Raccondino, insolito one man show sul palco del Politeama

“Raccondino” di e con Dino Abbrescia andato in scena ieri sera per la stagione in corso, è prima di tutto un monologo, dai tratti comici certo, ma con qualche riflessione  agrodolce

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    Carmen Loiacono

    Uno spettacolo insolito per il teatro Politeama, un atto a suo modo coraggioso. Perché “Raccondino” di e con Dino Abbrescia andato in scena ieri sera per la stagione in corso, è prima di tutto un monologo, dai tratti comici certo, ma con qualche riflessione  agrodolce che avrebbe forse richiesto un’atmosfera più  raccolta, rispetto alla vastità della struttura di Portoghesi. Detto questo, si può  anche affermare  che a salire sul palco non è stato semplicemente il racconto autobiografico di Dino Abbrescia – da qui il titolo -, quanto uno spaccato di Puglia, di sud, che si snocciola partendo dalla famiglia, dalle figure genitoriali, finanche dalla nonna. Diretto da Susy Laude, sua compagna nella  vita – quindi presente anche lei nel racconto -, il percorso seguito da Abbrescia parte dalla Bari a cavallo degli anni 70 e 80, quelli della sua giovinezza,  quando ancora cambiava i canali televisivi manualmente, prima dell’avvento del telecomando, quelli della tv commerciale – del “Drive in” per intenderci -, passando per le prime fallimentari esperienze lavorative e la mitica cartolina verde del militare che Abbrescia non fece, fu riformato per via di una leggera scoliosi, con grande rammarico da parte del padre, poliziotto, che ne vedeva l’unico  modo per metterlo in riga. È  l’infanzia segnata dalla mamma e nonna “alimentari”, le cui soluzioni a tutti i mali del mondo risiedono nel cibo, ma è anche la gioventù  delle prime esperienze musicali – lui si dilettava con la tromba -, e del primissimo approccio al mondo del teatro con opere di Beckett – già -, per poi passare al cinema e alle fiction televisive. Aiutato – poco – da proiezioni  sul fondale, musiche ad hoc, e qualche elemento scenico, Abbrescia  ha raccontato anche dei primi lavori con Matteo Garrone, quelli con Checco Zalone, e le tante serie tv, per lo più  poliziesche, in cui sapeva che mai sarebbe stato scelto come commissario. E poi ancora i ruoli da omosessuale, con la mamma dapprima perplessa  sul fatto di dover dare spiegazioni in tal senso, poi capace di dimostrare di essere “avanti”, più avanti di tutti, finendo all’incontro  con la Laude. 

    Molta Puglia, qualche sprazzo di comicità e tanta tenerezza in questo ritratto che Dino Abbrescia ha fatto di sé  stesso; un lavoro audace, finalmente da protagonista per un  caratterista come lui che forse meriterebbe di uscire da certi ruoli. O almeno di provarci.

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