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La musica, recitata più che cantata, di Peppe Fonte

Nel recital di ieri sera c’è una nuova ricercatezza nei testi e nelle soluzioni musicali che denotano una raggiunta maturità.

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di Sergio Dragone

C’è una grande e stridente contraddizione, confessata a voce alta dall’autore, nella bella canzone “La città di Eolo” che ha aperto e chiuso l’intenso recital (non era un concerto, è stato un vero recital) di Peppe Fonte al teatro Comunale.

Il vento, l’elemento che scandisce da secoli la vita della città dei Tre Colli, è il simbolo dello scorrere del tempo e della storia, è il vento della modernità e del progresso.

A me piace il vento proprio per questo, perché ti trascina con la sua forza verso destinazioni nuove, ti costringe quasi a sognare.

A questa visione poetica, Fonte contrappone la staticità e la pigrizia di una città “dove non succede un cazzo dai tempi della serie A”, una città che è “noiosa, anche se non è mafiosa”, dove c’è un solo monumento “ad un generale spento”.

Nello stesso testo, Catanzaro è la città del vento e la città del tempo immobile. Noi catanzaresi ci portiamo addosso per tutta la vita questa contraddizione, così come i segni di questo vento che non ci abbandona mai. Riusciamo ad essere moderni, perfino anticipatori, ma poi finiamo per essere risucchiati dall’immobilismo di un tempo sospeso.

Eolo, secondo Fonte, è passato da qui ed ha deciso che questa sarebbe stata la sua città. Il mito vuole che la patria del Dio dei venti siano le Isole Eolie. Forse, la divinità ha fatto un’escursione veloce, in linea d’aria non siamo nemmeno così lontani, lasciando il suo segno perenne a questa nostra piccola, amata, odiata, nobile e sgangherata città.

Il recital di Peppe Fonte, avvocato e cantautore come Paolo Conte, non lascia indifferenti. C’è una nuova ricercatezza nei testi e nelle soluzioni musicali che denotano una raggiunta maturità. Le canzoni di Fonte sono recitate più che cantate, alla maniera di Piero Ciampi, altra icona dell’artista catanzarese. La voce è graffiante, va diritta al cuore, tradisce emozioni, fragilità e paure. Emerge prepotente l’amore verso questa città, che vorrebbe diversa, che vorrebbe vedere volare trascinata dal vento della modernità e del progresso. Ma che poi accetta così com’è, con ironica rassegnazione. Nessuno può scegliersi il posto dove nascere. E noi siamo i figli del vento e del tempo sospeso.

 

 

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