Agesci, il capo scout Italia Marano: “Orgoglioso di far parte dell’associazione”

Rinnovato impegno verso la pace, maggiore coinvolgimento dei giovani, ricerca di nuovi percorsi, al passo con i tempi gli obiettivi

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Nel corso dell’ultimo Consiglio Generale dell’AGESCI, tenutosi a Sacrofano (RM) dal 2 al 5 giugno scorso, è stato eletto Fabrizio Marano, del gruppo Catanzaro 4, come Capo Scout d’Italia. Per conoscere meglio il suo percorso ma anche gli obiettivi associativi che porterà avanti nel prossimo quadriennio, lo abbiamo intervistato. Di seguito le sue dichiarazioni

Ripercorrendo a ritroso il suo cammino in AGESCI, qual è stata la scintilla che ha acceso la sua voglia di far parte di questa aggregazione laicale?

“Faccio parte di tale aggregazione laicale dall’età di 12 anni e la cosa che sin da subito mi ha colpito è stata la naturale voglia di vivere l’avventura che vedevo nei ragazzi del gruppo scout e che frequentavano la mia stessa parrocchia, San Giovanni. Successivamente, da adulto, da capo, ho sempre avvertito la passione di lavorare con i giovani, la capacità di mettersi in gioco, a vivere la comunità e ad orientare la propria vita verso gli altri. Quest’ultima cosa mi ha, poi, sempre motivato a continuare il percorso da educatore.”

Cosa ha provato nel momento in cui ha ottenuto il prestigioso incarico nazionale di Capo Scout?

“Quando sono stato eletto ho provato diverse emozioni. Poco dopo, ho guardato le persone che mi circondavano e l’esplosione di gioia che albergava nei loro occhi. Quest’ultima cosa mi ha fatto sentire orgoglioso di far parte dell’associazione ma, ancor di più, mi ha convinto nell’aver detto Si a questo incarico. La cosa più bella, però, si è verificata poco prima dell’elezione, quando ho incontrato alcuni capi calabresi, i quali mi hanno detto: non importa se non vinciamo, l’importante è essere qui. Ciò a dimostrazione del fatto che fosse importante far vedere la storia e l’esperienza dello scautismo calabrese a livello nazionale, al di là dell’ottenimento dell’incarico. Il clima vissuto e l’aver condiviso questo percorso con lo scautismo regionale, spero che incoraggi una messa in gioco dei capi nel servizio verso l’associazione.

Quali sono gli obiettivi che, come Capo Scout, sulla base degli orientamenti associativi, si propone di raggiungere nel prossimo quadriennio?

“Il servizio che ho iniziato non può prescindere dal bagaglio che porto dentro di me delle esperienze maturate sia fuori dallo scautismo che nello scautismo, a vari livelli. Ciò perché, sicuramente, fungeranno da ingredienti, che si tradurranno in attenzioni e sensibilità che cercherò di mettere in gioco nelle scelte che fa l’associazione in termini di temi e di progetti. Questo tipo d’incarico non prevede degli obiettivi personali ma la cura e l’accompagnamento degli indirizzi nazionali da seguire negli anni a venire. Alla luce dei recenti documenti approvati al Consiglio generale di giugno, vi sono: un rinnovato impegno verso la pace; un maggiore coinvolgimento dei giovani in termini di partecipazione e costruzione delle idee progettuali; la ricerca di nuovi percorsi, al passo con i tempi, per portare l’Annuncio; un impegno ancora più convinto sui temi dell’educazione, a partire dalla rilettura del Patto Associativo (il documento di riferimento per gli educatori Agesci); la comprensione ancora più consapevole del nostro ruolo all’interno del Terzo settore.”

Secondo lei, per quale motivo, ad oggi, è così complesso avvicinare i giovani alla partecipazione attiva all’interno delle aggregazioni laicali?

“Io credo che oggi non sia più difficile di ieri raggiungere i giovani, perché è una giusta difficoltà che interpreta un aspetto generazionale che c’è sempre stato. Il punto, però, è che non vi deve essere la preoccupazione di avvicinarli ma di andare, come diceva Papa Giovanni XXIII, lì dove sono i loro luoghi di incontro e, in questo, sono i giovani stessi a diventare missionari presso i giovani, i loro coetanei. Il loro protagonismo è presente anche oggi, non c’è una crisi, c’è piuttosto una legittimazione da dover offrire loro. In tal senso, le aggregazioni laicali si devono organizzare e devono essere composte da laici che non hanno paura di far ciò. Alle volte, i problemi non sono i giovani ma gli educatori che non hanno voglia di mettersi in gioco con giovani, forse per la paura di essere messi in discussione da loro. Se oggi uniamo una fragilità negli adulti a quella che è una normale situazione dei ragazzi, il problema è trovare quei luoghi che ci mettono in comunicazione e aprono alla fiducia reciproca. Anche la pandemia ci ha dimostrato che quei luoghi che noi demonizzavamo, cioè i social, oggi sono uno strumento che noi adulti utilizziamo, ci sono utili e ci sono stati insegnati proprio dalle giovani generazioni. Infine, incoraggiati dall’esempio di Papa Francesco, all’indomani del Sinodo dei Giovani, dobbiamo sostenere che i giovani sono già la nuova società e non bisogna mettersi di traverso a questa realtà, ma fare spazio e valorizzare i loro progetti e renderli protagonisti reali.”

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