“L’uomo del libirinto”, un po’ noir, per alcuni horror: un gioco di certezze puntualmente demolite

L'attore Vinicio Marchioni ha...parlato della proiezione di stasera Tratto dal romanzo dello stesso Donato Carrisi che è anche regista

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Parlare del film, senza parlarne. Ci hanno provato – e ci sono riusciti -, il critico Antonio Capellupo e Vinicio Marchioni, questa mattina, alla conferenza di presentazione de “L’uomo del labirinto”, il film in programma questa sera all’area del Porto per l’edizione 2020 del Magna Graecia film festival.

Tratto dal romanzo dello stesso Donato Carrisi, in questo caso anche in veste di regista – la sua è un’opera seconda -, L’uomo del labirinto è infatti un thriller, noir, qualcuno addirittura lo definisce horror, è un «castello perfettamente costruito», come lo ha definito Capellupo, fatto di certezze puntualmente demolite, in una sorta di gioco continuo con il lettore/spettatore. La trama parte dalla scomparsa di una ragazzina: la questione sembra possa risolversi in breve tempo, in realtà passano quindici anni.

Marchioni, «un amico del Festival», con le parole di Capellupo, nel film è il direttore dell’ufficio bambini scomparsi  Simon Perish, e ha raccontato il suo personaggio fin dal provino fatto con Carrisi per la parte: «Lui stava cercando un “traghettatore” che lavora in questo ufficio in cui ci sono dei muri di cassetti altissimi con le ultime cose di ogni persona che non si trova più. E’ un limbo, perché non si sa se queste persone sono vive o sono morte. Il non sapere prolunga il dolore».

L’ufficio è stato ricreato nello Studio 5 di Cinecittà: «Entrandoci, con gli spazi del labirinto quasi ultimati, sono rimasto sbalordito per la meraviglia di lavorare in uno studio, cosa che ormai non si fa quasi più. E’ qualcosa che mi ha fatto rendere veramente conto della magia del cinema. Al ventisettesimo film». Lo sapeva bene Federico Fellini, come ricordato da Capellupo: «Quando avevo 18 anni – ha raccontato Marchioni -, ho incontrato “Cent’anni di solitudine” di Marquez e “Amarcord”, e mi hanno cambiato la vita. Amarcord è il cinema: contiene quello sguardo felliniano adolescenziale, ma anche prima, di un bimbo che vede le tette di una donna e impazzisce»; quello è il cinema, «la meraviglia verso qualcosa che non sai ancora, come la percepisci in quell’istante e non la percepirai mai più in quel modo».

Tornando al film, Marchioni ha raccontato la sua esperienza con le tre figure più importanti del film. Il regista Donato Carrisi:  «Una delle sue straordinarie qualità è di creare dei mondi, e all’interno di questi mondi che ha creato, crea dei sotto mondi, dei sotto contenitori che si sposano a meraviglia con i macro contenitori che li contengono», lavorare con lui significa farlo «ai limiti dell’ossessività». L’attore protagonista Toni Servillo: «Uno dei più grandi interpreti e professionisti del teatro e del cinema mondiale», «E’ uno che legge tutta la sceneggiatura, ha uno sguardo complessivo e si mette a disposizione degli altri. Perché se sei bravo e aiuti un incapace, significa che sei molto bravo. Le mezze calzette di cui purtroppo siamo circondati, presumendo di essere grandi attori, non sfogliano la sceneggiatura e pensano solo alla loro parte». Su Dustin Hoffman, poi, ha raccontato qualche aneddoto avendolo incontrato solo al suo ultimo giorno di riprese, che coincideva col suo primo sul set. Pare che Marchioni gli si sia avvicinato per conoscerlo, congratulandosi per la grandezza nella recitazione, e l’americano gli abbia risposto, con intuibile entusiasmo del “nostro”: «Anche tu sei bravo», presentandogli il suo collaboratore più stretto, fan di Marchioni, che aveva avvisato Hoffman.

«Il cinema è il più grande mistero artistico che esista – ha commentato generalizzando -, non sai mai come ti vedrai nel film, per questo devi avere una fiducia totale nel regista. Nel teatro, invece, sei come un autore, sera per sera, sai e senti subito ciò che il pubblico avverte». Lui cosa sceglie tra i due? «Teatro, tutta la vita».

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