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Villa Margherita/4, Un viaggio tra i contenitori culturali custoditi nello storico polmone verde

Tanto amata e altrettanto trascurata, Villa Margherita è una nobile decaduta che, nel difendere altera la sua bellezza, disdegna il presente e sogna un futuro degno dei trascorsi fasti. Ma arrivano buone nuove, e fondi a seguito, che fanno ben sperare

La funzione democratica di Villa Margherita e la biblioteca De Nobili

di Clara Varano

Villa Margherita era il cuore della ripartenza dopo l’Unità d’Italia. La famiglia De Nobili acquista questo palazzo nel 1863 con annesso il suo giardino condiviso con il convento delle Clarisse.

Siamo nel centro del centro ed il giardino è stato il centro del centro, anche se oggi lo è molto di meno. Quindi la Catanzaro post Unità d’Italia riparte da qui.

“Palazzo comunalespiega Salvatore Bullottaprima era sul corso vicino all’Immacolata. Poi tutto è cambiato, c’è stato l’acquisto di questo palazzo. La cosa importante è che l’amministrazione Comunale decide di costruire una villa Comunale. Un segno di civiltà. Un giardino pubblico, non più del signore o del convento, ma per i cittadini”. Una svolta che riguarda le città. “Pensiamo a villa Borghese a Roma – continua –, qui è accaduto in piccolo. Il senso è quello: dare ai cittadini della nuova Italia la possibilità di fruire di un posto salutare, bello, perché arricchito con vasche, fontane e opere d’arte con una cornice celebrativa” fatta dai busti dei calabresi illustri che hanno fatto il risorgimento, da qui la funzione educativa post-unitaria per il popolo, con intitolazione alla regina Margherita. Un risanamento del centro storico, dunque, imponente alla fine del ‘800, di cui la villa è il fiore all’occhiello. Una cornice dei momenti di saluto tra cittadini, spesso celebrata con la foto. “Tutti – ricorda lo storico – vanno a fare le foto in villa e questo resta anche fino alla fine del ‘900”.

 

Una funzione collettiva e democratica: c’è il signore, ma anche il poveraccio che può portare la famiglia la domenica con il vestito buono. Un grande esperimento sociale che riguarda la ripartenza delle città dopo l’Unità d’Italia.

Michele Marullo e Salvatore Bullotta
Michele Marullo e Salvatore Bullotta

Qualche tempo dopo nasce la biblioteca nel palazzo Comunale, di cui il benemerito Filippo De Nobili è il primo direttore, iniziatore di questo esperimento. “Nasceevidenzia Bullottada un fondo della famiglia e anche dalle donazioni, come quelle di Paolo Emilio Tulelli, che via via i personaggi e gli intellettuali, si ricordano della città donano nel tempo e nei decenni i loro fondi privati”. Questa è la biblioteca che nasce nel seno di Palazzo De Nobili, da nuclei privati e che diventa pubblica. Un’altra apertura verso la collettività. Nel corso del ‘900 si trasferisce nell’attuale sede.

Nella biblioteca comunale negli anni in cui non c’erano altri contenitori culturali e teatrali come il Politeama o il Comunale, ha svolto la sua funzione di supplente nella necessità di incontro per i cittadini. Si faceva musica, si organizzavano recite. Si andava oltre il libro. C’era una contaminazione dei linguaggi, un nido all’interno del quale la comunità catanzarese poteva crescere a 360°.

La biblioteca sottolinea Bullotta “mantiene la sua funzione di aggiornamento ed è giusto che sia così. Io da esterno dico che ha bisogno di spazi per estendere il proprio catalogo, per contenere il suo deposito librario, la spina dorsale di una biblioteca. Una biblioteca non è un pezzo da museo, ma un organismo vivente che vive e deve progredire e continuare a crescere.
Probabilmente non è la più grande biblioteca della Calabria, ma certamente è quella con la collazione in un contesto ambientale più privilegiato”.

Una città come Catanzaro e la sua amministrazione (qualunque sia il colore politico di riferimento), quale obiettivo deve porsi rispetto ad una biblioteca come la De Nobili? “Implementare il personale qualificato, ma soprattutto, considerando il policentrismo della città, estesa ormai in più punti, con città nella città, immaginare una seconda biblioteca o una sede bibliotecaria nel quartiere Lido, dove è fondamentale. Non si tratta di rendere comodo il cittadino, ma stimolarlo, facendolo accedere a ciò che è di primaria necessità della vita quotidiana”.

Michele Marullo
Biblioteca Villa Margherita

Il bene prezioso della Biblioteca De Nobili

La biblioteca comunale De Nobili, non è solo un luogo dove si conservano i libri che vengono letti e dati in prestito, qui vengono conservati i documenti storici della città. Nel corso della nostra visita abbiamo avuto la possibilità, colloquiando con Michele Marullo, direttore della biblioteca dal 2015, di entrare nel cuore della stessa, ammirando i cinque piani della catalogazione (ben 150mila volumi), osservare da vicino sentendone il profumo, il famoso libro rosso (un tomo antico rilegato in velluto rosso, appunto, contenente documenti, benefici, atti notarili che vanno dal ‘400 al ‘700), ma anche il fondo Placanica. Tutti beni che sono nello scrigno che è la De Nobili.

La biblioteca possiede un fondo pergamenaceo, il fondo storico De Nobili, la miniera delle memorie orali, poi trascritte su diarie, cronache, che narrano della città. “Ha sempre svolto un importante ruolo nell’ambito della vita culturale catanzaresespiega Marullo fino al blocco del Covid. Abbiamo, negli anni, cercato sempre di organizzare rassegne, eventi, presentazioni di libri e ora ripartiamo con i limiti imposti con ‘Parole, voci e suoni di Calabria’. Tutte le attività che deve fare un ente come il nostro”.

Un ente che dopo tanti anni di attività, però, come molti altri uffici, ha risentito della cosiddetta “Quota Cento” ed è rimasto senza bibliotecari. Il direttore, dunque, è solo e per ora non si parla di reintegrare i dipendenti qualificati, che per il momento vengono sostituiti dal personale della Catanzaro servizi, che nel tempo si è qualificato, lavorando da 20 anni in biblioteca, e oggi, se solo avesse il titolo potrebbe tranquillamente sostituire un bibliotecario comunale.

“Dopo tantosottolinea il direttoreil personale è andato in pensione. Cerchiamo di fare il nostro lavoro come meglio possiamo, anche perché il nostro è un patrimonio importantissimo e ospita più di 150mila volumi oltre al materiale multimediale: cd, videocassette e simili”.

Da sempre, infatti, la De Nobili è stata un punto di riferimento per gli studiosi e per gli intellettuali della città. “C’è un grande fondo monoscrittoelenca lo studioso poi ci sono gli incunaboli, un grande fondo di cinquecentine, c’è inoltre tutta la parte del libro moderno, che abbiamo incrementato grazie ai bandi cui abbiamo partecipato e che ci hanno consentito di avere risorse da poter spendere”.

Dunque è grazie ai fondi istituzionali, ma anche grazie alle donazioni, che la biblioteca porta avanti il suo lavoro.

“Sulle donazionirimarca Marulloabbiamo sempre fatto un discorso chiaro., a parte lo spazio, ogni biblioteca deve fare una valutazione di ciò che viene proposto. È stata proposta la qualunque, ma chiaramente noi non possiamo accettare tutto. Prima di farlo chiediamo un elenco dei volumi, per capire se si tratta di volumi funzionali a ciò che c’è all’interno della biblioteca o no”.

 

Il March e i suoi tesori

di Clara Varano

Il Museo Provinciale di Catanzaro viene istituito dopo l’Unità d’Italia, quando si afferma un nuovo concetto di territorialità Nazionale, che porterà al coinvolgimento degli enti locali nella creazione di istituzioni culturali. Lo Stato appoggiò senza riserve la creazione di musei comunali e provinciali per invertire la tendenza accentratrice dell’Amministrazione borbonica che nei decenni precedenti aveva impoverito il patrimonio provinciale trasferendo i reperti a Napoli. Il museo dinastico lascia il posto al museo territoriale.

La creazione del Museo ha dato inizio, quindi, ad un sistema pianificato di ricerca archeologica finanziata dallo Stato ed affidata per la prima volta a ispettori che hanno registrato in maniera scientifica i risultati delle ricerche.

La giornata di studi dedicata alle collezioni archeologiche del Museo, organizzata dalla Società 4Culture e dalla società E bag, con Simona Cristofaro e Andrea Perrotta, nasce per dare conto alla cittadinanza del lungo lavoro svolto, nei passati anni, alla ricerca di questa documentazione, utile ad identificare e ricostruire, dove possibile, i contesti di scavo, o la storia delle collezioni private da cui ha avuto origine la raccolta museale.

Un gruppo di archeologi coordinati da Alessandro Russo, responsabile scientifico del riallestimento, ha riorganizzato le collezioni inserendole in un percorso cronologico, all’interno del quale sono stati ricostruiti i contesti archeologici e la genesi delle collezioni private.

Alessandro Russo
Museo March

Attraverso brevi e sintetici interventi, Carmelo Colelli, Francesco Cristiano, Francesco Cuteri, Angelo Esposito, Viviana Germana Mancusi, Aba Muleo, Alfredo Ruga, Maria Saveria Ruga, Alessandro Russo e Rossella Scavello, racconteranno la storia dei reperti e del territorio catanzarese in età antica.

Una realtà che così com’è da fine dicembre potrebbe cambiare a causa della scadenza della convenzione con la società che ora gestisce il museo. “Non è che finisca la convenzione e il museo finisce quispiega Simona Cristofaro di 4Culturema in questi anni non è stato facile”.

Quando inizia il progetto di valorizzazione del museo di parte dall’anno zero con l’archeologico. “Noisottolinea Cristofaroprendiamo una struttura che apriva con un dipendente e non aveva uno storico. Abbiamo investito con una nostra idea di valorizzazione che era legata alla gestione del San Giovanni, perché in occasione delle mostre che noi organizzavamo facevamo questo pacchetto combinato, portando da una linea piatta ad un picco”.

L’ultima volta che c’è stato un biglietto a pagamento nel museo archeologico è stato nel 1928, fino al nostro arrivo. Dal ’28 al 2017 non c’è stato un biglietto a pagamento.

“Abbiamo deciso di introdurre un bigliettodicono Simona e Anthony non per i lauti guadagni, perché il March non vive di questo, ma perché è una forma di responsabilità civile nei confronti del museo e di chi ci lavora, dietro al quale c’è nascosto un mondo, di chi ci lavora, chi fa le pulizie, i servizi che costituiscono il buon andamento del Museo. Il prezzo pieno, poi, è simbolico, perché si tratta di 4 euro ridotti quasi sempre a 2 con convenzioni che alle volte si fa fatica anche a voler pagare”. C’è un’idea diffusa che le mostre, questo succedeva soprattutto i primi anni della  gestione 4Culture, debba essere gratuita. “Non sono d’accordorimarca Simona –. Una cattiva cultura. Si può proporre un ingresso agevolato, ma questo fatto di andare sempre gratuitamente ovunque, ha portato a pensare che qui a Catanzaro si entra senza pagare nei musei e alle mostre.

Dal nostro punto di vista abbiamo una gestione positiva del Museo Archeologico, perché abbiamo associato numerose mostre, eventi collaterali, visite guidate, aderendo a iniziative regionali collaterali, chiaramente non basta, perché devi lavorare almeno con i numeri della regione perché altrimenti non ce la fai”.

In questi anni Simona e gli altri hanno vissuto anche i rapporti con l’ente che amministra il March che è la Provincia. L’Ente provinciale colto nel momento più difficile, cioè quello di passaggio, dopo la riforma Del Rio, in cui una autorità economica e gestionale si è arrivati ad una istituzione esautorato di tutto questo.

“Abbiamo trovato dei funzionari lodevoliracconta Simonache ci sono stati vicini, alcuni più di altri, ma è una questione di volontà, che avevano attenzione verso il March. Il problema, però, è sempre quello: in città si pensa di più agli altri musei della rete provinciale, un po’ meno al Museo Archeologico, che pure è il museo più antico. Il Marca è una costola del Museo Archeologico. Inizialmente era tutto lì, poi nasce l’idea di smembrare perché gli spazi non consentivano un allestimento di entrambe le cose e sono stati creati i due nuclei, ma in realtà è un’unica collezione quella, non bisogna cadere nell’errore di considerare le due cose come separate”.

Simona Cristofaro
Museo March

I problemi negli anni sono stati tanti e notevoli

“Un esempio su tutti ci spiega la studiosa l’accesso per i disabili. Ogni anno ricevo numerose email di lamentela per la questione dell’accesso per i disabili, segnalo la questione, ma nulla. Tanto è rotto e così non funzionerà mai, però non sono mai state trovate risorse da destinare all’acquisto di un nuovo ascensore, né tanto meno hanno fatto lavori per accedere dal retro. Da un punto di vista civile è proprio bruttissimo, perché quando è capitato che sia venuto qualcuno con la sedia a rotelle abbiamo dovuto prenderlo in braccio e lì ti si stringe il cuore perché la faccia la mettiamo noi, ma mi posso assumere responsabilità fino ad un certo punto, perché non posso acquistare io l’ascensore”.

 

Periodo Covid e assenza interlocutore

Poi è arrivato il covid che ha portato ad un calo di oltre il 70% degli incassi e a Dicembre si arriverà al momento di chiusura e “non pensodice Simonache ci sarà un dopo per quanto ci riguarda. È difficile. Perché oggi ci manca proprio l’interlocutore istituzionale. Non possiamo sostituirci noi all’Ente pubblico. Possiamo gestire i servici classici, ma non possiamo fare lo straordinario mettendo mano alla struttura occupandoci noi dei problemi intrinseci. Scade la convenzione. Fra un mese scade e bisognerebbe iniziare a parlare di proroghe, ma in Provincia con chi se ne parla? Forse nella loro scala delle priorità si dedicano a cose più urgenti e il museo non è tra quelle. La provincia può decidere di chiudere, di mandare un suo dipendente, può decidere di fare un nuovo affidamento. Può fare quello che vuole.

Disposti a continuare? “Così come è adesso, non lo so, perché sono stata troppo sola. Il mio problema più grosso, oggi, è non avere una interlocuzione chiara”. Per fare un esempio? “Abbiamo inaugurato la mostra di Bix e non è venuto nessuno. Qualcuno poteva essere mandato come delegato. Non è compito mio indagare sulle dinamiche, faccio l’imprenditore, ma il silenzio mi fa presagire che qualcosa inibisce la gestione. Credo che tutti i musei della città siano sulla stessa barca, ma se parlo del mio questo è quello che manca principalmente. Per la passione che nutriamo noi di 4Culture per il nostro lavoro e il rispetto che abbiamo per i beni che gestiamo per me è una ferita dolorosa. Immaginare di chiudere una struttura così antica, ma non la chiudo io, e comunque la mia convenzione ad un certo punto finisce indipendentemente da me ci deve essere un’idea. La Provincia dice di avere una rete museale provinciale poi in cosa consiste, in effetti, non l’ho mai capito perché in tanti anni non l’ho mai capito perché non siamo mai stati chiamati a fare una riunione collettiva i tanti gestori dei musei, quindi che è?”.

Museo March

Il museo e le sue collezioni 

La Preistoria: La maggior parte dei reperti appartenevano in origine ad un’unica collezione, costituita alla fine del XIX secolo, da Giuseppe  Foderaro e donata per disposizione testamentale al Museo. La collezione comprendente 393 manufatti litici locali, editi in parte dallo stesso Foderaro.1 Sono da attribuire ad altro territorio invece i 146 strumenti di varia tipologia provenienti da siti centro-settentrionali e frutto di scambio tra studiosi e ricercatori del tempo.

La comparsa di tali tipologie di manufatto in pietra levigata avvenne  intorno ad X millennio a.C. a seguito di modificazioni sociali, che portarono al passaggio da un sistema economico di caccia e raccolta di vegetali spontanei, ad un sistema fondato sulla produzione  agricola e sull’allevamento. La lavorazione della selce, adatta ad una serie limitata di strumenti quali falci falcetti e piccole punte di freccia, adatte alla caccia, venne affiancata dalla produzione di utensili in pietra levigata di maggiori dimensioni e adatti a lavori più pesanti.  L’area Calabrese risulta ricca di manufatti di tale natura grazie all’abbondante presenza di rocce tenere e cristalline adatte alla fabbricazione di asce, accette, accettine e scalpelli, che spesso possono assumere oltre al valore reale anche un valore rituale, come elemento di scambio tra insediamenti anche molto distanti tra di loro.

La Protostoria : I reperti in bronzo e ferro, rinvenuti nel territorio di Catanzaro e nel territorio di Crichi, insieme ad un nucleo altrettanto numeroso conservato nei depositi, consistono in corredi funerari completi o parziali, databili tra il IX e VIII secolo a.C. I reperti dal territorio di Crichi, di gran lunga i più numerosi di questo periodo, appartenevano alla collezione Foderaro. Essi permettono di situare a Crichi un insediamento dalla lunga storia evolutiva le cui origini risalgono al IX secolo a.C. con uno sviluppo continuo, seppur con alterne vicende non ancora del tutto chiare, fino all’età romana imperiale.

Tra la prima e la seconda età del ferro (X-VIII sec. a.C.)  siti come Crichi e Tiriolo giocarono un ruolo fondamentale nel panorama insediativo di quest’area tra la costa e la via dell’istmo. Provengono da questi due siti i medesimi materiali di bronzo che caratterizzano i corredi funerari maschili e femminili degli altri importanti siti stanziali dell’età del ferro calabrese (Amendolara, Francavilla Marittima, Torre Mordillo) con la differenziazione del corredo tra l’uomo e la donna. Le tombe maschili sono caratterizzate dalla presenza di armi e ornamenti, nelle più antiche sono frequenti  le asce ad occhio e successivamente spade, lance, puntali, coltelli, rasoi, fibule.

La Magna Grecia: pochi, ma significativi, i reperti ceramici riconducibili a importazioni greche e a produzioni locali magno greche, recuperati da scavi effettuati dalla Commissione Conservatrice per le Antichità. Figurano nelle collezioni alcune rare importazioni di ceramica corinzia e attica e alcuni esemplari di ceramica italiota, databili in un ampio arco cronologico che va tra il VII e il IV sec. a.C.

Museo March

Tra i materiali di maggior pregio il frammento di una tegola in marmo proveniente dall’Heraion di Capo Lacinio.

I Brettii: I materiali brettii esposti provengono dagli scavi di Tiriolo, effettuati dal Marchese Le Piane alla fine del XIX sec. La posizione topografica del monte di Tiriolo, al centro dell’istmo calabrese, risulta essere di importanza strategica poichè permetteva di controllare entrambi i versanti costieri, quello ionico e quello tirrenico. La posizione ha favorito una lunga e costante occupazione del territorio con un insediamento che ha origine in periodo neolitico e si protrae fino al III a.C.

Il Museo conserva una selezione di materiali tra cui un corredo funerario con strumenti miniaturistici in piombo, databile al III sec. a.C., una selezione di terrecotte architettoniche tra cui una serie di antefisse a testa femminile e una matrice per la loro produzione in serie, che dovettero decorare un importante edificio forse pubblico, da situare in località “Donnu Petru”; Nella vasta selezione di materiali fittili e di metallo si segnala in particolare una serie di piccola bronzistica e coroplastica, tra cui una statua vestita di lungo peplo, in bronzo fuso, due cavallini in bronzo e una laminetta di piombo con il testo di una defixio, ovvero una maledizione, redatta in lingua osca.3

A questa fase appartiene uno dei reperti più significativi del museo, l’elmo di bronzo, datato alla fine del IV sec a.C.,  ritrovato dal Marchese Le Piane durante una ricognizione a seguito di uno smottamento in località “Donnu Petru” nel comune di Tiriolo e probabilmente pertinente al corredo sepolcrale di un guerriero brettio. L’elmo conserva una decorazione raffinatissima ottenuta a sbalzo e cesello: sulla paranuca vi sono rosette e girali vegetali nascenti da un cespo di acanto, sulla fronte vi sono i resti di ciocche di capelli intermezzate da foglioline di edera.

Età romana: saranno allestiti i reperti di età romana rinvenuti nel territorio, in particolare tre lotti di materiali da Scolacium, Strongoli, Nicotera e Crotone, con alcuni altri reperti da rinvenimenti sporadici, e non localizzati.

Il reperto più importante di questa fase cronologica e la statua equestre in bronzo, rinvenuta alla fine dell’ottocento nella località Pianette di Strongoli, di essa si conservano la gamba sinistra, il piede destro e parte del panneggio della parte inferiore del corpo del cavaliere. Il destinatario della  scultura equestre è da identificarsi con  Manius Megonius Leo, (Manio Megonio Leone), ricco latifondista, vissuto sotto l’imperatore  Antonino Pio (138-161 d.C.), il quale ricoprì numerose cariche pubbliche municipali e si rese benemerito per i numerosi lasciti verso la cittadinanza di Petelia, tanto da meritare un segno di particolare distinzione, ovvero una statua equestre, tipica raffigurazione dei dinasti e dei condottieri. A seguire i restanti materiali di provenienza petelina tra cui si segnalano, come di particolare interesse, le due stele  di marmo provenienti dall’abitato. Delle due quella che desta maggiore interesse è la prima con epigrafe funeraria dedicata ad una donna appartenente alla nota e già citata famiglia dei Megonii. La particolarissima sagoma con coronamento a disco inserisce questa stele nella tipologia detta “columella”, che riproduceva in astratto la sagoma umana.

Numerosi anche i reperti di età romana rinvenuti in ricerche presso l’area dell’attuale parco archeologico di Scolacium tra cui si segnala la presenza di una bottiglia di bronzo, frammenti di lucerne a disco e una serie di bolli laterizi, oltre ad una selezione tipologica di materiali dedicata alle produzioni tipiche dell’età romana: una selezione di vetri, lucerne, antefisse, bronzi e monili.

Età medievale: l’esposizione dei reperti di età medievale, consistenti in una ricca collezione di brocchette acrome e di alcuni esempi di monili, vetri e frammenti musivi, di provenienza incerta concludono l’esposizione. Tra di essi il reperto di età medieoevale, più importante della collezione catanzarese, è la bractea aurea con la rappresentazione dell’adorazione dei magi, recuperata tra i ruderi del castello di Tiriolo

 

La ricchezza delle raccolte numismatiche

La collezione numismatica attualmente conservata nel Museo Provinciale, nasce da acquisizioni di collezioni private già formate nel periodo precedente il 1879. Arricchita negli anni successivi ha raggiunto l’importante numero di circa 8000 monete.

Le monete sono attualmente suddivise nelle vetrine secondo un criterio geografico per aree territoriali, da nord a sud. Di particolare interesse è la raccolta di periodo Greco che abbraccia tutti i territori dell’Italia antica e della Sicilia.

Per l’età Romana le monete raccolte, in bronzo e in argento, spaziano dal periodo Repubblicano all’età Imperiale. Il periodo bizantino è presente con una serie di esemplari che rappresentano, quanto più possibile, tutte le epoche e tutte le autorità emittenti.

Il nucleo di monete Normanne e Sveve è stato incrementato in maniera esponenziale nel secolo precedente, con un insieme di esemplari sulla circolazione monetaria in Calabria nel periodo in questione.

Si trovano monete della Campania, tra le quali spicca, oltre a quelle di bronzo, il didramma in argento di Cuma, la più antica fra le fondazioni greche in Occidente, col tipo caratteristico della cozza e di Neapolis con la testa della sirena partenope, monete della Lucania, con gli esemplari in bronzo a nome dei Lucani. Accanto ad essi sono esposti due stateri d’argento di Eraclea, monete in argento a doppio rilievo di Poseidonia, con la figura del dio eponimo Poseidon che scaglia il tridente, e uno statere incuso di Sibari.

Seguono le emissioni dei Brettii. Esse rappresentano una parte cospicua della collezione numismatica del Museo Provinciale, presentando una grande varietà di tipi e arrivando quasi alla completezza. L’esposizione della moneta brettia inizia dagli esemplari d’argento e d’oro. Un alto livello artistico è stato raggiunto nell’emissione dello statere d’argento con le teste dei Dioscuri affiancate al dritto, e gli stessi Dioscuri a cavallo al rovescio.

L’altissimo pregio artistico di queste monete si conferma di seguito, nella dramma e nell’emidramma d’oro. Infine la monetazione di bronzo si chiude con divisionali minori, tra cui il sesto di unità caratterizzato dal granchio, simbolo dei Brettii.

Seguono le monete degli altri centri delle poleis magno greche, tra le quali sono da segnalare lo statere incuso di Caulonia, insieme allo statere a doppio rilievo, caratterizzato dalla cerva al dritto, gli incusi di Crotone col tripode e con l’aquila insieme ad altri esemplari a doppio rilievo. Si prosegue con i bronzi di Hipponion e della colonia latina Valentia, Medma e Nuceria.

Chiudono le monete di Reggio tra cui si segnalano il tetradramma con la lepre  e la biga di mule, quest’ultima ricordo di una vittoria olimpica del tiranno Anaxilas.

Si chiude la rassegna della monetazione del Bruttium con le monete di Terina, e inizia la monetazione della Sicilia, un gruppo di monete, piuttosto composito, oltre ad esemplari d’argento e bronzo delle principali zecche di Sicilia, quali ad esempio Agrigento, Camarina, Catana, Lentinoi, Messana  e Selinunte, un posto di grande rilievo hanno le emissioni di Siracusa. Chiude l’esposizione di monete greche una piccola selezione di emissioni delle isole minori quali Cossura, Lipara e Melita.

Saranno inseriti nel percorso alcuni pregiatissimi esemplari provenienti da zecca greca e punica, ancora nei depositi.

Per le monete repubblicane è stato dato ampio spazio ai materiali che hanno costituito una serie ordinata e abbastanza esaustiva attraverso la quale è possibile cogliere l’evoluzione della monetazione dalle serie fuse del III secolo a.C. fino alle coniazioni di Sesto Pompeo (tra il 45 e il 36 a.C.) e di Marco Antonino [denari legionari (32-31 a.C.)].

Tra le monete più antiche si segnalano le pesanti monete della serie librale fusa, con gli esemplari di triens, quadrans, sextans e unica emesse da Roma tra il 280 e il 276 a.C.

Di notevole pregio, anche per lo stato di conservazione buono, sono alcune emissioni d’argento: tra queste segnaliamo gli esemplari di dracma con testa di Apollo e cavallo, databile al 243-235 a.C., nonché la didracma con testa di Marte e cavallo al galoppo ed il quadrigatus con la testa gianiforme imberbe e laureata dei Dioscuri (225-212 a.C.).

In età repubblicana i tipi maggiormente rappresentati erano le divinità del molteplice pantheon romano, alle quali si aggiungevano anche personificazioni, quali ad esempio la Vittoria, la Pace, la Virtù militare; all’inizio del I secolo a.C., con evidente intento celebrativo, furono introdotti anche riferimenti ad avvenimenti o a personaggi storici o leggendari legati alla famiglia del magistrato monetario che curava le emissioni.

Si proporrà infine una galleria completa di ritratti monetali degli imperatori, quali, ad esempio, Augusto, Tiberio, Caracalla, Adriano, Antonino Pio, Arcadio.

(Continua)

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