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La malaéducacion

Sulle abitudini degli italiani

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    Prendendo in prestito il titolo di una trasmissione televisiva decisamente piccante mandata in onda su La 7 – la quale, a sua volta, ha preso impropriamente in prestito il titolo di un famoso film di Pedro Almodovar (impropriamente poiché quest’ultimo non parla di sesso non canonico condiviso, ma di abusi sessuali) – colgo l’occasione per citare un caso di vera maleducazione – l’ennesimo – che mi è capitato di recente.

    Partenze agostane, smanie per la villeggiatura da fare un baffo a Goldoni, preparativi per una vacanza breve ma intensa, quindi: bagagli intensi. Tra un cuscino da viaggio e un tubo galleggiante da piscina, una dozzina di caricabatterie tutti diversi (prima o poi si decideranno a farne uno universale?) e mezza dozzina di scarpe (tutte mie), io e il mio compagno ci rendiamo conto di come quegli 850 metri che ci separano dal mezzo pubblico più vicino che ci porti alla stazione, rischino di diventare un’impresa cavalleresca. E noi non abbiamo il cavallo. Ma abbiamo un gatto, sistemato di tutto punto sul suo bel cuscino dentro al suo bell’e ingombrante trasportino.

    Le mani sono quattro, i bagagli molti di più, quindi che fare?

    Vada per il taxi! E… Crepi l’avarizia!

    Contro ogni più rosea aspettativa, il servizio di prenotazione telefonica si dimostra alquanto celere: non finiamo di specificare l’ora esatta in cui ci serve la vettura che la voce automatica ci annuncia già l’arrivo del nostro taxi in un tempo record di tre minuti. Ritelefoniamo per sbrogliare il qui-pro-quo con l’operatrice e, per eccesso di zelo, aggiungiamo che trasportiamo anche un gatto, quindi, candidi e fiduciosi, chiediamo delucidazioni a riguardo, come, ad esempio, se ci sia bisogno di pagare una tariffa maggiorata. A questo punto la nostra interlocutrice viene presa in contropiede: forse non le è mai capitato che un utente si prendesse la briga di informarla della natura dei propri bagagli, inanimati o meno; comunque deduce semplicemente che l’animale debba essere chiuso in un apposito alloggiamento al riparo dal contatto con l’esterno e, per essere sicuri che l’autista che ci accompagnerà non sia allergico, ci consiglia di ritelefonare a tempo debito.

    Controlliamo scrupolosi le ultime cose quindi, con mezzo appartamento formato pocket in valigia, telefoniamo al Radio Taxi con mezz’ora di anticipo sulla tabella di marcia, ma tutte le volte – saranno cinque in totale – che ripetiamo l’operazione, al momento di sapere il numero del nostro taxi e i minuti che ci impiegherà per venirci a prendere, cade la linea o torna all’operatrice in carne e ossa che ci consiglia di riprovare perché al momento non c’è nessuna vettura disponibile.

    Ma com’è possibile? Solo un paio d’ore fa si sarebbero catapultati al nostro indirizzo col teletrasporto e adesso… Un momento! Ragioniamo: cos’è cambiato dalla nostra prima, frettolosa chiamata a quelle successive? Elementare Watson! Il gatto! Forse che tutti i tassisti municipali si sono improvvisamente ricordati di soffrire di una perniciosa allergia al pelo felino? E se così fosse, perché mai non ne è stato avvisato il sistema sanitario locale?

    Affranti, per scongiurare un ritardo irrecuperabile, decidiamo di raccogliere il guanto di sfida e di imbarcarci nell’impresa cavalleresca inutilmente scongiurata. Senza cavallo, con cinque bagagli e con il gatto.

    Grazie a Dio, lassù qualcuno ci ama! In barba al sole cocente di mezzodì, all’asfalto che scioglie le suole delle infradito e alle rimostranze del mio cucciolo di tigre, riusciamo ad attraversare incolumi quei maledetti 850 metri che ci separano dal primo mezzo pubblico.

    Finalmente la stazione! Finalmente il treno! Finalmente l’aria condizionata (che surriscalderà pure il pianeta, ma di cui al momento abbiamo vitale bisogno)!

    Durante il tragitto su ferro, seduta al mio posticino da Puffo, con il trasportino poggiato sulla ribaltina del tavolinetto che mi separa a una distanza millimetrica dai miei dirimpettai, e il mio gatto tiranno che mi guarda serafico come a volermi comunicare “Così impari a spodestarmi dal mio habitat domestico!”, ripenso con nostalgia a un ferragosto di parecchi anni fa. Bolzano, notte fonda, quadrivio perfettamente pulito e illuminato, semaforo rosso, nessun veicolo per strada se non io e un altro davanti a me, sulla mia stessa corsia, immobile nonostante non ci sia nessuno nel raggio di almeno un chilometro tranne noi due e qualche serotino bicolore (specie di pipistrello tipica del Nord-Est italiano) che comunque non fa numero, poiché il traffico aereo delle bestie usa sistemi di regolazione differenti da quelli umani su strada. Eppure l’automobilista non fa una piega, non solleva tra sé quisquiglie irrilevanti come faccio io. Il semaforo è rosso? Si ferma. Il semaforo è verde? Riparte. Del resto, alla scuola guida trentina dove probabilmente ha conseguito la patente, nessuno gli ha detto che le suddette regole sono suscettibili di variazioni arbitrarie qualora non sopraggiungesse nessun altro mezzo o pedone. A ben vedere, non lo insegnano in nessun’altra scuola del pianeta. E questo mi conforta. Il rispetto collettivo delle regole, la disciplina della vita comune anche senza nessuno che stia dietro l’angolo pronto a coglierti in flagrante, mi fa percepire questo mondo più sicuro, e mi fa essere più fiduciosa nel prossimo. D’altra parte, c’è una dignità assai appagante in chi non dovrà mai trovarsi nell’eventualità di giustificare la propria malaéducacion dicendo “Ma non passava nessuno…” o inventandosi un’improvvisa allergia alla proteina Fel d1 contenuta principalmente nella forfora e nella saliva dei gatti.

    Ma perché siamo così? E soprattutto: lo siamo sempre stati?

    Ultimamente sto leggendo un bel libro a metà tra la letteratura di viaggio e il saggio: “In viaggio con Erodoto”, di Ryszard KapusćiÅ„ski, premio Elsa Morante nel 2005, in cui il giornalista e scrittore scomparso rievoca la sua carriera come inviato all’estero partendo dalla sua povera Polonia post-bellica attraverso un libro che lo accompagnerà sempre – le “Storie” di Erodoto, appunto – e grazie ai cui insegnamenti immortali, nonostante l’età vetusta dell’opera e del suo autore, egli saprà leggere con saggezza le varie realtà che incontrerà e contro cui si scontrerà nei suoi numerosi spostamenti. KapusćiÅ„ski scrive così della positiva sorpresa che lo coglie appena raggiunge la prima di una lunga serie di tappe che farà per il mondo: Roma. Con un abbigliamento nel più puro stile Patto di Varsavia, anno 1956 […] Chi arrivava da oltreoceano non aveva bisogno del passaporto, lo riconoscevano a distanza. [A Roma] i commessi […] Rispondevano con frasi complete e, alla fine, ti dicevano anche: grazie!

    Insomma, il nostro uomo proviene da un grigio paese sotto blocco sovietico in cui, probabilmente, anche la cortesia passava in secondo piano se bisognava spendere tutto il proprio tempo a sospettare di chiunque. Trovandosi a dover visitare l’Italia come primo paese straniero, nella fattispecie una città spumeggiante com’era Roma negli anni 50, una delle prime cose che lo fa ricredere circa quell’Occidente che [gli] avevano insegnato a temere come la peste, è proprio la cortesia dei negozianti.

    Strabuzzo gli occhi. Ma siamo sicuri che KapusćiÅ„ski non si sia confuso con un’altra città?! Non riesco proprio a immaginare il personale di un esercizio commerciale nostrano mostrare anche al momento in cui vi sto scrivendo tutta questa amorevolezza. Al giorno d’oggi sono due i comportamenti maggiormente utilizzati dai commessi verso i clienti. A: gli stanno appiccicati come sanguisughe per assicurarsi che non se ne escano senza neanche un acquisto e, solo in questo secondo caso, sfoderano il meglio del loro repertorio adulatorio. Se poi l’ipotetico acquirente mette le mani avanti dichiarandosi da subito un semplice curioso, viene lasciato a se stesso non senza manifestare un certo fastidio; B: non gli rivolgono la parola se non quando il poveretto chiede informazioni sulla merce, ma anche in questo secondo caso, se subodorano un esito negativo delle trattative, se ne disinteressano all’istante.

    Certo, non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma se i cosiddetti luoghi comuni esistono, non sarà proprio in virtù dell’esistenza di più di un episodio che ne ha generato il pregiudizio? E non venite a dirmi che anche i clienti, certe volte, andrebbero rinchiusi in riformatorio, qualsiasi età essi abbiano, perché non è di loro che sto parlando. Ce n’è anche per quella categoria, non dubitate (siamo solo alla parte prima della malaéducacion)!

    E proprio perché credo che i luoghi comuni, tutto sommato, suggeriscano delle mezze verità, vi invito caldamente a cercare su Youtube un corto davvero esilarante dal titolo “Se mi cerchi in ufficio”, a proposito della poca disponibilità verso il pubblico proprio da parte di chi svolge un servizio pubblico.

    Ma sì! Ridiamone pure finché si può! Soprassediamo, vantiamo i nostri record nazionali nei comportamenti triviali e pressappochisti, perseguiamo candidamente il motto “Vivi e lascia vivere!”, perché chi è troppo rigido rischia di spezzarsi, chi mostra un po’ di elasticità e tolleranza, magari si piega soltanto. Forse sarebbe meglio chiudere un occhio e non stare troppo a fare i perfettini, non è così?

    Quando sto in fila alla posta, alla cassa di un negozio, al distributore, commisero con sufficienza chi si dimena per guadagnare terreno trasformando la nota linea retta entro cui dovrebbe aspettare il proprio turno, in una specie di ovale non ben definito (Gioele Dix, attraverso uno dei suoi ultimi personaggi – l’automobilista incazzato – ne dà una descrizione molto appropriata), perché penso che prima o poi toccherà anche a me, nessuno mi escluderà, io ho lo stesso diritto degli altri di arrivare dove voglio arrivare. Già. Ma se non fosse così? E non posso fare a meno di pensare a un triste episodio della cronaca più recente: il disastro della nave Costa Crociera, con tutti i suoi morti e le scene di panico che possiamo solo immaginare, in un Titanic meno romanzato di quello raccontatoci dal grande schermo. Ricordo che ascoltai un’intervista a due superstiti: un’anziana coppia tedesca. Dissero che qualcuno aveva predisposto i passeggeri in maniera ordinata per accedere alle scialuppe che avrebbero consentito all’equipaggio di lasciare la nave. Si erano messi in fila anche loro, come tutti, se non fosse che… La gente li superava. Dunque non contava più la superiorità della cultura, l’etichetta, le buone maniere, lo snobismo distaccato di chi sa che tanto toccherà anche a lui, perché avrebbe potuto benissimo non toccare mai a lui. Come biasimare la malaéducacion di quella massa che forse non avrebbe esitato a farsi spazio tra gli altri disperati a calci e a pugni pur di assicurarsi salva la vita?

    Ho sempre pensato alla maleducazione come a un fatto di cultura e di buonsenso, all’armonia tra gli uomini che hanno perso millenni fa lo stato di natura e le foglie di fico sulle pudenda, e che quindi non possono essere più giustificati per la loro mancanza di tatto civile. Mai prima di aver sentito quell’intervista, avrei pensato che potesse essere una questione di sopravvivenza.

    Grazie a Dio, i casi limite in cui mors tua, vita mea sono rari nella nostra quotidiana, dozzinale trafila al supermercato, in banca, sui mezzi pubblici, per cui mi ostino ancora ad auspicare che il termine giungla definisca solo un tipo di vegetazione e un genere musicale.

    Buone vacanze a tutti!

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