenza che le due famiglie ospitate dimostrano ogni giorno con gesti e sorrisi sinceri. Per le parole si affidano invece ad Alina, il loro punto di riferimento a Catanzaro, la città in cui presta lavoro come badante da ben venti anni. “Quando ho visto il pericolo che correvano i miei familiari, mi sono immediatamente attivata per farli arrivare fin qui, dopo ben trentasei ore di viaggio in pullman – racconta Alina – Ed ora mia cognata, con la nuora ed il nipotino, farà ritorno a Leopoli perché rischia di essere licenziata e non può permettersi di perdere il lavoro al Policlinico. Speriamo vada tutto bene”.

A rimanere qui saranno la nuora Lilia, con i due figli, Diana e Danilo, di dieci anni e mezzo e sette anni e mezzo: entrambi continuano a frequentare le lezioni online, mantenendo il legame con la propria scuola, ma non si tirano indietro davanti a momenti di socialità che di volta in volta vengono proposti da parrocchiani e volontari. Danilo adora andare a Lido e ammirare il mare, Diana ama ballare, ma ha una terribile nostalgia del papà, rimasto come tutti gli uomini fino ai sessantacinque anni a lavorare e, all’occorrenza, a difendere l’Ucraina dagli attacchi russi. “Mio figlio ci tiene aggiornati ogni giorno su quello che succede nel nostro Paese – continua Alina – Oggi, ad esempio, è suonato due volte l’allarme su Leopoli, e temiamo sempre per le loro vite. Il nostro desiderio più grande è quello di tornare, già un milione di profughi lo sta facendo, e di vivere in piena libertà. Non avrei mai pensato che Putin sarebbe arrivato a questo, a gettare le bombe sulle persone indifese. Ed è peggio di Hitler, perché nega l’evidenza e continua a descrivere un mondo fantastico e immaginario che non esiste”. Si altera Alina, soprattutto al pensiero di quanti sostengono la propaganda russa senza informarsi correttamente, senza ricercare altre fonti per analizzare i fatti e così ragionare: il suo pensiero va ai nipotini, strappati dalla loro casa e dal loro papà, ma soprattutto al suo popolo rimasto a difendersi nei bunker. “Lo stress che stiamo vivendo in questi mesi ci segnerà per sempre: anche i bambini, appena giunti qui, hanno chiesto se gli aerei che vedevano in cielo fossero mandati da Putin – e mentre Alina continua nel suo racconto, le altre preparano in cucina e i bambini si sfidano a contare più numeri possibili in italiano ed a suonare la tromba e la chitarra.

Don Pino, intanto, li guarda ammirato: “In loro vedo Cristo, a testimonianza che, laddove c’è la diversità, c’è la vera ricchezza. Vederli ridere e giocare mi riempie di gioia, ma ancor più vederli servire messa accanto a me ogni domenica. Dimostrano, infatti, una comunanza di valori e di fede davvero commovente. Mi auguro che possano tornare presto alla normalità”. E mentre siamo seduti a tavola, il piccolo Matteo si alza all’improvviso e recita l’Ave Maria in ucraino: un segno di rispetto nei confronti degli ospiti, ma soprattutto di attaccamento al proprio Paese in cui è pronto a far ritorno.