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La fiera delle vanità

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    Giugno, mese di saggi. Si chiude un ciclo, nove mesi di attività più o meno a tambur battente e, alla fine, poco prima dell’entrata ufficiale dell’estate, il parto, l’agnizione, l’epifania, la festa. Ma spesso, citando il saggio La Fontaine, accade che la montagna partorisca un topolino, e allora quella che dovrebbe essere la crème de la crème dimostrativa, si riduce a una mera autocelebrazione dei migliori dei peggiori.

    Con chi ce l’ho? È presto detto. Viene a trovarmi una mia cara amica da Milano appassionata d’arte. In meno di due giorni vorrebbe poter vedere tutto il meglio pittorico ed architettonico di una civiltà che ha più di duemila anni. Il buon senso ci impone una selezione, tanto più che l’itinerario prescelto verrà fatto a piedi, e né io né lei abbiamo intenzione di battere un record.

    Il tempio degli dei dell’imperatore Adriano; il corso che porta il nome del primo re d’Italia; la piazza con al centro il monumento di Giordano Bruno; l’antica via degli istituti di credito, ovvero dei banchi, che porta al lungo fiume; uno dei tanti ponti che lo attraversa e, infine, la residenza strategica dei papi.

    Con grande rammarico della mia amica e grande sollievo dei miei piedi, il famoso castello protetto da San Michele è chiuso ai visitatori; è già sera ma il caldo non sembra curarsene; non ci resta che accontentarci della passeggiata adibita a stand vintage, gastronomici e di intrattenimento che ogni estate animano i dintorni dell’antica fortezza –

    la rievocazione storica della girandola avverrà solo il 29 giugno, e per quella data la mia ospite sarà già tornata a casa – e cercare una panchina dove riprendere fiato, magari godendo di un po’ di musica dal vivo.

    L’occasione non tarda ad arrivare. Fra una bancarella di orecchini e una di dischi usati, troviamo un piccolo palco dove di lì a poco avrà inizio un’esibizione musicale. Si tratta di uno spettacolo di fine anno di una scuola di musica che ha sede proprio in uno dei borghi vicini. Penso che dev’essere piuttosto quotata se le hanno dato quello spazio così esclusivo e di pubblico dominio (in vita mia ne ho visti di saggi di danza e di musica nel chiuso di aule senza aria condizionata gremite di mamme sudate ed emozionate), ma devo ricredermi: quello che, infatti, dovrebbe essere una dimostrazione privatissima – e sottolineo issima – degli pseudo progressi di illuse promesse del canto e dell’esecuzione musicale italiane, si rivela uno scherzoso, approssimativo, indisciplinato carosello di bimbi e ragazzi che non hanno niente di neanche lontanamente professionale, ed ecco perché, ci tengo a ribadirlo, la loro esibizione sarebbe dovuta rimanere privatissima.

    Sono un po’ dura? Infondo non ho neanche dovuto pagare un biglietto (ci mancherebbe!)…

    No, non credo di essere io quella troppo esigente, poco elastica, testardamente ligia, eternamente insoddisfatta e dispoticamente polemica, e la mia delusione è tanto più grande quanto più si allontana dal singolo episodio di una realtà che dopotutto non conosco, ma di cui m’è bastato saggiare l’apice per indovinarne l’inconsistenza spavalda.

    L’aspetto comicamente più tragico rimane, infatti, sempre lo stesso: che futuro si riserva a persone il cui sogno viene alimentato senza critiche, senza ragguagli, senza aggiustamenti e senza il minimo imperativo alla disciplina, allo studio, al perfezionismo, alla disponibilità a mettersi in discussione e al confronto? Se abbiamo visto che non basta più neanche una laurea per aggiudicarsi una qualche priorità nel mondo del lavoro, che possibilità concrete ha un aspirante artista in un paese di poeti, navigatori e santi dove ci sono rimasti solo i poeti e dove basta pagare per ottenere un attestato (come se poi quell’attestato fosse la chiave che apre ogni porta)?

    E poi c’è l’aspetto estetico, quello superficiale, esteriore, le famose apparenze da salvaguardare che il mio DNA borghese non può fingere di tenere in minor conto: che figura ci facciamo davanti a tutti quei turisti stranieri che disgraziatamente si trovano a passare di là proprio mentre un allievo cantante insiste impunito nello storcere la celeberrima canzone Via con me di Paolo Conte dicendo good look invece di good luck?

    Io e la mia amica ci facciamo quattro risate davanti a tanta negligenza, nessuna di noi è un’esperta musicale, ma un comune sesto senso ci suggerisce che i nostri giudizi non sono poi così errati, infatti, non appena un allievo pianista comincia a intonare La vita è bella di Nicola Piovani, uno spettatore seduto accanto a noi commenta ad alta voce:” La vita è bella, ma la musica non tanto!”.

    Eppure sono risate amare, risate di un popolo che ormai se le fa passare tutte, che fa spallucce, che tira avanti barcamenandosi come meglio può nell’improvvisazione e nel clientelismo, in memoria di tempi forse peggiori, dove non si poteva neanche ridere di certe cose.

    Per fortuna non è tutto così marcio e vacuo: ci sono talenti nostrani che vengono pubblicamente celebrati perché effettivamente meritevoli. So che è poco intelligente un paragone tra un professionista e un allievo, ma alla base c’è sempre lo stesso concetto: onestà intellettuale e non fiera truffaldina delle vanità. E così ripenso al bravissimo Elio Germano, che al Festival di Cannes di due anni fa aveva voluto dedicare la propria palma d’oro come miglior attore (La nostra vita, di Daniele Lucchetti) “all’Italia e agli Italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente.”.

    Tra una risata per il termometro che ubriaca e una per le stonature che fanno precipitare il nostro livello di coinvolgimento empatico con i performer, s’è fatto tardi. Anche il caldo se n’è accorto. Ci incamminiamo verso il metrò, ma la fortuna non è dalla nostra: sciopero dei mezzi pubblici contro la riforma pensionistica, la controriforma del lavoro, la modifica dell’articolo 18 e la riduzione degli ammortizzatori sociali.

    Viva l’Italia!

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