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Emergenza nido? Tagesmutter risponde!

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    Settembre, tempo di ripresa del ménage familiare. Gli adulti rientrano a lavoro, i bimbi tornano a scuola. Oppure, se non hanno ancora raggiunto l’età dell’istruzione, ma sono alla soglia della loro prima formazione, vanno a parcheggiarsi dove qualcun altro, al posto di mamma e papà, se ne prenda cura durante buona parte delle ore diurne.

    Ma è così per tutti? In un paese dove gli asili nido sono insufficienti (alla faccia della scarsa natalità!) e quelli privati costano una vera fortuna (si arriva a pagare fino a mille euro al mese), mi chiedo se la parola famiglia che risuona con tanto pathos dalle bocche dei politici solo quando devono dare addosso ai nuclei familiari alternativi che reclamano un riconoscimento legale egalitario (come se poi ci togliessero effettivamente qualcosa!) non sia l’ultima mitomania italiana.

    Non siamo più nell’Ottocento. I ricordi spensierati di mio padre riguardo alla propria infanzia vissuta in una famiglia allargata dove i bambini erano di tutti e dove gli adulti che se ne occupavano erano tanti, non smuovono più alcuna empatia nelle coppie nate trenta e quarant’anni fa che a stento sono riuscite a rendersi indipendenti dai propri vecchi e il cui sogno domestico non è certo quello della grande casa comunitaria col tetto spiovente, ma al massimo quello di sessanta metri quadrati in condominio acconciati con gusto seriale da Ikea e in cui ogni condomino badi doverosamente ai fatti propri.

    Una volta ci salvavano i nonni. Era un imperativo morale, la prosecuzione naturale dal ruolo di nutrice e balia dei propri figli, a quella di nutrice e balia dei figli dei propri figli. Ma i nonni erano anche più giovani, perché a loro volta erano diventati genitori da giovani. Oggi, invece, l’età della genitorialità si è spostata di molto in avanti, e se anche la prole si è assottigliata, il peso dell’assistenza all’infante si è comunque aggravato, tant’è che una donna su cinque smette di lavorare proprio per accudire il proprio bambino. Alias: non passare uno stipendio ai servizi per l’infanzia del nostro discutibile walfare.

    Una sera rivedo dopo tanto tempo un’amica che come me svolge laboratori nelle scuole. Come stai, come non stai; quest’anno che farai; quante scuole hai; di che ordine e grado sono… Il reciproco resoconto un po’ annoiato della preparazione a un nuovo anno scolastico da parte di due persone che, dopotutto, c’entrano con la scuola solo di sbieco, in qualità di tecnici non istituzionalizzati (Tiziana tiene laboratori di musica; io di teatro), inaspettatamente si vivacizza.

    – Forse riprenderò un laboratorio in una Tagesmutter.

    Aggrotto la fronte, richiamo alla memoria le mie blande reminescenze scolastiche di tedesco e traduco sillabando: di-gior-no-ma-dre.

    – Mamma di giorno. Esatto! – mi conferma Tiziana.

    – Ma che è?! – le chiedo rapita.

    – Un’educatrice che si fa un asilo nido in casa propria. In Germania e nel Nord Europa c’è almeno da vent’anni. Ovviamente devi avere un spazio a norma e adatto ad ospitare bimbi così piccoli… Se vuoi un giorno di questi te la presento.

    Detto fatto!

    Il viaggio in treno dura appena quaranta minuti, attraverso campagne d’un verde brillante e stretti viali erbosi a strapiombo sul lago. C’è una vista mozzafiato. È una calda giornata di sole che pare sfidare il movimento di rivoluzione terrestre per regalarci un intenso, piacevolissimo prolungamento dell’estate.

    Arrivata alla stazione del paese, ho come un déjà-vu: due adolescenti dalla pelle diafana e l’abbigliamento balneare se ne stanno seduti un po’ arruffati sui primi gradoni della scala di pietra che porta al livello stradale. Non è una località termale, eppure mi fa pensare a un film con Vanessa Redgrave su Agatha Cristie ambientato nello Yorkshire del 1926, con visitatori che si aggirano in tenuta da camera o da piscina dentro e fuori un austero kursaal in perfetto stile tardo vittoriano.

    Una volta in strada, mi guardo intorno. Che direzione prendere? Noto un uomo maturo e una giovane donna che si avviano sicuri verso un nascosto sentiero in salita, così decido di seguirli. Ne colgo qualche parola di soppiatto e capisco che sono tedeschi (questa lingua mi perseguita!), e anche questo mi riporta a un’altra epoca, ancora più lontana di quella in cui visse la celebre giallista inglese, e cioè a quando il nostro Bel Paese, soprattutto il centro e il nord, era meta di viaggiatori stranieri, per lo più scrittori e musicisti in cerca di ispirazione o pellegrini in visita al capo spirituale della cristianità.

    Alla fine di ogni larga rampa che si inerpica dolcemente su per la collina, mi chiedo se questa via naturalistica non conduca a qualche ricca proprietà privata. E in effetti, quasi ad ogni ballatoio, trovo un cancello attraverso le cui sbarre scorgo furtivamente immensi giardini con sedie e tavolini di ferro battuto. Con un sorriso affannato, arrivo finalmente in cima alla salita, e mi ritrovo nella piazza principale del borgo, illuminata da un sole vacanziero e regolata da ritmi paciosi da domenica mattina, con bar pieni di gente seduta ai tavolini all’aperto, negozietti di souvenir locali, passanti che chiacchierano senza fretta seppure sia un giorno feriale e, alla mia destra, due guardie svizzere davanti all’entrata di quella che dal 1597 è la residenza estiva dei Papi.

    Qui il tempo sembra essersi davvero fermato.

    La Tagesmutter di cui mi ha parlato la mia amica Tiziana si trova dentro a un portoncino nascosto dagli esercizi commerciali che affastellano la piazza, dentro a un appartamento ristrutturato in un vertiginoso palazzo d’epoca.

    La salita ripida comincia ad essere condizione d’obbligo in questa mia strana caccia al tesoro.

    Mi arrampico su per questa stretta tromba di scale che dall’atrio del palazzo porta al primo piano dell’appartamento e poi ancora più su, ad un piano terrazzato che ospita la cucina rustica e apre i suoi balconi ad un panorama da poesia pascoliana. L’asilo è tutto qui: una cucina in legno massiccio, duro cotto sui pavimenti e quattro piccoli ospiti alti sì e no settanta centimetri che lavorano la pasta di sale seduti intorno a un tavolino colorato da gnomi.

    Rosella è una bionda signora non più giovanissima con degli occhioni azzurri e l’espressione dolce.

    Tiro fuori il mio taccuino per prendere appunti e lei, inseguendo uno dei suoi cuccioli che ha preso la via del terrazzo incuriosito da un gatto bianco spuntato da sopra i tetti, mi racconta com’è nata questa avventura.

    Qualche anno addietro la Regione organizzò un corso di formazione con dei finanziamenti della Comunità Europea. I docenti (pedagogista, pediatra, esperto di igiene alimentare ecc.) venivano messi a disposizione da una Cooperativa presente già sul territorio, la stessa per la quale poi Rosella ha deciso di lavorare.

    Per la sperimentazione dell’attività, la Regione si offriva di pagare la metà della retta oraria di ciascun bambino fino a cento ore mensili, cioè tre euro su sei. Ora, però, pare che questi finanziamenti non vengano più erogati. – conclude tristemente, e mi viene in mente che il bilancio di quest’anno prevede, appunto, oltre ventidue milioni in meno per la spesa sociale e un taglio di quasi undici milioni sul bilancio generale destinato ai Municipi, in un momento in cui il Lazio, più di qualsiasi altra regione, è nell’occhio del ciclone per le regalie ai propri consiglieri.

    – E la Cooperativa come ha pensato di agire in merito? – le chiedo un po’ in apprensione.

    – Garantisce comunque il servizio scontato, anche se ciò significa che noi tutte guadagniamo di meno.

    Quella prima impressione che avevo avuto di attività tutt’altro che lucrosa, si va via via rafforzandosi, così infilo il dito nella piaga: – Ma tu riesci a camparci? Voglio dire: ne ricavi uno stipendio pur investendo tutto il giorno in questa attività?

    – Dipende dai mesi e dal numero dei bambini. Ma in generale uno stipendio base riesco quasi sempre a guadagnarlo.

    La mia malafede non ha limiti, così insinuo: – Non ti converrebbe metterti in proprio, senza rendere conto a una Cooperativa?

    – No. La Cooperativa, infondo, prende solo una piccola percentuale delle rette, e poi è una garanzia: i bimbi sono assicurati ed io ho a disposizione la pedagogista che periodicamente viene a farci visita e che posso disturbare ogni volta che ne sento il bisogno.

    Insomma, fin qui la cosa sembra seria, i guadagni per chi volesse fare questo mestiere non saranno grandiosi ma quantomeno restano dignitosi. Ma le famiglie? Perché dovrebbero voler mandare il proprio figlio a una Tagesmutter piuttosto che a un asilo nido?

    – La nostra realtà non vuole assolutamente sostituirsi a o gareggiare con quelle canoniche, anche perché non tutte le famiglie hanno le stesse esigenze, e noi, probabilmente, riusciamo a soddisfare solo quelle di alcune. Inoltre qui a Castel Gandolfo non c’è un asilo nido, a me piacciono i bambini e avevo un sacco di tempo libero a disposizione (non lavoro più come intervistatrice per indagini di mercato e ho figli ormai indipendenti). Durante il corso ho conosciuto tante neomamme; alcune erano state costrette a ritirarsi dal lavoro, ed erano venute lì proprio con l’intenzione di acquisire competenze che permettessero loro di conciliare l’attività di madri a tempo pieno con quella retribuita di educatrici della prima infanzia. Così si sono realizzate e hanno trovato il modo di svolgere un servizio per la comunità. I genitori che portano qui i propri figli, dal canto loro, si rendono conto di trasferirli per poche ore o per quasi un’intera giornata (raramente di sabato e di domenica) in un ambiente familiare simile a quello delle proprie case. Pensa che ho avuto una bambina molto piccola che ha pronunciato prima il nome di mio marito e poi il mio!

    Un po’ come se avesse detto prima la parola papà e poi la parola mamma.

    – I genitori – continua Rosella – sono tenuti a firmare un contratto che può variare in continuazione, e anche le assenze non previste, se comunicate per tempo, non vengono calcolate; mentre dopo il quinto giorno di malattia, il servizio viene sospeso.

    Insomma: meno fruitori (ogni Tagesmutter può occuparsi di cinque bambini alla volta) meno burocrazia; meno burocrazia, più libertà dei fruitori.

    Mi soffermo un attimo ad osservarli meglio questi piccoli ospiti, e loro ricambiano lo sguardo dal basso dei loro settanta centimetri. Qualcuno mi tende la mano appiccicosa di pasta di sale. Io fingo di racimolarne il contenuto e di mangiarlo.

    – Buona! Però la preferisco cotta.

    Chiacchierando, s’è fatto mezzogiorno. Vengono distribuite delle pezzuole per pulire i tavolini su cui hanno giocato perché presto bisognerà apparecchiare.

    – I pasti sono sempre cucinati da te? Nessun genitore li porta da casa?

    – Preferisco pensarci io, perché così mangiano tutti la stessa cosa e condividono il momento (ovviamente quando le età e le intolleranze lo consentono). Ma anche quando c’è qualcuno più piccolo che prende ancora il biberon, preferisco prepararlo io, per risparmiare alle mamme quest’ulteriore incombenza.

    Rosella mi mostra un foglio su cui ha stampato il menu del giorno da dare al genitore il cui figlio faccia un solo pasto con lei, in modo da non farlo incorrere in ripetizioni nella medesima giornata. Un pranzo costa due euro e cinquanta; la colazione o la merenda costano cinquanta centesimi.

    – Ora scusaci ma dobbiamo mangiare.

    Il commiato è gentile ma fermo. Il pranzo è importante e va seguito con la massima attenzione, anche se questi bimbi sanno già impugnare il cucchiaio e portarsi il cibo alla bocca.

    Comincia ad arrivare qualche mamma per portar via il proprio piccolo. La mia intervista, comunque, è conclusa.

    Forzo il cancelletto di sicurezza posto davanti alle scale a protezione dei frugoletti e mi avvio verso l’uscita.

    Dall’entrata del palazzo papale si intravede un certo movimento. Scoprirò più tardi che il Papa ha dato udienza ai presuli, cioè ai vescovi di recente nomina.

    Due mondi distinti – uno in maschera nonostante l’avanzata età della ragione; l’altro in ghettine e ciucciotto che chiede solo di avanzare d’età nel miglior modo possibile – coesistono nella stessa orbita ignari l’uno dell’altro. Ma sta a noi adulti accorgerci dei bambini, non il contrario. Se le Tagesmütter, a modo loro, già lo fanno, è un passo avanti. Con vent’anni di ritardo, ma pur sempre un passo avanti.

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