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Chi ha paura di Equitalia?

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    Una volta ci sono stata, non proprio da Equitalia: all’Agenzia delle Entrate. È una sorta di Ministero della Magia – tanto per dirla alla Harry Potter maniera – ma molto meno lucido e più grigio. I passacarte che vi sono stipati, ognuno dietro il suo inespugnabile sportello, ti dicono il minimo che tu debba sapere con una fiacchezza vereconda; alla presentazione della lettera di convocazione a causa della quale ti trovi ora dinnanzi a loro, ti impongono un obolo per oscure spese amministrative, poi ti fanno cenno di seguire gli innumerevoli segnali di pista che corrono lungo tutta una parete alla fine della quale ti ritrovi davanti all’ennesimo sportello con l’ennesimo passacarte che controllerà su un registro l’esistenza della società che tu rappresenti, prenderà le tue generalità come il portiere di un albergo, ti farà mettere una firma che non scagionerà nessuna tua amnesia a venire, quindi ti consegnerà un plico verso il quale non mostrerà alcun interesse e di cui, probabilmente, non conosce minimamente il contenuto. Come un fattorino. Ah! Dimenticavo: per tutto questo tempo, mentre tu ti senti un po’ meno ignaro ma almeno altrettanto affranto del condannato al patibolo, quello non ha fatto altro che parlottare con un collega invisibile udibile a lui soltanto come attraverso strategici auricolari.

    Scherzi e colorature a parte, la celebre S.p.A. incaricata della riscossione nazionale dei tributi, negli ultimi tempi ha fatto molto parlare di sé (si veda la lunga lista di fatti di cronaca come quello dell’impiegato di una sede bergamasca tenuto in ostaggio per sei ore da un contribuente, o di quel tale che si è dato fuoco a Bologna, o della bomba che ha devastato un ufficio di Lamezia Terme e simili).

    Forse che con la crisi economica aumentano anche gli evasori? Forse che con la crisi economica aumenta anche la lotta agli evasori? E comunque, a ben vedere, chi dovrebbe veramente temere le sanzioni di questo organismo di controllo che lavora, appunto, per l’Agenzia delle Entrate, non dovrebbe essere il cittadino virtuoso, bensì quello inadempiente: i vari furbetti e furboni del quartierino di cui il nostro Bel Paese, per un deviato senso civico di sopravvivenza, è pieno. Quindi perché preoccuparsene in coro? E qui giunge l’inghippo, poiché, purtroppo, chi ha paura di Equitalia è anche l’uomo onesto, il pesce piccolo, lo sbadato, quello che magari ha un’associazione culturale dove la passione non vale l’impresa, ma che è talmente ligio e conforme alle leggi del proprio paese, da spendere pure dei soldi per affidarsi ai servigi professionali di un commercialista che sbrogli al posto suo tediose e onerose questioni dagli astrusi acronimi e sigle che ricordano posizioni da battaglia navale e isole fantastiche. Ai cosiddetti avvisi bonari recapitati da Equitalia, infatti, spesso seguono a distanza di anni pene pecuniarie spropositate rispetto all’iniziale, ormai remotissima moretta che il malcapitato ha per propria noncuranza, o per noncuranza del servizio postale, o per insospettabile tattica degli agenti controllori, omesso di pagare. Non sarebbe più auspicabile che Equitalia assillasse i suoi debitori più pigri con cadenzati, sfiancanti solleciti come il genitore coscienzioso fa col figlio negligente? Non sarebbe più responsabile che Equitalia inseguisse i suoi clienti più sbadati anche in capo al mondo, se necessario, per rammentare periodicamente l’incompiutezza dei loro doveri fiscali come il genitore premuroso che non smette di raccomandare la maglia di lana al proprio figlio ultratrentenne anche a distanze intercontinentali?

    Chi sbaglia, paga. Certo. Del resto, la sentenza la legge non ammette ignoranza non significa pressappoco che, nel bene e nel male, sono sempre accidenti tuoi? Ma quando si cerca quatti quatti di non favorire la sollecitudine del reo smemorato a porre rimedio ai propri errori prima che sia troppo tardi, viene da chiedersi quanta responsabilità ci sia da una parte e quanta dall’altra nelle esasperazioni fuori controllo degli ultimi mesi.

    Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

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