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Mogol, Battisti e il Politeama: incontro di emozioni FOTO E VIDEO

Gianmarco Carroccia sul palco del teatro di Catanzaro, travolge tutti i presenti, compreso Mogol che canta a squarciagola le intramontabili canzoni passate alla storia del binomio artistico più conosciuto della musica italiana


di Carmen Loiacono

La cosa più bella dell’ultimo concerto del Festival d’autunno 2019? Giulio Rapetti Mogol che dal palco cantava a squarciagola le sue stesse canzoni, divertendosi come un ragazzino. Lo aveva anche lasciato intendere nelle interviste precedenti l’evento, che la serata “Emozioni” con Gianmarco Carroccia e l’orchestra di 16 elementi diretta dal maestro Marco Cataldi a proporre i maggiori successi di Mogol e Battisti – e non solo -, sarebbe stata una festa con tutti i presenti a cantare in coro, ma di quanto fosse vero lo si è potuto capire solo partecipando all’appuntamento.

Lo spettacolo concerto era iniziato con la canzone che dava il titolo alla serata, ma sono bastate un paio di frasi dello stesso Mogol, salito subito dopo sul palco, per togliere i freni a un parterre fino ad allora molto composto: l’autore ha raccontato proprio del grande coro che generalmente si viene a formare in queste occasioni, e il pubblico non se l’è lasciato ripetere due volte, prontissimo a intonare ogni singola e arcinota nota. Certo, il più lo hanno fatto i brani senza età che ormai fanno parte del DNA italiano, da “Mi ritorni in mente” ad “Acqua azzurra acqua chiara”, passando per “Dieci ragazze”, “Un’avventura”, “Pensieri e parole”, “Il mio canto libero”, “I giardini di marzo”, “La canzone del sole”; e musicisti e cantante – un bravo Carroccia che ha cercato di accentuare maggiormente quelle caratteristiche, fisiche e vocali, che già lo fanno assomigliare a Lucio Battisti  -, hanno semplicemente svolto bene il ruolo di veicolo per quelle “emozioni” che andavano e venivano dal palco verso la platea, e viceversa. Insomma, dopo meno di una manciata di minuti, tutti cantavano. Tutti. Dagli spettatori ai moderatori della serata, seduti lateralmente sul palco, ma con microfono in mano, pronti a dare il loro contributo: incalzato dal giornalista Marcello Barillà – che sembra averci preso gusto a interloquire con pezzi della storia della musica italiana, dopo uno scoppiettante incontro con Dori Ghezzi nelle scorse settimane -, Mogol ha raccontato aneddoti e spiegato alcuni brani, accennando alle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere determinate cose, a utilizzare specifiche parole. E soprattutto, Mogol si è divertito.

Anche il pubblico, come già detto, ha fatto la sua parte: pronto ad applaudire a tempo, cantare e accendere le torce dei cellulari – ormai sostituti dei vecchi cari accendini -, ad un minimo accenno dei coristi – anche loro un pienone di energia tra saltelli e coreografie ad hoc -, ha tributato lunghi applausi all’ingresso di Mogol, e a fine serata.

Fermo restando che Lucio Battisti – che il suo vissuto lo portava in ogni nota -, rimane inimitabile, soprattutto per un cantante così giovane come Carroccia – che pure merita tanto -, la festa in suo omaggio è riuscita perfettamente. Così come lo sono stati gli innesti coi brani scritti da Mogol insieme a Gianni Bella, “Il patto” e “Il profumo del mare”, sicuramente da rivalutare più appropriatamente, proposti nel corso della serata. 

In chiusura per gli encore, con Mogol già congedato, Carroccia e i suoi hanno scelto “Io vorrei non vorrei” e “Il tempo di morire”, per l’ultima deflagrazione danzereccia dei presenti, più che energica, nonostante l’ora ormai tarda.