Quantcast

Catanzaro e Covid: due anni di pandemia. Tra difficoltà e voglia di rialzarsi

Più informazioni su

    Catanzaro e Covid: due anni di pandemia. Tra difficoltà e voglia di rialzarsi

    Catanzaro e Covid, due anni fa come oggi. Era il 4 marzo 2020 quando l’incubo Coronavirus-Covid 19 iniziava a fare parte della quotidianità dei catanzaresi. Nel tardo pomeriggio di quel mercoledì si diffondeva la voce poi confermata ufficialmente del primo caso catanzarese del nuovo virus. Quindici giorni dopo i primi contagi di Codogno e Vo in Lombardia e Veneto anche la provincia del capoluogo iniziava a fare i conti con l’emergenza sanitaria. Come siamo cambiati e come è cambiata la città e la provincia dopo due anni di pandemia? Come si è modificata la vita delle famiglie? E degli imprenditori? E degli studenti?

    Quali problematiche superate e quali sono rimaste irrisolte? Ce ne occuperemo con un nuovo speciale a puntate di Catanzaroinforma dedicato appunto ai due anni di emergenza Covid. Nella prima uscita odierna – le altre saranno nei prossimi giorni – intanto ripercorriamo in un video  i momenti più significativi di questi difficili 24 mesi. Il servizio curato da Roberto Tolomeo è realizzato in gran parte con le immagini, le foto, i titoli con cui Catanzaroinforma vi ha raccontato questo momento complicato della nostra contemporaneità.

    Nell’articolo in basso si analizzerà invece un aspetto di particolare importanza della pandemia, le conseguenze economiche ovvero come il virus ha inciso e sta incidendo sul tenore di vita della gente comune.

    Covid e nuovi poveri

    di Elisa Giovene

    Generico marzo 2022

    La pandemia da Covid – 19 ha drammaticamente segnato due anni della nostra vita, due anni in cui il sistema sanitario ha dovuto intraprendere un’ardua battaglia a fronte di un nemico invisibile, sconosciuto e da combattere, tant’è che è tristemente noto quanto sia costato sul piano delle vite umane. Un sistema sanitario che, in alcune regioni della nostra Italia, come ad esempio la Calabria, non era effettivamente pronto ad affrontare una situazione così critica e delicata. Tuttavia, quasi due anni di ricerca medica hanno rappresentato una forte crescita nel poter affrontare il virus, limitandone le drastiche conseguenze. La pandemia ha, dunque, globalmente sconvolto la vita dal punto di vista sociale, sanitario, psicologico, ma anche economico. Ed è su quest’ultimo punto che ci si concentrerà, poiché in due anni di emergenza sanitaria la precarietà economica ha rappresentato una delle primarie difficoltà a cui si è dovuto far fronte. Come più volte è stato detto esiste un “long covid” causato dagli effetti della malattia, ma si potrebbe ugualmente dire che esiste un “long covid” che riguarda la povertà. Parlare di povertà non ha dell’imprevedibilità, resta infatti una realtà sconcertante che la pandemia ha notevolmente acuito, sconvolgendo alcuni equilibri che già apparivano precari. L’emergenza ha, dunque, completamente affogato chi cercava di restare a galla e posto in una situazione di precariato chi poteva dire di aver raggiunto un discreto equilibrio economico.

    RECORD POVERI. La pandemia ha apportato conseguenze inimmaginabili, solo in Italia nel 2020 ci sono stati oltre un milione di poveri in più rispetto al pre-covid: 5,6 milioni in totale, ovvero 2 milioni di famiglie. In relazione all’ISER (Indice Sofferenza Economica Regionale) le regioni che hanno maggiormente accusato il colpo, durante il clou della pandemia, sono state Piemonte, Veneto e Trentino Alto Adige per il nord, mentre per il centro – sud la Calabria. I disoccupati, rispetto al 2019, sono diventati 456mila in più, molti hanno perso il lavoro passando da una situazione di “precariato” ad una condizione di “estremo precariato”. A tutto ciò si aggiunge la recente stangata dei “rincari” che ha reso ancor più difficile una situazione già vacillante, ponendo definitivamente in ginocchio un gran numero di famiglie. C’è da dire, inoltre, che nel nostro paese sussistono circa 50mila persone senza fissa dimora, che compongono quel mondo degli “invisibili” che, nel periodo del lockdwon, ha dovuto fare i conti con la chiusura parziale dei centri di accoglienza per via delle “restrizioni covid”, quindi con l’esclusione di alcuni servizi a loro deputati, se pur in parte svolti dal volontariato direttamente in strada. 

    NUOVI POVERI IN CALABRIA. Alcuni dati Istat evidenziano che in Calabria coloro che rischiano la povertà sono ben 848mila, un dato che in definitiva si riferisce al 40% della popolazione. Inoltre, da un recente report (Bankitalia) si apprende che metà delle famiglie calabresi sono senza alcuna fonte di reddito sicura, un dato che riporta al 53, 4%, ovvero coloro che non hanno un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Nel 2020 si è cercato di arginare il grave colpo con gli aiuti statali, la cassa integrazione, il blocco dei licenziamenti e i bonus. Tuttavia in una regione come la Calabria, il tasso di disoccupazione ha raggiunto proporzioni preoccupanti, determinando ulteriori stati di disagio economico e sociale per numerose famiglie. La ripresa economica stenta ad arrivare e il “post pandemia” del 2021 non ha ancora colmato quel profondo baratro in cui sono venute a trovarsi le famiglie calabresi. Ma chi sono attualmente i “nuovi poveri”? Si può dedurre che, anche da quanto successivamente delineato, a Catanzaro, come in tante altre città della nostra Italia, in particolare difficoltà sono venute a trovarsi le famiglie a basso reddito, i commercianti, i divorziati, i senzatetto, ma sono anche da aggiungere anziani e disabili (soli senza sostegno), i giovani disoccupati (con età superiore a 40 anni) e gli extracomunitari. Ed è seguendo l’importante attività della Caritas nella Diocesi di Catanzaro – Squillace, che si è potuto meglio delineare il profilo di chi in questa emergenza ha dovuto fare i conti con uno stato di precarietà, rappresentando per così dire i “nuovi poveri”. In primis, come già detto, le famiglie, alle quali è venuto meno il supporto lavorativo, si sono aggiunti coloro che svolgevano attività classificate come “lavoro in nero” (non potendo accedere ai contributi statali) inoltre ci sono stati e, molti lo sono tuttora, i commercianti, (soprattutto chi aveva un fitto da pagare nonostante la chiusura) e, ancora, gli ambulanti e coloro che svolgevano lavori occasionali o “stagionali”. Un coinvolgimento che, ad apertura di ventaglio, ha visto includere diverse categorie. Si potrebbe dire che la pandemia ha posto in essere una “recrudescenza” su situazioni già precedentemente note.

     

    GLI AIUTI PER LA “SOPRAVVIVENZA”. In un contesto così drammatico dove la “precarietà” ha bussato insistentemente alle porte dei catanzaresi, non sono state poche le famiglie che hanno usufruito di aiuti esterni. Infatti nel 2020 forte l’apporto di Caritas, Parrocchie, Protezione Civile, Comune e Associazionismo che, con la loro operatività, hanno cercato di colmare importanti disagi. In alcuni esempi che si andranno a tratteggiare, si vorrà in primis sottolineare l’attività della Caritas che ha coinvolto le 122 parrocchie della Diocesi di Catanzaro. Mediante questa rete di supporto si è svolta un’attività capillare del territorio con la distribuzione di beni primari, come sottolineato dal direttore Don Roberto Celia:” Nel clou del periodo pandemico c’è stato un forte incremento della precarietà, anche se da noi non quantizzato poiché si è badato più alle necessità che ai “numeri”. Abbiamo consegnato un notevole quantitativo di prodotti, sia alimentari che di vario genere, a ciò si è aggiunta anche la distribuzione dei bonus spesa”. “Inoltre – ha sottolineato – il supporto della “Caritas” non è stato indirizzato alla mera distribuzione di pacchi alimentari, infatti il “centro d’ascolto” ha svolto un’importante attività, un servizio offerto a persone in difficoltà (tra cui persone sole, divorziati, stranieri) per comprendere al meglio le esigenze del momento. Ora, purtroppo, siamo già pronti per l’altro grosso handicap, che sarà rappresentato dai recenti rincari”. E dunque l’opera della Caritas si è espansa nelle varie parrocchie di cui se ne trarrà qualche esempio nel perimetro della città, come l’attività espletata da don Vincenzo Grillo parroco della Chiesa Santa Maria di Porto Salvo sita nel quartiere marinaro.

    “Il 2020 – afferma il sacerdote – è stato un anno tremendo, in piena pandemia abbiamo sostenuto un numero di 340 persone che facevano parte della nostra parrocchia, ma anche provenienti da fuori. Importante, dunque, la nostra collaborazione con il Banco Alimentare e la Caritas Diocesana”. “Durante l’emergenza – aggiunge – molte persone hanno perso il lavoro, quasi imprevedibilmente. La povertà è stata veramente alle stelle, coinvolgendo le famiglie e nel particolare “artigiani” e “manovalanza”. Per fortuna sono arrivati i ristori da parte dello Stato, ma anche il Comune è intervenuto tempestivamente su casi di particolare emergenza e con i bonus spesa, attenuando delle conseguenze a volte anche tragiche”. “La situazione – ha ancora detto – è certamente migliorata, tuttavia, al momento, la nostra parrocchia sostiene 90 famiglie, sempre seguendo le regole della certificazione Isee, ma, in caso di occasionale bisogno ci offriamo senza alcun problema, disponiamo, infatti, anche di libere donazioni e abbiamo modo di effettuare delle raccolte alimentari”.

    Aiuti, dunque, importanti che hanno costituito un valido apporto per le numerose famiglie provate dall’emergenza sanitaria o da un quotidiano reso ancor più gravoso dalla contingenza. Non si può escludere l’importante testimonianza di Padre Giuseppe che si occupa della “gestione” della mensa del “Conventino di S. Antonio” nel centro città. La mensa è un servizio essenziale in funzione oramai da anni ed ha sempre apportato un materiale beneficio a chi ne abbia avuto necessità. Attualmente, causa emergenza Covid, è attivo solo il servizio d’asporto come ha precisato lo stesso Padre Giuseppe: “Già dal 2020 il servizio mensa ha funzionato solo in “asporto” per motivi contingenti, infatti abbiamo sospeso quello in sala”. “Dal lunedì al sabato – aggiunge – si preparano circa 60 piatti giornalieri, infatti da circa cinquanta pietanze siamo passati ad oltre sessanta ed attualmente è ancora così. Chi usufruisce della mensa sono famiglie, persone singole, ma anche stranieri e senzatetto. Il numero degli avventori è incrementato, ma lo standard rimane invariato”. Si è accennato prima dell’operatività del Comune, si potrebbe dare un dato indicativo per quanto riguarda la distribuzione dei “bonus spesa”, infatti, nel pieno dell’emergenza sono state effettuate due “tornate”, nella prima sono stati assegnati circa 2000 buoni, mentre nella seconda 3000. La distribuzione è stata realizzata sempre tramite presentazione “modello Isee”, dunque per coloro che avevano perso il lavoro o per difficoltà legate all’emergenza. Un altro importante dato giunge dal mondo dell’Associazionismo che, nella sfera dei supporti, ha indirizzato i propri aiuti anche alle donne vittime di violenza.

    Infatti l’Associazione “Astarte” di Catanzaro, che opera in tal verso, ha anch’essa collaborato con altre Associazioni affinché le donne facenti parte del sodalizio avessero nel periodo del lockdown il necessario per i loro bisogni. Sino allo scorso mese di ottobre (sempre a mezzo Isee) sono state sostenute circa venti famiglie, sia a Catanzaro che nel suo comprensorio, conseguentemente “affidate” ad altra associazione per l’eventuale continuità del servizio. Si vorrà concludere con la Protezione Civile che, oltre a vederla impegnata con l’istallazione delle varie postazioni “pre-triage” sull’intero territorio, è sempre stata presente con azioni di sostegno e interventi mirati a risolvere situazioni di emergenza. Con le consegne di beni primari o di medicinali di vario genere, sono state soccorse anche famiglie che risiedevano in zone particolarmente impervie. I supporti, dunque, non sono mancati e in questa breve analisi appare un chiaro quadro sociale che ha visto un’osservazione diretta più che riferita a dati numerici, tuttavia resta la drammaticità di un anno piagato da una importante emergenza sanitaria. 

    LA POVERTA’ DELLE IMPRESE. Il 2020 ha dunque visto un’economia posta allo stremo delle forze, una situazione che ha direttamente coinvolto le 34.000 imprese esistenti a Catanzaro e provincia. Il crollo del fatturato, le tasse, i fitti e le utenze da dover espletare hanno decretato la fine di molte attività che poco hanno avuto da ristori, banche e quant’altro. Famiglie che, loro malgrado, hanno dovuto chiudere i battenti delle proprie attività. Le svariate imprese, anche a carattere familiare, sono scoraggiate e i deboli “sussulti” di ripresa poco hanno rappresentato, risentendo ancora di un anno pieno di grandi incertezze. Per tale motivazione una riflessione nasce spontanea, infatti non si può certamente escludere il potenziale delle imprese che, nel tessuto economico, costituisce quel valore aggiunto molte volte modello di apertura per lo sviluppo e il rilancio di alcuni settori. Anche il capoluogo ha visto un 2020 che ha drasticamente posto in bilico molte imprese, non a caso la testimonianza della signora Anita Ferragina, “Chef a domicilio”, che opera nel comprensorio di Catanzaro.

    Generico marzo 2022

    “E’ una situazione molto fragile – dice – la viviamo nel nostro quotidiano ma anche dal punto di vista imprenditoriale, è come se avessimo avuto un “incidente frontale”. Proveniamo da un periodo di crisi incredibile dal quale stiamo cercando di riprenderci ma con dei costi impensabili, nell’arco di sei mesi abbiamo avuto dei rincari assurdi, da bollette di circa 1300 euro che sono balzate a 2200 euro”. “I “nuovi poveri” siamo veramente noi – aggiunge – oltre ad essere stati bloccati per tanto tempo, ora, le cartelle esattoriali ritornano, gli sgravi sono minimi ma anche il fatturato.

    Il guadagno che si era accumulato, in questi ultimi due anni è andato completamente sgretolato, gli “aiuti” da parte degli istituti di credito sono relativi poiché vedono in noi un “cliente” non produttivo, pertanto si va avanti con le proprie forze, anche i ristori sono stati bassissimi quindi non hanno compensato i nostri veri bisogni”. “La ripresa – dice ancora – non è facile anche perché lo stesso cliente deve riabituarsi ad uscire e lo fa con riluttanza. Per fortuna nei mesi estivi si è lavorato e anche se i ricavi non sono stati soddisfacenti perché sono mancati i turisti e una parte della clientela, per noi è stato come avere una boccata di ossigeno”. “Certamente – conclude –  il “caro bollette”, è un ulteriore peso, ma, per quanto mi riguarda, vorrò anche tutelare il cliente facendo in modo che gli aumenti siano per lui relativi. La situazione non è facile e alla fine anche chi avrà le “carte” in regola potrà essere “debitore” dello Stato, è una vera “povertà commerciale” e non so quante aziende potranno farcela con i costi che sono saliti alle stelle”. 

    Una situazione integralmente delicata a cui dovranno far fronte numerose aziende. Ma dopo due anni così importanti che hanno segnato il settore commerciale e di conseguenza numerose famiglie, cosa ci si aspetterà dopo i recenti rincari? E’ ciò che si è chiesto a Pietro Falbo, presidente della Confcommercio Calabria Centrale. “Si potrebbe dire che la crisi da Covid è diventata crisi economica – afferma Falbo – L’analisi è drammatica, molte delle imprese esistenti tra Catanzaro e provincia hanno subito un duro colpo, diversi gli esercizi commerciali che hanno abbassato le serrande, i ristori sono arrivati tardivamente e, tra l’altro, anche insufficienti, i finanziamenti sono stati veicolati attraverso gli istituti bancari che hanno applicato le solite procedure per l’accesso al credito, contrariamente a quanto garantito dallo Stato che assicurava l’applicazione della misura economica al 100%. Crif, Cerved e le Centrali rischi, spesso hanno posto il veto anche per piccole segnalazioni ai finanziamenti stessi, lasciando le imprese nella disperazione, rendendole facili prede dell’usura. C’è comunque da dire che un certo miglioramento è stato rilevato, il “delta” tra cessazione attività e nuove iscrizioni è risalito dell’1,62, ma ciò è accaduto quasi allo scadere dei due anni pandemici”.

    “Ad incrementare il forte stato di disagio – aggiunge – gli ultimi rincari e il costo delle bollette dell’energia gravato ancora, in maniera incomprensibile, dai cosiddetti “oneri di sistema”. In una fase così drammatica Confcommercio sarà sempre dalla parte delle imprese e degli esercenti. Confcommercio porrà i propri “servizi” a disposizione dei suoi associati, si vorrà fare in modo che ci sia una interconnessione fra le varie Confcommercio provinciali e le amministrazioni comunali soprattutto in riferimento del nuovo intervento governativo che è il Pnrr, un grande strumento economico che costituisce un’ottima opportunità per imprese e territori”. ”Si spera dunque – conclude – che le amministrazioni siano sensibili e con l’aiuto di Confcommercio si possano valutare quali siano i disagi del sistema socio/economico dei nostri comprensori. Da parte nostra pieno sarà il supporto a favore dei comuni e delle aziende per le prossime progettualità”.  

    DAL COVID A “STANGATA BOLLETTE E RINCARI”. Gli ultimi “venti di guerra” non si sa quanto potranno sconvolgere il sistema economico già ampiamente minato dai precedenti accadimenti. Si è largamente descritto quanto l’economia, soprattutto in piena emergenza, ne abbia sofferto, ma ad aumentare lo stato di disagio i recenti rincari che, purtroppo, hanno avuto una distribuzione degli aumenti in diversi settori. Il “caro bolletta” ha posto in sofferenza aziende, famiglie e singole attività, che hanno visto impennare drasticamente i numeri delle fatture dell’energia elettrica, gas e tanto altro. Una stangata che si aggiunge alla precedente ancora non risanata e che evidenzia aumenti record dettati dal rialzo dei costi delle materie prime.

    L’intervento del governo con il “Decreto bollette 2022” posto come ancora di salvataggio per famiglie e imprese, ha l’intento di arginare gli effetti del rialzo dei costi e successivamente di non far insorgere ulteriori crisi. Tuttavia ci si chiede quanto potranno essere mitigate le sofferenze con gli sgravi degli oneri di sistema, con la riduzione dell’Iva o con le proroghe dei “Bonus Sociali”. Al rincaro bollette si è ulteriormente associato quello delle filiere produttive, portando a costi più elevati i generi di largo consumo.

    Il grano, la carne e molti generi alimentari hanno subito aumenti in virtù della crescita del prezzo dell’energia necessaria alla loro lavorazione, mettendo in evidente rischio anche il “budget” familiare. A rendere la situazione ancor più difficile, l’incremento del prezzo del carburante, una voragine in cui s’inglobano altre ulteriori spese. I lavoratori, così come le famiglie, sono letteralmente soffocati dall’esubero dei costi, la stabilità economica diventa sempre più traballante e gli ultimi accadimenti in Europa pongono al momento dei forti dubbi sul futuro prossimo dell’economia.

    Covid Catanzaro 2020-2022-Forze dell’ordine argine e filtro per effetti “collaterali” della pandemia

    I carabinieri hanno portato le pensioni a casa degli anziani che erano costretti a rimanere, a volte isolati, nei loro appartamenti lontani dai loro affetti. I poliziotti hanno acquistato medicinali a qualche straniero indigente che aveva telefonato al 113 per chiedere aiuto. Hanno evitato le truffe ai danni di chi davvero aveva bisogno di quei fondi stanziati per tamponare la catastrofe dell’emergenza economica e sociale causata dal Covid. E hanno fatto tutto questo mentre indossavano fieramente le loro divise, mentre contemporaneamente erano chiamati a far rispettar regole che cambiavano di giorno in giorno, quando non anche di ora in ora.

    Sono le donne e gli uomini del Comando provinciale dei Carabinieri di Catanzaro, agli ordini del Colonnello Antonio Montanaro, i poliziotti della Questura di Catanzaro, guidata dal Dirigente generale Maurizio Agricola, che una volta di più hanno dimostrato di essere lo Stato, quello in carne ed ossa presente sul territorio, per reprimere certo, controllare, ma anche per prevenire e stare il più vicino possibile ad una popolazione che è stata prima travolta da un fenomeno del tutto sconosciuto e poi tramortita dagli effetti>

    Vicequestore Giacomo Cimarrusti :Approfondita ancor di più la conoscenza del territorio. Cittadinanza catanzarese collaborativa

    E ora, al giro di boa, si spera definitivo, di questa pandemia e delle conseguenze che ha portato, la popolazione si appresta a tornare alla normalità e lo fanno anche le forze dell’ordine, a cui questo periodo, come ha sottolineato il dirigente dell’Upg-Sp Squadra Volante della Questura di Catanzaro, vicequestore Giacomo Ciamarrusti, è servito anche per conoscere di più il territorio di competenza creando così un bagaglio esperenziale da mettere a frutto e a servizio della comunità. Secondo il dirigente la città di Catanzaro ha retto bene in termini di resistenza e la cittadinanza si è mostrata collaborativa e non del tutto refrattaria a seguire le regole imposte nelle varie fasi della pandemia.

    Capitano Felicia Basilicata:  Aumentate le truffe on line e le violenze in famiglia. Diminuiti i reati predatori

    Il capitano Felicia Basilicata, alla guida del nucleo operativo radiomobile della Compagnia dei Carabinieri di Catanzaro, ha evidenziato come, nel periodo pandemico sia ambiata la natura dei reati. Sono diminuiti quelli che vengono classificati come predatori, ma di contro sono aumentate le truffe on line e le violenze in famiglia che, ha detto il capitano Basilicata, sono anche state denunciate in maniera più repentina che nel periodo pre covid.

    Colonnello Antonio Montanaro : Le denunce tempestive hanno permesso di porre fine agli odiosi reati usurai

    La crisi economica ha inevitabilmente aumentato il rischio che gente senza scrupolo, abbia approfittato delle situazioni di difficoltà. Sono infatti aumentati i casi di prestiti usurai concessi da persone che, per i loro traffici illeciti, hanno avuto disponibilità di liquidità. Anche in questo caso, ha sottolineato il Colonnello Antonio Montanaro, la denuncia delle vittime ha aiutato i militari dell’arma a fermare lo sciacallaggio perpetrato ai danni di persone disperate e disposte a tutto.

    Questore Maurizio Agricola: Il sacrificio del personale impegnato ha fatto la differenza per la tenuta democratica e sociale

    Il sacrificio del personale impiegato in prima linea, ha sottolineato il Questore Maurizio Agricola, ha fatto la differenza per la tenuta democratica e di convivenza sociale che il virus ha messo a dura prova.

    La scorta ai vaccini e l’hub vaccinale a disposizione della popolazione. Le cose ed i momenti che nessuno dimenticherà

    Ci sono stati poi dei momenti che, chi è stato impegnato in prima linea a fronteggiare le conseguenze sociali della pandemia, non potrà dimenticare.

    Per il capitano Basilicata resterà indelebile nella sua mente la data del 27 dicembre 2020, giorno in cui arrivarono le prime scorte di vaccino a Catanzaro, mentre il questore Maurizio Agricola ha sottolineato l’impegno profuso per allestire un punto vaccinale all’esterno del commissariato di Lamezia, da rendere disponibile a tutti i cittadini così da consentire un alleggerimento della pressione sulle strutture ospedaliere.

    Catanzaro città collaborativa

    Per tutti il bilancio, in merito alla risposta alle regole che la città di Catanzaro ha dato, è stata positiva. Le infrazioni sono state gestibili e gestite e laddove necessario si è fatta un’ampia campagna di sensibilizzazione proprio per evitare di arrivare a comminare sanzioni.
    Vite e storie che si sono intrecciate, un cordone ideale che le forze dell’ordine hanno creato ponendosi come argine e filtro rispetto a quella situazione che nessuno si sarebbe mai aspettato di vivere. Le loro vite e le loro storie di donne e uomini dello Stato, quello Stato democratico e di diritto  che sa materializzarsi  in carne ed ossa.

    Covid Catanzaro 2020-2022-Il nuovo volto della Sanità e la nuova vita di chi la popola

    Ricorda perfettamente la data il dottore Lucio Cosco, primario del reparto di MalatTie infettive e responsabile dell’area Covid dell’Ospedale Pugliese che in questi due anni è stato uno dei principali protagonisti sempre sul fronte caldo dell’epidemia. Il 4 marzo “prima ancora che fosse dichiarato il primo lockdown la Calabria ha avuto il suo primo caso”.
    Tutto è cambiato. Il mondo è cambiato dall’arrivo della pandemia, ma certamente dalla prima emergenza al secondo anno ad oggi, molto è cambiato. “L’anno scorso eravamo in un vero e proprio incubo – dice Lucio Cosco – venivano ricoverate quasi 10/12 persone al giorno. Sicuramente il vaccino ha modificato le cose tanto. Quest’anno, anche se l’impatto è stato notevole lo abbiamo potuto gestire meglio”.

    Ricorderemo tutti i reparti al collasso e pieni solo di pazienti Covid. Oggi le cose sono diverse. “Nel mio reparto – sottolinea Cosco – ci sono anche pazienti con altre patologie che solo occasionalmente sono risultate positive al tampone”.

    Lucio Cosco

    Ci sono voluti due anni per avere le linee guida dalla Regione Calabria, l’emergenza ha reso difficile ogni genere di comunicazione, il Commissariamento della Sanità ha complicato ancora di più le cose “ma – specifica il direttore del reparto – noi già da due anni applicavamo le linee guida che ci hanno salvato e hanno salvato tante persone, anche se non tutti, per ridurre la degenza media, i posti disponibili per i pazienti che stavano poco bene, infatti nel nostro ospedale non si sono mai viste file come in altri ospedali per l’accesso ai reparti, siamo stati molto flessibili”. Un modo coraggioso di affrontare la malattia che specie nei primi tempi, quando nessuno la conosceva, quando spaventava, quando nessuno sapeva, almeno i profani, cosa fosse un indice di contagiosità in termini tecnici che molto diverso è dall’indice di letalità e che ha fatto la differenza poi nella gestione territoriale, quel modo di approcciare al virus Covid19 ha reso i nostri sanitari non meno diversi, non meno eroi di chi sin dall’inizio ha preso sberle dal Coronavirus in Lombardia.

    “Il mio approccio verso gli altri – continua Cosco – è cambiato totalmente. Siamo limitati nella nostra socialità. Questa malattia sarà endemica e dovremo affrontare la sua presenza costante e questo ci porterà probabilmente a fare un vaccino ogni anno” anche se non “si deve chiamare semplice influenza”.
    Ogni giorno qualche miracolo per la guarigione, ma anche qualche perdita per chi il Covid non lo ha superato, in due anni di pandemia si può parlare di debolezze? “Sicuramente ci sono state debolezze, ovviamente. Però io voglio mettere l’accento su alcune cose.

    Noi non abbiamo avuto il dramma che c’è stato al nord, non abbiamo mai avuto una vera carenza di sistemi di protezione, che ci sono sempre stati. Questo è evidenziato dal fatto che non ci sono stati medici contagiati, medici e infermieri deceduti. Abbiamo potuto contare su un sistema che ha funzionato. Forse siamo stati carenti sull’aspetto organizzativo, ma abbiamo supplito eventuali deficit in questo modo. Non ci siamo accorti di eventuali difficoltà. Già dopo quindici/venti giorni abbiamo avuto la tac dedicata ai nostri pazienti. Il sistema della nostra azienda quindi ha funzionato”.

    Il Pugliese e l’equipe del dottore Cosco nella prima ondata ha anche salvato due pazienti provenienti dalle zone più colpite dalla pandemia. “Il successo è importante, certo, ma soprattutto abbiamo dimostrato che nella nostra regione le cose non vanno così male come viene raccontato ogni giorno”.

    Le conclusioni del suo intervento Lucio Cosco le dedica al suo personale che definisce “eccezionale sotto tutti i punti di vista, della preparazione, della volontà. Questo ha portato al successo quello che abbiamo fatto. Senza di loro non so se ci saremmo riusciti. Medico, infermieristico e Oss. Sono state persone eccezionali. Il mio pensiero, infine, va a chi non c’è più”.

    Policlinico

    Il Covid e il pericolo delle Malattie infettive invisibili

    “Sono due anni”. Covid. Due anni di stress emotivo, di aperture e chiusure. Di lutti non vissuti e di persone care non accompagnate e non salutate nell’ultimo attimo di vita. Bambini con traumi psicologici che solo ora iniziamo ad emergere nel primo anno di scuola primaria al primo distacco dalla famiglia. È stata una guerra sociale e psicologica ai danni delle popolazioni più fragili, combattuta a suon di immagini di camion militari che trasportano bare lontano dai centri delle città, pazienti intubati pronati che a stento riuscivano a respirare e sirene di ambulanze che in continuazione risuonavano in tv, anche durante la pubblicità. “Tutto è iniziato due anni fa”. Carlo Torti, Direttore dell’Unità Operativa di Malattie Infettive e responsabile del reparto covid al Policlinico universitario Mater Domini, scandisce il tempo. “All’inizio – spiega il professore – si è notata una profonda impreparazione del Sistema sanitario dovuta alla mancanza del piano pandemico ed anche ad una dimenticanza delle malattie infettive soprattutto per il loro aspetto gestionale in riferimento ad epidemie di cui non si aveva traccia nella memoria dei medici che operavano sul territorio. Per questo si è avvertito lo sconcerto nei confronti di questa epidemia che si stentava addirittura a credere che potesse estendersi così rapidamente”.

    Qualcuno pensava che in Calabria non sarebbe arrivata. “Non solo è arrivata – racconta Torti – ci ha anche travolti”. Torti ricorda la casa di riposo Domus Aurea di Chiaravalle Centrale, che è stata la prima protagonista con pazienti contagiati, dove scoppiò il primo focolaio calabrese. La maggior parte degli ospiti della Rsa arrivarono al Policlinico.
    “Da lì diverse ondate, ora spero siamo alla fine della quarta. Le caratteristiche dei pazienti sono state diverse in ciascuna ondata. Prima erano i pazienti della casa di riposo, poi mano mano che questa epidemia ha interessato la popolazione generale, i pazienti più fragili, anziani, i non vaccinati, poi dall’avvento della vaccinazione è rimasta la costante dei fragili, immunocompromessi che non rispondono ai vaccini, ma soprattutto i più gravi sono coloro che non sono stati vaccinati o che pur avendo ricevuto alcune dosi non hanno il ciclo completo. Quindi dobbiamo ambire alle tre dosi per tutti”.

    Gli anni della pandemia hanno consentito di far emergere le problematiche principali. “Il primo problema è quello di intercettare precocemente i pazienti fragili che non rispondono alla vaccinazione. Il secondo problema è quello di non ridurre l’attenzione nei confronti del virus, riducendo le protezioni. Il problema emergente è quello che riguarda i pazienti che non sono più caratterizzati dall’avere problemi di ordine respiratorio, ma perché pur avendo l’infezione, presentano altre patologie di specializzazioni che hanno poco a che vedere con l’infettivologia o con la pneumologia, per cui è chiaro che bisogna avere all’interno degli ospedali dei doppio percorsi con stanze dedicate ai pazienti covid in ogni reparto per non perdere la continuità di cura”.
    La questione, però, ha nel tempo assunto un ritardo. “Fin dall’inizio ci sono stati ritardi – specifica Torti – e i suoi effetti sono visibili. Negli ospedali, infatti, si notano dei piccoli focolai che sono segnalati un po’ ovunque”.

    Per Torti bisogna concentrarsi sulle persone fragili e immunocompromesse “perché proprio attraverso il loro sistema immunitario, come è successo con Omicron, il virus continuerà a vivere e a mutare. Per questo abbiamo istituito il centro di Villa Bianca”.

    Il professore Torti non dimentica neanche i pazienti che sono guariti dal Covid e che portano addosso le conseguenze di una malattia terribile. I segni non solo fisici, ma anche psicologici che per lui vanno seguiti e sostenuti anche ora che sono a casa, da personale specializzato che con la fine dell’emergenza sanitaria rischia di tornare a casa.
    “Da questa tragedia dobbiamo capitalizzare qualcosa, non solo insegnamenti teorici. Strutture riaperte per il Coronavirus, che devono essere devolute sempre ai pazienti con questi problemi collegati al Covid. Il personale che è stato reclutato, non si deve ritirare, come le truppe che vanno in guerra, altrimenti lasciamo spazio al nemico. Dovremmo stabilizzarlo perché così noi manteniamo anche quel tesoro di competenze che queste persone hanno acquisito sul campo. Sarebbe un tradimento morale nei loro confronti liquidarle. Questi giovani che si sono specializzati devono essere assunti altrimenti pagherà il prezzo la gente comune. Non possiamo fare la figura che mandiamo i pazienti all’ospedale Spallanzani di Roma”.

    Carlo Torti
    Carlo Torti

    Carlo Torti guardando al prossimo futuro ricorda anche le altre malattie infettive “dimenticate” per il Covid. I reparti di Malattie infettive si sono completamente annullati, inesistenti durante questi due anni di pandemia e questo per malattie che si trasmettono e grave. “Già oggi abbiamo delle pandemie che abbiamo sotto gli occhi, ma che a causa del covid abbiamo dimenticato: l’Hiv, la tubercolosi. In questi due anni, con le malattie infettive dedicate al Covid questi pazienti con malattie infettive come la meningite, il programma di eradicazione dell’epatite C sul territorio dove sono finite? Certamente non sono scomparsi, hanno continuato la loro strada in questi 2 anni, si saranno trasmesse e quindi da qui a breve, non parlo della zoonosi che ci sarà tra chissà quanti anni, ma sicuramente noi assisteremo ad un effetto boomerang di queste altre malattie infettive che pur presenti sono state sottostimate perché non avevamo posto e hanno fatto la loro strada come trasmissione e dobbiamo preparaci ad accoglierli”.

    Il policlinico che nel corso dei due anni trascorsi di pandemia da Sars-Cov2 ha fatto moltissimo ha ricoverato più di 400 pazienti senza contare la rianimazione, non ha mai bloccato il day-hospital e l’ambulatorio dei pazienti non covid e ha ricoverato pazienti da tutta la Calabria con tubercolosi, hiv, un caso di malaria. “Abbiamo offerto un servizio – sottolinea Torti – a 360 gradi.
    I pazienti ricoverati qui non provengono solo dalla provincia di Catanzaro. Abbiamo cercato di servire tutta la Calabria, ma come? Con una sola unità ospedaliera che è stato necessario dedicare al mantenimento delle attività ambulatoriali e di day hospital per i pazienti non COVID o post-COVID e con personale giovane e con personale giovane, arrivato da noi prima della specializzazione, che ora hanno un contratto a tempo determinato che finirà. Poi abbiamo il personale universitario che deve all’assistenza metà del suo tempo orario. Uno, che sono io, l’ordinario e due associati. Un problema che riguarda anche infermieri e Oss. Come si fa ad andare avanti quando l’emergenza finirà? La risposta è che bisognerà chiudere se vanno via tutti. Ovviamente è una scelta di politica sanitaria di cui le istituzioni, se la faranno, dovranno perdersi le loro responsabilità, perché sarà una roba tosta per tutta la Calabria”.

    La speranza è che l’unità operativa venga stabilizzata così com’è, altrimenti il personale andrà via dove troverà posti a tempo indeterminato, e la Calabria resterà sempre fanalino di coda.
    Capitolo No Vax e reparti pieni soprattutto di pazienti non vaccinati il professore Torti è molto chiaro al riguardo: “A noi si presentano malati e non no vax. Quindi sul loro atteggiamento noi dobbiamo sospendere ogni giudizio. Non è sempre facile perché c’è anche il dispiacere nei loro confronti di dire ‘Cavolo se si fosse vaccinato probabilmente non avrebbe tutti questi problemi’, però non è una cosa che dobbiamo rivelare ai pazienti né negli atteggiamenti, né nelle parole perché sono malati come gli altri.

    Lo sforzo di guarirli è maggiore, ma non di meno deve essere fatto in modo non giudicante. A noi non deve importarci la causa che li ha portati sul letto, ma il fatto che ci sono, come ci sono e cosa possiamo fare per aiutarli. Certamente in un’ottica di Sanità pubblica il fatto di non vaccinarsi è un pericolo per se stesso e per gli altri, ma al letto del malato non deve arrivare. Ogni paziente deve avere la tranquillità di poter guarire. Certo dispiace che questi pazienti guariscano con maggior fatica o addirittura possano morire, ma questa frustrazione non deve arrivare al paziente. Però quando si parla alla popolazione di Sanità pubblica bisogna dirlo che ancora tante persone non siano vaccinate con la terza dose perché lì non c’è lo stress di sentirsi giudicati come i malati”.

    Francesca Serapide
    Generico marzo 2022

    Del vissuto con i colleghi e con tutta l’equipe Covid, ma anche con tutti i pazienti ha parlato Francesca Serapide. “Eravamo appena entrati in scuola di specializzazione o quasi – racconta Francesca – e non avevamo mai vissuto una emergenza anche perché non abbiamo un pronto soccorso qui e ci siamo trovati ad affrontare un’emergenza non avendone mai vista o vissuta una, ma con delle responsabilità che non erano da specializzando. Siamo stati giorno e notte in ospedale. Abbiamo colmato le mancanze del pronto soccorso, da un lato, dall’altro ci siamo sentiti sì circondati da affetto, ma molte volte proprio soli perché un’isola all’interno del policlinico”. Il blocco Covid è completamente isolato. Anche noi per raggiungere l’ufficio dove è stata realizzata l’intervista, abbiamo dovuto, a differenza della prima ondata, passare da un lato all’altro del policlinico salendo e scendendo perché, naturalmente, è impossibile accedere alla zona degenza, anche solo vedere un’infermiere vestita con tutto quello che è necessaria staccare dal turno fa intuire quello che può rappresentare quell’isola e quanto ci si possa sentire veramente isolati dal resto del mondo e dal resto dell’ospedale.

    Tutto questo si vive nel racconto di Francesca, la dottoressa Serapide, che non nasconde la maggiore facilità della prima ondata e l’aumentare della pesantezza della situazione via via che il Covid diventava sempre più letale anche in Calabria. “Quando abbiamo iniziato a vedere persone che ti parlavano e poi all’improvviso ti morivano davanti senza che tu neanche te ne accorgessi questo è stato molto pesante dal punto di vista emotivo. Però la prima ondata è finita e pensavamo in bene, ricordo ancora quando con la seconda ondata il professore Torti mi ha chiamato per tornare in Covid ed io sono scoppiata in lacrime dicendo che volevo lasciare tutto. Ho rivissuto tutto e sapevo a cosa andavo incontro”.

    Generico marzo 2022

    Intensiva Covid al Policlinico, Longhini: “Due anni di stress che ci ha segnato”

    L’emozione nel ricordare la lotta contro il Covid è visibile sul volto del professore Federico Longhini, Direttore di Anestesia e Rianimazione del Policlinico Mater Domini. Sono tante le persone che lui e i suoi ragazzi, lui stesso è una giovane guida, hanno accompagnato nella solitudine fino all’ultimo istante di vita sono stati tanti. La pandemia ha messo a dura prova tutto. Giovani medici appena specializzati, medici con esperienza, ma anche tutto un sistema sanitario che non ha mai vissuto nulla di tutto ciò.

    “È stata una grande sfida – dice il professore – sia per la Calabria che per l’Italia dove sono emerse le debolezze di un sistema sanitario nazionale che è stato negli anni vittima di tagli, perché è un sistema pubblico, quindi c’è un accesso alle cure gratuite, questo ovviamente ha dei costi enormi sui bilanci di una nazione e di una regione e le difficoltà economiche nel susseguirsi del tempo è ovvio che uno taglia dove si spende di più. Questi tagli irrazionali fatti nei decenni hanno portato all’emergere di una crisi in Italia in un momento di maxi emergenza quando potevamo dare 10 ma era richiesto 50”.

    Non è stato facile l’approccio ai pazienti e al Covid perché era qualcosa di nuovo. “Avevamo all’inizio una grande paura nell’affrontare questo virus – racconta Longhini – perché non si sapeva nulla. Paure sia nella sicurezza del paziente che verso gli operatori sanitari, perché anche se in Calabria c’erano pochi casi di contagio al Nord Itali si vedevano numeri molto alti e alcuni hanno anche perso la vita. Questo faceva molta paura. Poi abbiamo iniziato a prendere le misure. Abbiamo visto che le vestizioni che si attuavano, almeno qui da noi, erano sicure la presenza di percorsi separati che abbiamo subito creato qui al policlinico sono stati efficaci”.

    La paura e i lockdown hanno reso il Covid anche una crisi socioeconomica e sociopsicologica. “Cosa che avevo previsto – spiega Longhini –. tutto questo ha portato ad una distruzione della capacità delle persone stesse a relazionarsi con gli altri. Questo ha portato danni non solo psicologici alla popolazione e ai pazienti che sono in isolamento nei reparti, dove i parenti non possono accedere, ma anche agli operatori sanitari che hanno fatto degli enormi sacrifici. Si sono isolati dalla famiglia, non hanno visto figli, mogli, mariti per mesi per paura di portare questo maledetto virus a casa. È stato molto difficile soprattutto inizialmente, poi avendo più contezza del Sars-Cov2 queste paure sono calate e la vita è diventata un po’ meno anomala”.

    Raccontare la Sanità del Covid è un po’ come prendere un pezzo della propria vita e sradicarlo da tutto il resto. “È stato come rincorrere le mancanze che c’erano. Grazie allo stanziamento di fondi e all’impegno di un po’ di tante figure, le direzioni dei vari ospedali, per quanto riguarda noi grazie al management aziendale, abbiamo visto la crescita progressiva della possibilità di accogliere i pazienti”. Si è passati in terapia intensiva da 6 posti letto Covid, che si aggiungevano ai 9 già previsti e presenti prima divisi tra rianimazione generale e cardiochirugica, 15 in totale. “Quest’anno siamo arrivati ad un totale di 29 posti letto.

    C’è stata una crescita progressiva che non è dovuta solo all’aumento dei posti letto, ma si traduce in investimenti in materiali, in tecnologia e assunzione di personale che è stato fondamentale nell’ottica di affrontare l’emergenza che è andato a sanare un po’ l’emergenza del personale che c’era nell’era pre Covid”.

    Federico Longhini con la sua equipe
    Equipe Longhini

    Un personale che con la fine dell’emergenza non si sa se resterà oppure no. “Io mi auguro con tutto il cuore, visto il sangue buttato da queste persone, visto tutti i sacrifici fatti, confido in una lungimiranza da parte delle istituzioni nel poter mantenere questo personale che si è sacrificato per il Covid nell’ottica di mantenere i servizi sanitari oggi offerti, per essere un punto di partenza da cui costruire e migliorare sempre di più. Mantenere questo personale ci consentirà di garantire servizi che prima non c’erano. Non è un punto di arrivo, ma di partenza per poter dare sempre una migliore sanità ai cittadini”.
    Una sanità quella calabrese che per Federico Longhini, che non è calabrese, non ha nulla in meno alle altre. “Sono tante le idee per poter portare sempre più avanti questa Sanità calabrese – spiega Longhini – che alle volte viene ingiustamente derisa, e lo dico da non calabrese, e mi fa parecchio male, mentre ha dei grandi professionisti. Le problematiche ci sono anche in altre regioni del nord e l’emergenza del Sars-Cov2 lo ha evidenziato, pensiamo alla Lombardia e non lo dico io, lo dicono tutti. Per questo penso che per migliorare il sistema sanitario calabresi ci siano tanti bei progetti”.

    Tutta l’umanità e la sensibilità del medico che è Federico Longhini viene fuori nel racconto della cura dei pazienti e del sostegno morale dei suoi ragazzi che sono di pochi anni più piccoli di lui che deve sostenerli anche nei momenti più duri. “Non è facile. Veder morire un ragazzo di 28 o 30 anni non è bello. Non è bello sentire la notizia di una bimba di due anni che è morta, così come di un bimbo di 10 anni, così come non è bello veder morire un 90enne.

    Che abbia un anno, un mese o 100 anni parliamo di persone. Ogni volta che qualcuno muore ci si chiede sempre cosa è successo, facendo un’analisi di quello che si è fatto, ma non per capire gli errori, ma perché penso che un medico non ha mai finito di studiare e imparare. Finisce solo quando o va in pensione e si ritira completamente o muore e finisce la sua missione, perché di quello si tratta. Il morale non è stato facile tirarlo su, per nessuno, per i medici, per gli infermieri e neanche per me (il professore ferma più volte il racconto per la commozione dei ricordi, ndr).

    Vedere la delusione del proprio personale che butta veramente il sangue in quelle tute, escono da quella rianimazione che hanno perso un chilo, un chilo e mezzo di acqua di sudore e escono dopo tre, quattro ore e devono cambiarsi completamente perché sono fradici e poi, a volte vogliono parlare e chiedono supporto e ci si chiede cosa rimane. Non è facile perché sono due anni di stress psicologico che ha segnato parecchi di noi”.

    Un peso enorme che è quasi impossibile scrollarsi di dosso che ha appesantito psicologicamente tutto il personale sanitario che lavora nel settore Covid.

    Più informazioni su