I “giardini” di “San Leonardo”: storia di un pezzo di città – Parte 5
Testimonianze - dei giovani di ieri e di oggi - su cosa ha rappresentato e rappresenta questo luogo del cuore

Sguardi. Una conquista. Adolescenza. Spensieratezza. Storia. Una parola per descrivere i giardini di San Leonardo non esiste. Figuriamoci pensare di poter descrivere tutto il mondo di emozioni che quel posto ha suscitato. Quella rigorosa divisione tra i giardini “di sopra” per socializzare, quelli “di sotto”, per il primo bacio o la prima sigaretta, “i giardini dentro” per non dare troppo nell’occhio, “i giardini fuori” per tenere sotto controllo la situazione. I genitori che davano un orario di uscita ed uno di rientro , e quelli che ora cercano di rivivere un’epoca che non c’è più, affetti da una sindrome di Peter Pan.
Più di ogni altro posto della città, i giardini di San Leonardo hanno rappresentato l’evoluzione della società catanzarese, non perdendo mai il loro fascino di “luogo” inteso come identità, come il posto in cui tornare, da adolescenti e da adulti. Ma il senso di tutto ciò lo abbiamo voluto far raccontare a chi quel luogo lo ricorda, lo ha vissuto e lo vive. Due genitori, tre universitari, un liceale. Filippo Maruca, Iole Lepera, Mario Maruca, Mario Bianco, Roberta Guzzo ed Elio Canino, parlano dei “i loro giardini” ma in fondo, ascoltandoli capiamo che raccontano di tutti noi.
E poi la testimonianza di nonna Santina Arabia che tira fuori “dal cassetto dei ricordi” un dipinto:

“Ai miei tempi i giardinetti erano così. Poi, pian piano, sono arrivate le prime panchine. Erano gli anni ’50, anni in cui noi ragazze, verso le 16, ci incontravamo per passare il pomeriggio e per vedere qualche ragazzino che ci veniva dietro. Niente di più. La ritirata erano massimo per le 19. Bei tempi!”. E poi tutta la saggezza di chi ha i capelli bianchi: “Poveri ma ricchi dentro… di umanità e rispetto”.





