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La borsa di Jane Birkin

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    Saldi di fine stagione: richiamo mille volte più suadente di quello delle sirene per Ulisse. Mentre molte vetrine, in conformità alle spietate leggi dell’industria della moda, fanno già sfoggio di capi in lana pruriginosi quanto una puntura di zanzara, qualche negozio più sfortunato insiste caparbio nel volersi disfare delle ultime, polverose rimanenze di magazzino.

    Sarà per quella scritta SALDI che troneggia un po’ sbilenca su stand e scaffali nascosti come un tesoro di cui pochi possono ancora beneficiare, ma quella robaccia spacciata per vintage quand’è semplicemente fuori moda, è un tranello che inganna anche i più esperti. Forse è una versione allargata della teoria secondo cui l’erba del vicino è sempre più verde; certamente gli antropologi, i mass-mediologi e i venditori hanno studiato minuziosamente i comportamenti dell’acquirente tipo, dal momento che certe tecniche risultano ancora infallibili nonostante il passare delle mode e l’avvicendarsi di questa o quella crisi. Ad esempio, la prima caratteristica che salta all’occhio dopo le scritte mastodontiche dei ribassi, è l’allestimento, ovvero la sistemazione della merce negli spazi vendita. Mentre ad inizio stagione, in tempi di nuova collezione o comunque durante il corso solito della vita di un negozio, gli articoli sono posizionati con un certo criterio spaziale (una volta ho sentito dire da un responsabile a quello che aveva tutta l’aria d’essere un nuovo assunto, che il vasellame da cucina doveva essere esposto con il manico verso il cliente, di modo che risultasse più immediato il desiderio di afferrarlo), a volte perfino isolati nella loro unicità, a rischio di far sembrare il negozio poco fornito, durante le svendite ufficiali tutto il vendibile viene tirato fuori, i capi addossati gli uni agli altri con le stampelle che si agganciano tra di loro, straccetti non ben identificati ammucchiati in cestoni senza fondo, quantità spropositate di taglie identiche replicate fino all’ultimo centimetro utilizzabile, un diffuso senso di opulenza a buon mercato trasudante da ogni angolo e in cui ognuno di noi, ingenuamente, si sente l’approfittatore più scaltro. Ovviamente le occasioni non mancano, ma hanno più la consistenza mitica dell’acqua per il rabdomante.

    Quest’anno, forse perché anche chi non vedeva la crisi se n’è dovuto convincere attraverso i proclami in TV, le file da svenimento e le razzie da the day after sono state assai più contenute, come se anche chi avrebbe voluto abbandonarvisi, avesse finito col cedere a un più rispettoso imperativo di austerità. Ma la regola di San Francesco è ben lontana dal nostro modus vivendi, quindi una sbirciatina furtiva a quei cartelloni di saldo, una toccatina felpata a quell’ultimo paio di sandali della propria misura, un’ultima comparsata nel negozietto ormai sconquassato dall’aria mesta di chi aspetta una ventata d’ossigeno almeno in autunno, non solo è concessa, ma è addirittura auspicabile se ci si vuol sentire ancora al sicuro dalla lista nera dei paesi in bancarotta.

    Nel mio piccolo, faccio anch’io la mia parte. Più che i negozi di abbigliamento mi hanno sempre fatto gola quelli di accessori (scarpe e borse) e di complementi d’arredo. Entro in un emporio stile vecchio West che vende un po’ di tutto di cui sono un’annoiata habitué, e mi perdo tra i suoi tanti oggetti avveniristici dalla dubbia utilità in cerca dell’affarone. Le espressioni dei commessi sono più eloquenti di ogni parola; si aggirano come automi fingendo di raddrizzare ciò che più dritto di così la fisica non consente proprio di far stare; sostano in angoli neutri cambiando ogni poco punto d’appoggio; pensano segretamente a cosa cucinare per cena.

    Nell’emporio ci sono pochi avventori, perlopiù turisti ustionati e ragazzine in libera uscita che hanno deciso di continuare la loro passeggiata ciarliera in un locale climatizzato che non degneranno del minimo sguardo, per poi riprendere, un po’ meno indifferenti, a sculettare nella caligine. Ma a un certo punto accade qualcosa: i commessi perdono d’un sol colpo lo sguardo vitreo del pesce morente e si tendono come corde di violino su entrambi i piedi, di cui si accorgono d’essere tutti provvisti; iniziano a rollare lungo percorsi strategici come figurine da vaudeville e si scambiano occhiate crittografate di cui sono i soliti decifratori.

    Ma che diamine è successo? – mi chiedo tra me.

    Seguo le loro mosse furtive, gli spostamenti strategici, i raggruppamenti apparentemente casuali e alla fine riesco a carpire l’occhiata di uno di loro che va dritto dritto verso una cliente: una giovane donna ben vestita, abbronzata ma non incartapecorita, dall’aria casual e sicura di sé. Non riesco ad associarle nessuna somiglianza eminente – di solito è verso i personaggi televisivi e i politici più chiacchierati che si mostra tanto interesse – ma la curiosità è tale che supero il mio solito riserbo così poco giornalistico e con un tempismo perfetto entro in battuta.

    ”Chi è?”: faccio quasi in apnea a un commesso che incrocia il mio sguardo in quel preciso istante.

    “Una che ha un sacco di soldi”.

    Se fossimo in palcoscenico verrebbe giù tutto il teatro.

    Che significa “Una che ha un sacco di soldi”? Fin qui c’ero arrivata anch’io: la signora ha infatti già collezionato un numero ragguardevole di attrezzeria da guardaroba che i commessi lacchè si affrettano a mettere da parte in cassa prima che cambi idea.

    D’accordo, non siamo da Armani Casa, ma non creerà certo tutto questo trambusto una spesa un po’ fuori la media!

    Il mio informatore nota la mia espressione sospesa, quindi si fa più loquace: “La vede la borsa che porta quella signora lì? Costa diecimila euro. È una borsa da vip, non tutti riescono a comprarla, perché viene fatta su ordinazione, e dopo tre mesi di attesa può anche darsi che arriva una persona più importante a soffiargliela da sotto il naso.”.

    Accidenti! Questo si che è uno scoop!

    “La prima volta fu confezionata per un’attrice.”: continua sempre più a briglie sciolte Gola Profonda.

    Sobbalzo. “Un’attrice? Che attrice?”.

    “Non lo so. So solo che la borsa si chiama Birkin.”.

    Birkin… Birkin… Scartabello velocemente tutti i file pseudo culturali che ho in memoria, finché non si apre quello giusto: Jane Birkin, attrice inglese diventata famosa dopo aver cantato in francese una canzone hot col suo allora compagno Serge Gainsbourg. Era il 1969, lo stesso anno in cui Neil Armstrong, scomparso di recente, metteva piede sulla Luna.

    Negli anni Settanta, mia madre – genitore alquanto atipico – rientrava a casa con una valanga di giocattoli (che bei ricordi quelli del boom economico!) e di dischi in vinile. Tutto merito suo se mi sono fatta una cultura musicale e cine televisiva impensabile per una bambina che, in quanto tale, avrebbe dovuto conoscere al massimo i pezzi più famosi dello Zecchino d’Oro. Grazie mamma!

    “Quest’attrice aveva bisogno di una borsa capiente con cui andare in giro.”: riprende a raccontare il commesso in stile favola della buona notte. “Così chiese ad Hermès (famoso brand d’alta moda, ndr) di fargliene una apposta per lei.”.

    Getto un’occhiata all’oggetto della contesa – una banalissima borsa di pelle squadrata, bianca, con i manici lunghi e una chiusura che avrò visto in decine di imitazioni, non ultima: la V°73 by Cappelletto – e mi sento in dovere di ribattere: “Ma diecimila euro sono una cifra abnorme! Non ha neanche uno Swarovski!”.

    “Sì, ma lei non sa quanto lavoro c’è dietro a quella borsa!”.

    Il mio nuovo confidente ha tratti asiatici; capelli neri compatti; occhi lievemente mandorlati; pelle liscissima, completamente imberbe; incarnato color yogurt al malto. Non riesco ad indovinarne la provenienza esatta, ma la mia cultura visiva mi suggerisce una storia di duro lavoro nero, sottopagato, adulti e bambini strizzati in cantine abusive senza finestre, costretti a turni massacranti per pochi spiccioli. Magari lui stesso, prima di venire a lavorare in questo bazar con un contratto regolare, faceva lo schiavo per le grandi case di moda internazionali. Magari suo padre lo sta ancora facendo, o sua sorella, o qualcun altro della sua famiglia allargata (la solidarietà etnica, in certe circostanze, è una condizione scontata).

    “Ho visto un documentario alla televisione.”.

    Il mio film immaginario si interrompe bruscamente, ma per una volta sono contenta di essermi sbagliata. Quanto alla folle idea di farne uno scoop, documentari a parte, basta digitare Birkin bag su Google per trovare tutte le informazioni del caso (e se lo dice Wikipedia, non c’è esclusiva che tenga).

    Quella stessa sera decido di consolarmi ascoltando quantomeno la pietra sonora dello scandalo (quello per cui Jane Birkin sarebbe diventata così famosa): Je t’aime… Moi non plus. Bella. Ancora carica di fascino erotico a quattro decenni di distanza. Testo scarno ma incisivo, e tutto ciò senza neanche mezza parola volgare. Vallo un po’ a spiegare a certi rapper e cantanti pop trasgressivi di adesso!

    Ricordo che una volta, durante una lezione di francese ispirata, la mia prof ci disse che il titolo era grammaticalmente sbagliato. Tradotto significa infatti: Ti amo… Neanch’io.

    Feci spallucce come le faccio ancora adesso. Ognuno ha i suoi segreti. Anzi, un punto in meno all’apparente trasparenza del testo.

    Su Internet trovo anche qualche foto recente della sensualissima Jane. Capelli cortissimi, sospetta couperose, gengive un po’ troppo esposte… Mi ricorda Pippi Calzelunghe.

    Che penserà del fatto che i suoi capricci hanno dato vita a un oggetto culto che è uno status symbol ancora oggi?

    Già. Lo status symbol. Che invenzione geniale! Quando ero piccola e fantasticavo su cosa avrei fatto da grande, pensavo a come mi sarei vestita se avessi svolto quella determinata professione, non ai contenuti della professione in sé, e siccome mi piaceva tanto il tailleur da manager quanto i pantaloni combat del fotoreporter, decisi di fare l’attrice, cioè di fingere di saper fare tutto quello che non sapevo fare. Poi ho virato verso la scrittura, che è un po’ la stessa cosa, ma questa è un’altra storia…

    Tornando a Jane, la prima Birkin bag è stata messa all’asta per beneficienza. Mi chiedo che fine abbia fatto, chi se la sia aggiudicata e cosa se ne farà di una borsa appartenuta a un’altra persona, consunta dal tempo e dall’uso, agghindata con talismani e ricordi di viaggio affatto personali. Finirà in un museo, o andrà perduta come la fanciullezza di chi la ispirò?

    Prima che la bella stagione sbiadisca del tutto, mi riprometto di andarmene un altro po’ a zonzo in cerca di finti affaroni e di futili storielle come questa. Del resto, quando farlo se non d’estate?.

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