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Se Fb cambia le abitudini del tifoso medio…

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    C’era una volta, all’inizio del secolo scorso, lo stream of consciousness (il flusso di coscienza): tecnica letteraria tra i cui massimi esponenti si ricordano ancora l’inglese Virginia Woolf, l’irlandese James Joyce, l’italiano Italo Svevo eccetera. Questo stile consisteva nello scrivere i pensieri dei personaggi romanzeschi con una sorprendente immediatezza, prima ancora che essi venissero organizzati in una forma logico-grammaticale correttamente comprensibile.

    Oggigiorno, per comunicare tramite la scrittura tutto ciò che ci passa per la mente, nessuno si sogna di sprecare anni dietro a un romanzo – anche perché, così facendo, la suddetta immediatezza non risulterebbe più così immediata al destinatario della comunicazione – ma si preferisce affidarsi ai social network tipo Twitter e Facebook (anche se, a dire il vero, finora non mi è ancora capitato di scovare nessuna provetta Virginia e nessun provetto Italo fra i tanti scrivani di queste affollatissime piattaforme digitali). In pratica, se voglio informare via web i miei amici di un pensiero fugace che mi attraversa la mente, dello sbadiglio portentoso che ho appena fatto o di una mia imminente deambulazione dalla cucina al salone, o di qualsiasi iniziativa anche meno intimista e immediata che mi riguardi, non ho che da digitarlo sulla mia pagina virtuale.

    Fino a ieri credevo che alcuni momenti della giornata di una persona venissero dispensati da questo continuo flusso di coscienza multi direzionale, e non mi riferisco a momenti intimi, ma ad avvenimenti talmente pregni da non lasciare spazio ad altre simultanee attività. Ma mi sono dovuta ricredere.

    Tolti i pochi controcorrente, ogni buon italiano medio era incollato davanti ad un televisore a guardare la partita Italia-Spagna degli Europei di calcio. Mentre il mio compagno seguiva con attenzione spasmodica ogni azione in campo torturandosi l’alluce e il mio gatto fingeva di seguire con attenzione le immagini in movimento torturandosi i polpastrelli, io me ne stavo indifferente col portatile in grembo a leggere la posta elettronica arretrata. Le partite di calcio, in effetti, non riesco proprio a seguirle; mi faccio bastare i commenti veraci dei veri tifosi che mi siedono accanto. A un certo punto dell’incontro Balotelli si lascia sfuggire un goal, e tre secondi dopo, giuro, appare un post di una mia amica che lo riempie di improperi. Poco dopo segna Di Natale, e in differita di qualche istante appare un nuovo commento. Non credo ai miei occhi. Ma i veri appassionati di calcio non erano quelli che rimandavano al fatidico intervallo qualsiasi attività che non fosse azzannare il proprio paninozzo e trangugiare la propria birrozza? Quale tifoso degno di questo nome si permetterebbe di perdersi anche il più insulso fotogramma di un match tanto importante per digitare il proprio flusso di coscienza sulla tastiera di un computer?

    Ma Facebook è anche altro. Man mano che la partita va avanti, io mi appassiono sempre più alle opinioni degli altri iscritti. Apprendo, così, che pare che per l’occasione in Ucraina si siano fatti fuori diecimila cani (randagi?). Non ho il coraggio di verificare la veridicità della notizia, ma intanto mi viene in mente una conversazione fatta poco tempo fa con un mio amico ucraino che vive a Roma. Giocando a trovare i pregi e i difetti di entrambi i paesi d’origine, mi disse che a differenza che in Italia, da lui non si vedeva mai un solo spostato o accattone per strada.

    “E dove stanno?”: gli chiesi incuriosita.

    “In manicomio.”.

    E questo, per il mio amico, stava tra i difetti che aveva trovato all’Italia.

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