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Un tranquillo pomeriggio fuoricasa

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    Mezza giornata rimasta fuori casa, neanche un intero pomeriggio. Una stupidaggine. A chi non è mai capitato? Oltretutto è estate. Eppure…

    Non siamo più esseri naturali: un po’ di vento in più ci stordisce; la polvere delle strade ci secca la pelle; il caldo ci gonfia le mani; l’immobilità della stessa posizione mantenuta troppo a lungo su una panchina di un parco pubblico ci causa un senile formicolio alle gambe. E poi c’è la pipì: dopo un po’ se ne sente un bisogno irrefrenabile, e non si può certo farla per strada, dietro una macchina parcheggiata o un albero del parco di cui sopra. C’è bisogno di un bar, di pagare per comprare un pacchetto di gomme o un caffè e sperare di superare la diffidenza del barista, che tra i suoi clienti è abituato a vedere solo gli abitanti del quartiere, e se abiti nel quartiere – penserà – perché cavolo non vai a farla a casa tua?

    Se insieme alle chiavi di casa, poi, a casa ci hai lasciato anche il portafogli, sei perduto. Mi capita spesso di vedere persone ben vestite, ben parlanti, apparentemente normali chiedere pochi spiccioli sotto la metro. Li scruto con diffidenza, abbasso subito gli occhi e passo avanti. Eppure che ci vuole a diventare come loro, a diventare un senzatetto, un terremotato, uno strozzato dagli usurai, o dagli assegni familiari da pagare all’ex, un disoccupato, un esaurito, un rifugiato, uno che ha scordato il proprio nome o le chiavi di casa? È una visione un tantino pessimistica, me ne rendo conto, ma, come dicevo, non siamo più esseri naturali: il minimo imprevisto ci paralizza, facendoci temere il peggio.

    Decido di allungarmi a piedi fino ad un ipermercato barra para centro commerciale conosciuto col nome unico di Auchan, che si pronuncia osciàn, non àucian, come una volta ho sentito con orrore da un conoscente distratto. La fortuna – o sfortuna – di vivere in un grande quartiere di una grande città è infatti anche quella di trovare luoghi pubblicamente accessibili e generalmente rassicuranti oltre l’usuale orario di chiusura degli esercizi commerciali.

    Sono quasi le nove di sera. Siccome il destino ha voluto tirarmi un brutto tiro, mi inorgoglisco e provo a sfidarlo: acquisto un Gratta e Vinci. Vinco. Tre euro su una spesa di tre euro. Mi ringalluzzisco e ritento la sorte. Rivinco. Cinque euro su una spesa di tre. Mi fermo. L’azzardo mi ha sempre inquietato.

    Beh, tutto sommato questo pomeriggio passato raminga fuori casa non è andato poi così male: ho vinto due euro (meglio di niente…); ho telefonato a mia madre (si lamenta che non lo faccio mai); ho preso un po’ di sole (di nuca, ma non perdiamoci in dettagli!); ho macinato sì e no tre chilometri a piedi (la fortuna – o sfortuna – di abitare in un grande quartiere di una grande città).

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