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È qui la festa?

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    La bella stagione che stiamo vivendo ormai da un mese in un tripudio di insopportabile calura, mi suggerisce l’argomento su cui scrivere in questa rubrica che vorrei fosse lieve come una brezza marina ma che scuotesse il lettore come un vento tangente (i velisti sanno a cosa mi riferisco).

    Estate: tempo di mare, sole, gelati, viaggi esotici (per chi se li può ancora permettere), quattordicesima (solo per alcune categorie lavorative), pausa scolastica e… Matrimoni.

    Nonostante il celebre detto sposa bagnata, sposa fortunata, la stragrande maggioranza delle coppie preferisce compiere il fatidico passo d’estate (tanto le chiese sono perennemente gelide e le sale ricevimento quasi sempre climatizzate). E cosa avviene, solitamente, prima delle annunciate nozze? La serenata? No, ancora prima. Esatto! L’addio al celibato.

    Da una gustosa ricerchina su Internet apprendo come questo goliardico rito pagano abbia origini anglosassoni; quindi noi latini l’abbiamo adottato esattamente come abbiamo fatto con la festa di Halloween e con la psicoterapia.

    In inglese si dice bachelor party (il baccelliere, termine medievale, indica ancora oggi lo studente che in alcuni ordinamenti universitari stranieri consegue il titolo accademico precedente quello di dottore) o stag party (stag significa cervo, e il riferimento pare sia rivolto a un dio peloso e cornuto adorato dai Celti e dai primi Inglesi chiamato Cernunnos che ben rispecchiava l’idea di virilità dell’epoca.).

    Riassumendo: l’addio al celibato è una festa inventata dagli uomini per degli altri uomini, inneggiante alla loro mascolinità forse un po’ ruvida, come se questi, per il solo fatto di essere giunti al matrimonio, abbiano compiuto una prodezza… Che so… Calcistica!

    Fin qui, la ricostruzione storica rende abbastanza plausibile le ragioni di una tale invenzione, tant’è che ancora oggi, chi organizza la serata/week-end per il futuro sposo è un gruppo di amici di vecchia data che lo ha conosciuto in tempi non sospetti: compagni di scuola o di calcetto; camerati della stessa colonia estiva; squadriglieri dello stesso gruppo scout; coinquilini dello stesso appartamento studentesco. Insomma, gente che può testimoniare com’era il festeggiato prima che incontrasse la sua futura moglie – chissà di quali temerarie imprese si sarà gloriato… – e com’è diventato nel mentre (e il paragone non è che sia sempre dei più lusinghieri).

    Ma poi il rito si evolve, diventa la celebrazione di una presunta libertà che andrà perduta proprio con il passaggio di status sociale da scapolo a marito (non a caso in francese è l’enterrement de vie de garçon: la sepoltura della vita da ragazzo).

    Ma di che tipo di libertà stiamo parlando? Solitamente di tutte quelle che con le nuove responsabilità di coscienzioso capofamiglia, l’ex scapolo non potrà più concedersi: ubriacarsi, andare in discoteca da solo, fare tardi da solo, fare un viaggio da solo (da solo, alias: senza una compagna fissa).

    Nella sua versione più sprint, il moderno addio al celibato è una sorta di Jonathan – Dimensione avventura (chi non ricorda la trasmissione sugli sport estremi e le esplorazioni andata in onda negli anni ’80 su Rete 4, condotta dal grande Ambrogio Fogar?): rafting, paintball, free climbing, bungee jumping e tutto quello che il malcapitato non ha mai fatto prima in vita usa non tanto perché non ne avesse avuto l’occasione, quanto perché non ha mai sentito l’esigenza di lanciarsi nel vuoto a più di cento metri d’altezza legato a un elastico o di farsi prendere a dolorosi pallettoni di vernice sulle chiappe, gli viene prospettato a sorpresa dai suoi amici più cari senza possibilità alcuna di rigettare il cadeau.

    Nella sua versione più moderata e moralistica – almeno tra noi italiani – l’addio al celibato si riduce ad una conviviale rimpatriata tra vecchi amici che le circostanze per lo più lavorative hanno finito con l’allontanare.

    Ma è nella sua versione piccante che la festa si fa più interessante. Il primo fautore dell’addio al celibato trasgressivo, pare sia stato un nipote di Phineas Taylor Burnum (il celebre mistificatore dell’omonimo circo), che nel 1896 preparò uno spettacolo in grande stile in onore di suo fratello, con tanto di danzatrice del ventre che avrebbe ballato nuda.

    Da allora, gli addii al celibato più libertini – coadiuvati da massicce dosi di alcool e di chissà cos’altro – cominciano con spettacoli di spogliarello (burlesque o lap dance è ininfluente) e terminano con prestazioni sessuali gentilmente offerte dalla performer in questione previo compenso già pattuito con l’allegro gruppetto di organizzatori (il bello dell’addio al celibato, qualunque forma esso assuma, è proprio il suo aspetto squisitamente gratuito; almeno per il festeggiato).

    E venne il giorno in cui le femminucce si presero d’invidia…

    Il bachelorette party – declinazione femminile della stessa festa – pare si sia esteso anche alle nubili solo negli anni ’60, ovviamente grazie alla rivoluzione sessuale.

    Sebbene ci siano state e ci siano ancora molte donne per cui la tanto agognata parità dei sessi equivale piuttosto a godere di pari diritti e dignità sociale rispetto agli uomini, ci sono pure molte altre donne cui, al contrario, piace imitare i maschietti anche nei loro comportamenti più abietti, ed ecco perché la versione spinta della festa di addio al nubilato ricalca pari passo quella che ho pocanzi descritto per i celibi: stesso inizio (spogliarello maschile) e, per le più spavalde, stessa fine.

    Ma la parità di giudizio è ancora lontana. Me ne accorgo tristemente durante una cena da amici cui sono stati invitati anche un collega del padrone di casa e la rispettiva partner che conoscerò solo allora. Il tipo è molto loquace, si capisce che ha una certa confidenza con i nostri ospiti, e siccome neanche io e il mio compagno siamo persone abbottonate che stanno sulle loro, si concede serenamente battute gioviali, suggerimenti agresti al limite del tecnico (cosa gli ha fatto pensare che svolgiamo qualche attività inerente l’agronomia?) e aneddoti mediamente piccanti. Uno di questi aneddoti riguarda proprio un addio al nubilato versione hot (non ricordo come ne sia venuto a conoscenza, dal momento che un rigido requisito comune a entrambe le feste è proprio l’appartenenza degli invitati allo stesso genere del festeggiato). Insomma, si fa presto a indovinare la natura del pettegolezzo che tanta ilarità ha suscitato nel nostro narratore, con la differenza, però, che essendo una nubile il protagonista della trasgressione, e non un celibe, il commento finale cui si lascia andare è di colorita riprovazione nei confronti della… Usiamo un termine romantico: sgualdrina.

    Se si fosse trattato di un promesso sposo, il nostro bontempone si sarebbe ugualmente scandalizzato, o – forse per pudore verso le donne presenti in quel momento – avrebbe omesso ogni commento limitandosi ad occhiate di muta complicità con i commensali maschi?

    Ma non voglio concludere quest’articolo con l’amaro in bocca. Vi concederò un’altra curiosità: addio al nubilato in inglese si dice anche hen party.

    Hen significa gallina. Tra le possibili spiegazioni di questa singolare denominazione, le mie ricerche mi hanno condotta a scoprirne una illustrata su un blog inglese che mi è subito apparsa degna di nota, se non altro perché cento volte più divertente di quella del dio cornuto dei Celti usata per l’uso della parola stag.

    In un tipico pollaio ad uso domestico – sostiene la nostra blogger – non è raro imbattersi in due tipi di densità abitativa: tante galline e un solo gallo nel caso il fattore sia più interessato alla riproduzione; molte galline e nessun gallo nel caso si prediliga la produzione di uova; così le galline, in un modo o nell’altro, si ritrovano sempre a stare insieme, dormire insieme, beccare e covare insieme; il gallo, invece, è destinato a stare da solo nella sua minoranza di genere rispetto agli altri abitanti del pollaio, tant’è che, come dice anche il proverbio, due galli nello stesso pollaio non ci possono stare.

    Sebbene la similitudine con una gallina non mi gratifichi granché, e non riesca proprio a notare tutta questa solidarietà nelle femmine umane, mi farò bastare la metafora del pollaio come la più esaustiva delle teorie scientifiche.

    Solo un ultimo dubbio ancora mi attanaglia: chissà se il termine hen è stato pensato per primo da una nubile o da un celibe…

     

     

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