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Sigaretta elettronica. Fumata bianca o fumata nera?

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    Mens sana in corpore sana: scriveva il poeta Giovenale. E dopo di lui non ci si è forse sempre augurati la salute innanzitutto? Esattamente come prima ancora del sesso del nascituro la madre si informa che sia sano e gli oroscopi tentano sempre generiche previsioni su amore, lavoro e salute.

    Come per una legge matematica, senza la salute, in effetti, non si va da nessuna parte. Qualcuno potrebbe obiettare che i soldi non danno la felicità ma aiutano, e, circoscrivendo il concetto, che se stai male, ma non hai i soldi per curarti, è tutto inutile. Ma questa è un’altra storia…

    Possedere un buono stato fisico fa pensare e agire in maniera più sana. Questo è un fatto. E i comportamenti sempre più virtuosi degli italiani lo dimostrano.

    Dai sondaggi risulta che solitamente il periodo in cui le palestre registrano un picco considerevole di iscrizioni è, per ovvie ragioni, quello subito prima dell’estate (una volta si chiamava primavera) e quello subito dopo le vacanze di Natale. Ma un po’ perché il fitness sta sempre più entrando nella nostra cultura (era ora!), un po’ per l’aumento di proposte diversificate (si veda il ballo zumba o il functional lab, solo per citarne alcuni) e il proliferare di modelli sani e belli occhieggianti da ogni mezzo di comunicazione di massa esistente, anche in tempi di crisi, chi non può permettersi un abbonamento vero e proprio può ancora contare sul clima mite del nostro paese per fare un po’ di moto all’aria aperta.

    Io appartengo decisamente alla categoria degli abbonati, non tanto per disponibilità finanziaria, quanto per una genetica pigrizia a causa della quale, senza il giogo di un onere pecuniario e di orari fissati da altri, non farei neanche un passo.

    Le lezioni d’acquagym del mattino nella palestra sotto casa vantano un’utenza per lo più settuagenaria. Me ne farò una ragione. Mentre le mie redivive compagne se ne infischiano candidamente di andare a tempo con la musica proprio in virtù della loro età veneranda, io che non ho alcuna giustificazione e che covo segretamente una sfida unidirezionale con l’istruttrice, mi affanno ad allinearmi ai giri velocizzati apposta per l’occasione di una studiata compilation anni ’80 al termine della quale, ne sono consapevole, rischierò di fare il morto a galla. E non per finta.

    E poi dicono che l’acquagym è una ginnastica dolce! In realtà mi accorgo che ci vuole un gran fiato, mentre io, benché abbia fatto da poco un elettrocardiogramma da letteratura – per usare le parole del mio cardiologo – mi sento sfiatata come una gomma sgonfia. Mi chiedo come faccia il mio compagno, che per mestiere suona uno strumento a fiato, ad avere tutta quella capacità polmonare pur fumando come un turco.

    Jimmy Somerville si accinge a concludere la sua You make me feel; l’istruttrice mette su un pezzo ambient per gli ultimi cinque minuti di blando stretching rilassante, ed io smetto finalmente di respirare come un ladro in fuga.

    Quando rientro a casa, capisco da alcuni inconfutabili indizi che il mio coinquilino è passato di lì durante la mia assenza. Il suo borsone da palestra non c’è; ne deduco che sia andato a fare spinning. Mi volto e noto un oggetto non ben identificato sul tavolino del salotto. È una scatoletta nera rivestita di velluto al suo interno. Il calco di qualcosa di lungo e affusolato che vi trovo dentro, mi fa pensare a una panciuta e corta penna stilografica, oppure ad un iPod dal design ultra moderno fatto in qualche materiale di prestigio, altrimenti non mi spiego la presenza di una custodia.

    Da sotto alla misteriosa scatolina spunta una piccola brochure nera con sopra stampato il nome della marca dell’articolo e l’indirizzo del rivenditore, senza nessun’altra spiegazione, come se ciò bastasse a identificarlo. Neanche ci fosse scritto Nutella!

    Perlustro gli esigui anfratti della mia casetta alla ricerca dell’oggetto mascherato, ma non ne trovo traccia. Dovrò aspettare che il mio compagno rientri dalla sua puntatina in palestra, e di fatti, appena lo sento mettere piede in casa, lo attacco col terzo grado.

    – È la sigaretta elettronica. – mi risponde con supponente naturalezza. – Eccola qua! – e stacca da un caricabatterie (l’ennesimo!) nascosto in un angolo, un bussolotto nero lungo circa dieci centimetri.

    – Vuoi fumare il narghilè?!

    Lui ignora la mia domanda canzonatoria e mi fa: – Ho capito che per stare meglio la palestra non basta.

    Wow! Sono colpita. Così scopro che era già da un po’ che s’era messo a raccogliere materiale sull’ultimo ritrovato tecnologico (io direi l’ultima spiaggia) pro dissuasione dal fumo, e vengo a sapere un sacco di cose a riguardo: prima di tutto, chi la usa non fuma ma svapa, e ci riesce mediante un atomizzatore, che è un dispositivo alimentato da una batteria che genera l’energia elettrica necessaria a riscaldare, quindi a vaporizzare, il liquido di cui è imbevuta la cartuccia (fuoriesce solo quando si aspira). Eh già! Perché è un liquido ad essere aspirato sotto forma gassosa, non un solido che viene bruciato, quindi, già solo per questo, non dovrebbe avere nessuna azione cancerogena. Maggiore è la resistenza elettrica di questo nebulizzatore – si calcola in ohm – migliore è la percezione dell’aroma, anche se le innovazioni sul mercato stanno facendo prodigi anche in questo. A differenza della sigaretta normale, quindi, la e-cig (electronic cigarette) necessita di una manutenzione specifica, di una ricarica da effettuare periodicamente come si fa con qualsiasi strumento elettronico portatile (una spia led ne indica l’autonomia) e varianti smisurate di aromi e di percentuali di nicotina. E questa è un’altra novità: il consumatore può scegliere vari gusti e varie dosi del famoso alcaloide vegetale.

    In commercio, come sull’etere, ci sono tantissimi prodotti, marche, commenti favorevoli e bolle di incriminazione verso quello che, a detta di alcuni studi non ancora pubblicati, sarebbe un pericoloso riduttore della capacità polmonare.

    Mi viene da ridere: se la e-cig fa male ai polmoni, allora la bionda che fa?!

    – È quello che ho pensato anch’io. – concorda con me il neo svapatore. – I liquidi di questa sigaretta in particolare, sono prodotti da team medici, inoltre quello che uno aspira non è né tabacco né catrame né tantomeno monossido di carbonio perché non c’è niente che brucia, per non parlare delle altre 4800 sostanze chimiche di cui una sigaretta è composta, ma solo glicole propilenico e glicerina vegetale, che sono innocue, ed immette nell’aria vapore acqueo, che si disperde in brevissimo tempo, non coinvolgendo le persone che ti stanno accanto.

    Okay, tutto ciò è molto interessante. Ma allora perché tanti dubbi anche da organismi medici autorevoli e da istituzioni politiche? Sicuramente, come tutte le cose adulte, è un articolo il cui uso va monitorato e regolamentato: si può svapare anche in luoghi pubblici, al chiuso e in generale in tutti i posti dove il fumo è vietato? Può usarla anche un minorenne? E se sì, non potrebbe diventare l’anticamera di un comportamento molto più dannoso com’è, appunto, il vizio del fumo da sigaretta? Chi ha già faticosamente smesso di fumare con altri metodi, non potrebbe essere tentato a usare la e-cig proprio in virtù di questa ridotta immissione di nicotina nel proprio organismo che, si sa, inducendo la produzione di dopamina nel cervello, dà comunque dipendenza dal piacere che se ne trae? E per chi il vizio non l’ha mai preso, non potrebbe diventare un incentivo proprio perché fa meno male del tabacco e di tutti gli additivi soliti?

    – Punti di vista. – mi risponde quello facendo spallucce. – Io, intanto, ci provo a disintossicarmi da tutto il veleno accumulato in venticinque anni di tabagismo. Perché è questo il mio scopo.

    Come biasimarlo? Del resto, non può certo farsi carico dei comportamenti di una collettività così variegata, che va dal minorenne inesperto all’ex fumatore poco convinto. L’assuefazione al fumo, poi, è un fenomeno talmente complesso, intriso di aspetti psicologici, fisiologici, culturali ed economici, che una ricetta nuda e cruda non esiste. Ci hanno provato in tanti a dissuadere gli affezionati della bionda da un consumo che, quando non è letale, compromette considerevolmente le prospettive di vita, e con quali risultati? Le campagne demonizzanti sortiscono l’effetto contrario; il proibizionismo fa da apripista al contrabbando; il liberalismo getta la patata bollente all’individuo libero purché consapevole (da qui l’aggiunta della scritta nuoce gravemente alla salute in caratteri mortuari su ogni pacchetto); la lettura di manuali di auto sostegno dal successo garantito viene interrotta a metà (dovesse riuscirci sul serio, un libro, a far perdere il viziaccio) e il divieto di fumare in luoghi pubblici, semplicemente impensabile fino a otto anni fa, invece di ghettizzare gli irriducibili, ha finito con l’acuire in loro l’urgenza della pausa, della via di fuga, dell’alternativa, dell’espediente risolutore.

    C’è poco da fare: il fumatore d’oc vuole fumare, esattamente come il goloso vuole mangiare. Ma provate a chiedere a un fumatore se gli piace avere i polmoni incatramati, i denti ingialliti, l’alito di un boa intento a digerire una capra e l’organismo generalmente devastato da ciò che probabilmente gli dà più piacere di qualunque altra cosa nell’arco di una giornata stressante, o noiosa o semplicemente anonima della sua cadenzata esistenza. Ovviamente vi risponderebbe negativamente. Così come la buona forchetta dal metabolismo sfortunatamente normale vi confesserebbe che preferirebbe di gran lunga rimpinzarsi a volontà senza ingrassare di un etto.

    È questo il punto: chi ha deciso di passare all’e-cig non ha deciso di smettere di aspirare qualcosa che sa di tabacco e che gli dà determinate, ben note sensazioni, ma è qualcuno che ha solo trovato un modo per smettere di farsi del male inalando il rogo di una discarica abusiva arrotolata. E se esistesse un modo per svuotare i cibi più calorici – che poi sono anche quelli più buoni – delle loro intrinseche calorie mantenendone intatto il sapore, sono sicura che anche molti golosi manterrebbero intatto il proprio discutibile regime alimentare senza troppi scrupoli.

    Qualche sera dopo la grande rivelazione, ci troviamo ad uscire con una coppia di amici di cui lui, più risoluto del mio compagno, è riuscito a suo tempo a smettere di fumare quasi di colpo. Alla vista della sigaretta elettronica sfoderata con finta nonchalance dal suo vecchio amico, scatta la presa in giro d’ordinanza: – Ci hai dovuto spendere pure dei soldi per provare a smettere di fumare?!

    – Io non voglio smettere di fumare, voglio solo limitare i rischi del fumo.

    La risposta lascia tutti un po’ basiti. Eppure è quello che dicono tutti i siti, i forum, i negozianti, i sostenitori, gli informatori a vari livelli della sigaretta elettronica: la perdita di dipendenza dal fumo non è garantita; sarà il consumatore che deciderà se smettere o meno.

    – Ma non ha senso! – obietta quello. – O smetti o non smetti!

    Lei, invece, è più comprensiva: riesce a vedervi comunque qualcosa di buono; niente di drastico, di definitivo, ma pur sempre un passo verso una migliore qualità della vita, se non addirittura un inconscio tentativo di arrivarci sul serio a non sentire più il bisogno di quell’atteggiamento temerario e virile, casual e un po’ dannato, stupido e a tratti sexy, di quell’appuntamento distratto eppure tremendamente presente, di quell’azione commiserevole e dispotica. Un comportamento consumistico ripetitivo costante che – ironia della sorte – frutta ai produttori di sigarette un volume d’affari pari forse solo a quello delle grandi aziende farmaceutiche.

    Ridotte capacità polmonari, eh? Può darsi. ma non venite a dirmi che è il male maggiore.

     

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