Quantcast

No English? Non parti!

Più informazioni su


     

    Con l’arrivo di Scipione, Caronte, Minosse & Friends, la permanenza estiva in città è diventata più ardua che mai. No, non sto vaneggiando un ritorno dall’oltretomba dell’antico generale romano che scongiurò un’invasione italica da parte dei Cartaginesi, né mi sto augurando un’allucinatoria materializzazione del dantesco traghettatore di anime o del mitologico re cretese. Sto parlando degli anticicloni africani cui qualcuno – si dice il peccato, non il peccatore – ha avuto arbitrariamente la fantasia di affibbiare questi nomi tanto illustri. Di solito è la World Meteorological Organization che si occupa di battezzare i fenomeni meteorologici di una certa rilevanza, soprattutto i tornado, e di certo non lo fa pescando a caso nelle proprie reminescenze scolastiche o assecondando l’ispirazione del momento: esiste una lista di nomi propri di persona seriamente concordati tra gli operatori preposti e, per par condicio, un’equa estensione alle nazionalità ispanica e francofona (non tutto il mondo è stato colonizzato dagli inglesi), oltre a rigidi criteri di pescaggio e turnazione dei suddetti; e comunque, di certo non si affannano a nominare qualsiasi perturbazione venga temporaneamente a interessare un’area geografica climaticamente delimitata dal momento che, proprio perché temporanea, una volta passato il santo, passa anche la festa. Ma qui siamo in Italia, la patria dei fantasisti, quindi…

    Ma torniamo a noi! Dicevo come, appunto, l’afa di quest’estate, soprattutto per chi è costretto a posticipare le proprie vacanze in contesti più adeguati di quelli metropolitani, sia una vera tortura. Io, ad esempio, ormai ho preso l’abitudine di uscire solo di sera. Come le blatte. E devo dire che la scelta si è dimostrata conveniente non solo sotto l’aspetto climatico, ma anche sotto quello ricreativo. D’estate, infatti, gli spazi all’aperto si animano; anche il paese più insignificante, che d’inverno è un vero mortorio, ospita manifestazioni artistiche degne dei centri più cosmopoliti, e il bello di queste iniziative culturali è che, il più delle volte, sono gratuite (di questi tempi non guasta).

    L’altra sera, ad esempio, scattata l’ora x, sono andata ad ascoltare musica elettronica dal vivo.

    Scordatevi Giorgio Moroder (chi non se l’è già scordato)! Solo dopo un mojito annacquato l’esecuzione ha cominciato a risultarmi mediamente tollerabile; quando poi è entrato in scena un gruppo di ballerine che ci improvvisava sopra, allora ho capito che c’era una certa logica in quelle sperimentazioni. Imperscrutabile, ma pur sempre una logica.

    Le giovanissime danzatrici erano studentesse del College di Irvine (California), e si trovavano qui in Italia con la loro insegnante grazie a un progetto di scambio che le aveva viste collaborare con giovani musicisti autoctoni di genere classico e, come nella performance cui avevo assistito io, contemporanea.

    La coreografa – Janette, che insegna al Bergen College (New Jersey) – è un tipo molto affabile. Un mio amico italiano che ha lavorato con lei me la presenta e, dopo un cauto nice to meet you, decidiamo di andare a mangiare da qualche parte.

    Il mio amico ci svela subito le preferenze culinarie della nostra ospite: cannolo siciliano e vino italiano. Ci adopriamo immediatamente affinché le sue aspettative non vengano disattese, ma il localino di gastronomia siciliana che troviamo aperto vanta talmente tante bontà salate, che il menu originario vira deciso verso arancine (le originali palle di riso si declinano al femminile), rustici e birra.

    Nonostante la mediazione di Michele, che ci fa da interprete, e la generosità gestuale di Janette (ed io che giudicavo male noi meridionali per eccesso di mimica), la conversazione rischia gravemente di languire.

    Siamo quattro italiani e un’americana, 4 a 1, e giochiamo in casa, ma la regola secondo cui la maggioranza vince qui non conta, perché Janette ha qualcosa che vale molto più della nostra superiorità numerica: parla inglese.

    È inutile che il buon Michele la prenda in giro perché lei, a differenza di noi altri, non si sforza minimamente di comunicare in italiano. L’inglese vince e l’italiano perde. È una realtà. E lei è anche fin troppo carina a pronunciare lentamente ogni parola e a rendere il più elementare possibile la forma già di per sé sintetica dei propri enunciati in una lingua che, dopotutto, si dimostra non così tanto sintetica, dal momento che noi italiani non abbiamo proprio nessuna voglia di assimilarla.

    Eh già! Perché uno dei motivi con cui ci si giustifica, nel Bel Paese, della poca dimestichezza che si ha con l’inglese, è proprio la sua struttura grammaticale scarna.

    Questa poi! Preferiremmo forse essere costretti a conoscere il tedesco? O il cinese?

    Quando studiavo recitazione mi insegnarono a calibrare le espressioni, soprattutto davanti alla cinepresa, perché così da vicino, ogni particolare veniva ingigantito (cosa che invece, per certi versi, viene auspicata a teatro). Eppure se non fosse stato per la gestualità e la mimica facciale di Janette, che lei aveva alterato di proposito proprio per venirci incontro, avremmo passato tutta la serata in imbarazzato silenzio o, peggio ancora, escludendo il membro numericamente inferiore della comitiva.

    Ma a cosa si deve tanta negligenza? Eppure siamo pieni di inglese: dagli slogan pubblicitari ai termini informatici; dalla musica leggera ai termini economici. L’inglese è entrato prepotentemente nei nostri discorsi quotidiani da decenni, in barba alla tradizione colta e aulica o più volgare del nostro vegliardo idioma nazionale, tant’è che molti lemmi nostrani, forse proprio per pratiche esigenze di globalizzazione, si sono ridotti a un’ombra sbiadita del corrispettivo anglosassone di cui i più ignorano l’esistenza.

    Non fraintendetemi: io adoro la nostra lingua. Adoro la sua complessità, le sue origine etimologiche greche e latine, la sua filologia ignorata, il suo patrimonio giurassico, perfino l’uso diffusamente errato che se ne fa. Ma questo non ci giustifica. E sono ugualmente stufa di tutte le altre giustificazioni trite e ritrite del tipo: siamo etnicamente pigri; abbiamo l’eredità dispotica dei dialetti regionali; il doppiaggio dei film ci ha abituati male; l’unità linguistica è stata raggiunta solo sessant’anni fa con l’arrivo della televisione, figuriamoci quanto ci vorrà per l’inglese…

    La conoscenza dell’inglese non può essere appannaggio esclusivo di una classe dirigenziale o dei figli dei diplomatici che vanno alle scuole internazionali. L’inglese dev’essere per tutti, come la sanità (o quasi).

    Io ho una teoria (si accettano pareri discordanti solo se debitamente motivati): in Italia non si sa insegnare questa lingua (altrimenti perché avrei imparato di più guardando il David Letterman Show che seguendo corsi di letteratura inglese all’Università?).

    Quando presentate il vostro curriculum vitae, in cui specificate di avere una conoscenza elementary dell’inglese, siete sicuri di essere in grado, se ve lo chiedessero, di scrivere un tema in lingua? Perché io, alle elementari, li scrivevo i temi in italiano…

    Chi di voi saprebbe leggere una pagina del Times?

    Chi di voi è in grado di comprendere una canzone pop passata alla radio?

    Ultimamente vengono spesso trasmessi in TV stralci di discorsi del presidente Obama, che non eccede certo in aggettivi e avverbi come il nostro Presidente della Repubblica né fa incisi fiume come il Presidente del Consiglio Monti. Chi di voi sarebbe in grado di tradurli simultaneamente?

    Come in un test da fare sotto l’ombrellone, se avete totalizzato almeno due NO, il vostro livello di conoscenza dell’inglese è pari a quello di un bimbo da silo nido (non anglofono, ovviamente).

    Voglio darvi qualche consiglio. Non vi suggerirò di iscrivervi a qualche scuola plurititolata né di farvi tentare dalla superofferta di qualche corso audio in edicola valida solo per il primo numero dell’intera la collana. Avete presente il medico che raccomanda al paziente di fare le scale a piedi (in salita) invece di prendere l’ascensore? Ebbene, bisogna fare proprio così: l’inglese deve entrare nel nostro quotidiano gradatamente, come il cambio di stagione prima che sparisse la mezza stagione, come una buona abitudine cui non facciamo più caso.

    Cominciate a cambiare le impostazioni linguistiche al cellulare, al computer, al telecomando della TV barra Sky barra lettore cd barra secondo hard disk. Quando vi sentirete pronti, fatelo anche con il navigatore satellitare.

    Per quelli di voi che hanno più tempo, andate a trovare sul web i testi delle canzoni in inglese che vi piacciono di più e la loro traduzione; cercate un programma televisivo in lingua per bambini (ormai, col digitale, i canali tematici si sprecano) e pian piano passate al livello successivo; trovate sul dizionario i termini corrispondenti per ogni oggetto di uso frequente che avete in casa e scrivetelo su un post-it da appiccicarvi sopra; stabilite almeno un giorno ogni due settimane in cui vedere (e rivedere, e rivedere) un film in lingua originale con i sottotitoli.

    Come un test da fare a ombrellone ormai chiuso, se avrete totalizzato almeno due SI sulla lista delle cose fatte, avrete raggiunto il livello di… Prima elementare.

    Congratulations!

    Più informazioni su