Mgff, terza serata all’insegna di Marco D’Amore e il suo ‘L’Immortale’. Non è mancata la musica

C’è stato anche spazio per un estratto dal documentario su Fari della Calabria di Ivan Comi e  per le incursioni della maschera calabrese di Giangurgolo

Terza serata ricca di ospiti al diciassettesimo Magna Graecia film festival. Ieri era il turno di Marco D’Amore e del suo “L’immortale”, ma come di consueto nel corso della kermesse ideata e diretta da Gianvito Casadonte, prima della proiezione del film e del dibattito che è seguito, è toccata a una serie di ospiti salire sul palco dell’area del Porto.

Presentatrice ormai più che collaudata, la sempre brava Carolina Di Domenico insieme al patron Casadonte, ha introdotto l’esibizione di Paola Iezzi, anche premiata per la sua musica, il filmato di Catello Maresca, il pm anti-camorra che ha omaggiato il lavoro delle forze dell’ordine, in particolar modo delle vittime, anche magistrati, nella lotta contro la criminalità. C’è stato anche spazio per un estratto dal documentario su Fari della Calabria di Ivan Comi e  per le incursioni della maschera calabrese di Giangurgolo, ad opera di Enzo Colacino.

A parte un piccolo intoppo dovuto all’interruzione della corrente elettrica in tutta la zona del Porto, peraltro rimediato nel giro di qualche minuti, l’attenzione è poi stata tutta per Marco D’Amore e per il suo bel film. Incentrato sulla formazione di Ciro Di Marzio, sulla sua crescita e resurrezione, il film ha dato spazio all’emotività del personaggio, tra i più incisivi della serie tv Gomorra – interpretato dallo stesso D’Amore -, che sul piccolo schermo difficilmente trova spazio. In qualche modo L’immortale è andato a riempire quei vuoti che volutamente la serie non andava a toccare, pensata e sviluppata in maniera diversa rispetto al film. «Uno dei temi trattati è quello della perdita dell’innocenza – ha spiegato il regista e attore alla fine della proiezione, incalzato dagli interventi del pubblico -. E’ un racconto emotivo, quasi come fosse lui una frontiera dell’umanità in tutta questa violenza». Da qui il concetto di immortalità, che «per Ciro è una sorta di pena per contrappasso».

«Ciro ha un continuo bisogno di essere amato. E lo sente – ha concluso – solo con colui che gli è sempre stato avverso. Perché forse alla fine è l’unica sua vera famiglia». Il riferimento è a Genny Savastano, altro protagonista della serie.

Oggi cambio netto di registro, in programma c’è la Torpignattara di “Bangla” di Phaim Bhuyian, David di Donatello 2020 come miglior regista esordiente, Nastro d’argento 2019 come miglior commedia, Globo d’oro 2019 come migliore opera prima. Hai detto niente.