Teatri chiusi. Tra sorrisi amari e lacrime, hanno la consapevolezza di essere “i colori della vita” foto

Abbiamo intervistato alcuni dei protagonisti del teatro in città. "Chiudere è un delitto per la comunità"

Qualche giorno fa una nota dell’Agis ha reso noto, dati alla mano, che dalla riapertura dei cinema e dei teatri in tutta Italia si è registrato un solo contagio da Covid-19, praticamente nulla rispetto al resto della situazione nella Penisola. Ebbene, ultimi a riprendere le attività – a giugno, quando normalmente chiudono -, sono tra i primi, adesso, a essere costretti allo stop. Forse perché in Italia la cultura non è fondamentale, viene da pensare, forse perché è ritenuta secondaria. Così anche su Catanzaro, una serie di realtà che, nonostante le restrizioni, nonostante le difficoltà pratiche della gestione di questa nuova situazione, nonostante abbiano messo in atto tutte le indicazioni previste e si siano dimostrati disposti ad accettare anche solo 30 spettatori a serata, pur di lavorare, si ritrovano oggi quasi all’improvviso e di nuovo messi in un angolo.

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Lo sanno bene dalle parti della compagnia del Teatro di Mu ed Edizione Straordinaria che avevano addirittura allestito una intera rassegna di spettacoli teatrali: di questi solo due hanno incontrato il loro pubblico. Ieri sera c’è stata la seconda recita de “Il caso della ricca ereditiera e di Gianni amor suo”. A fine spettacolo Salvatore Corea, regista insieme a Claudia Olivadese dello spettacolo, con il cast e lo staff ha salutato il pubblico del Centro polivalente per i giovani di via Fontana Vecchia, chiudendo il palco con del nastro bianco e rosso: «Non sappiamo quando si rialzerà il sipario, abbiamo solo la certezza che non possiamo continuare e che il teatro è l’unico posto dove c’è sicuramente distanziamento sociale – ha detto riferito alla nota dell’Agis -. Chiudere i teatri, i cinema e i centri culturali è un delitto per la comunità. Soprattutto perché non abbiamo alcun sostegno, non lo abbiamo mai avuto, perché tanto siamo sempre stati ignorati. Noi siamo gli inutili, quelli che non servono. Non abbiamo ulteriori parole se non quelle di incontrarci in un futuro migliore che è da un po’ che vogliamo: ogni giorno rischiamo l’estinzione e questi sono meteoriti che non arrivano per caso , sono il frutto di anni e anni di sopruso alla cultura, se queste cose avvengono è perché c’è qualcosa di primitivo che fa sì che accadano». «Oggi è una giornata di una tristezza incredibile, potremmo salutarci dicendo che ricominceremo da capo, ma non ce la facciamo. Nessuno ce la fa più», ha affermato Corea prima di un “arrivederci” carico di dubbi e perplessità.

«Oggi chiudiamo così, con un sorriso che si intravede anche dalla mascherina», è stato il commento del Teatro di Calabria, ieri sera al Marca con la replica del secondo appuntamento della rassegna Poiesis. Ma era un sorriso amaro, quello con cui ha salutato i suoi spettatori l’associazione guidata da Anna Melania Corrado, Luigi La Rosa e Aldo Conforto. « Scegliamo di non privarci del sorriso anche adesso, anche dopo questa decisione che troviamo dolorosa, netta, forse ingiusta», hanno avuto modo di dichiarare. «La situazione che stiamo vivendo è delicata e drammatica: intorno a noi vige la più totale incertezza e sì, anche noi abbiamo paura di un futuro che appare quanto mai indecifrabile e a volte persino spaventoso», ma «siamo convinti che una vita senza Arte è una vita senza colori, senza meraviglia. Siamo convinti che con l’arte si può e si deve vivere, si può “mangiare” non solo dal punto di vista materiale ma anche dal punto di vista intellettuale. Una vita senza cibo per lo spirito è un vuoto susseguirsi di giorni senza corpo, una esistenza meccanica. Continueremo a fare Teatro, continueremo a praticare la dolce resistenza che l’arte insegna ad ognuno di noi». «Saremo perseveranti nella nostra dolce resistenza, nella nostra sorridente lotta contro chi crede che l’arte sia un bene “non necessario”, un’attività futile, un diversivo. Saremo sorridenti, rispettosi delle regole ma fermi e più che mai convinti a fare nel miglior modo possibile quel che ci fa stare bene, quel che vi fa stare bene».

Sorridenti, nonostante il dolore, anche dalle parti di corso Mazzini, al CineTeatro Comunale.  «Ci abbiamo creduto e abbiamo portato avanti il nostro sogno, anche se le nostre economie non ce lo permettevano – è il racconto che il direttore Francesco Passafaro ha affidato ai social -. Perché i teatri e i cinema sono stati chiusi per primi e sono stati riaperti a giugno, come aprire un lido balneare a ottobre, la stessa utilità. Ecco come dovremmo essere e come siamo: incazzati, disperati e perseveranti». «Ci tengo a ringraziare tutte le persone che, in particolare stasera, sono venute a salutare il loro cinema – ha affermato ancora Passafaro -. Alcuni spettatori mi hanno detto che sono venuti proprio per sostenerci, perché stasera hanno appreso dello stop, almeno per ora, di un altro mese. Nei giorni precedenti, non una sola parola è stata spesa per il teatro, se non dagli addetti ai lavori. Tutti hanno parlato dei ristoranti, delle palestre, degli estetisti, di Muccino: di teatro e cinema se ne è parlato solo oggi e le persone hanno reagito, venendo a vedere l’ultima proiezione da qui a un mese». Ma, secondo Passafaro chi fa questo mestiere ha un asso nella manica, «perché quello che fa la differenza con tutti gli altri, è proprio la perseveranza e noi non molleremo mai!».

Ieri sera, dopo l’ultima recita al Teatro Argentina, dove era in scena con “Un uomo senza meta”, anche Francesco Colella si è reso portavoce di tutto il comparto, chiedendo agli spettatori di riaccendere i cellulari, filmare il suo appello e diffonderlo il più possibile: «Noi siamo tutti responsabili di quanto sta accadendo e la responsabilità di ognuno salva l’altro e noi questo lo sappiamo – ha esordito -. Così si sono comportati tutti i posti, come i teatri, dell’arte dal vivo. Sono sempre stati sanificati, ognuno ha preso la temperatura, le persone hanno assistito allo spettacolo con la mascherina: questi non sono dei luoghi pericolosi, non si sono rivelati tali, ma da domani i teatri saranno chiusi fino al 24 novembre. Temiamo che questa data possa essere procrastinata per un giusto e legittimo timore».  «Stiamo vivendo dei tempi difficilissimi, dei tempi dolorosi, ma questi sono i luoghi nei quali possiamo trasformare le nostre paure, condividere delle storie, elaborare i nostri dolori. Lo scopo dell’arte è rendere più sopportabile il dolore. Se ci neghiamo questa possibilità di condividere i nostri sentimenti, le nostre riflessioni, in qualche modo è come se chiudessimo la finestra ai nostri sogni e non sono questi i tempi per farlo. Perché diventiamo persone arrabbiate, diventiamo nuclei separati, ognuno a vivere le proprie solitudini, le proprie paure, i propri dolori. L’unica possibilità che abbiamo è quella di lasciare i cinema aperti, le sale di teatro, le sale di danza, dove si sono rispettate le regole. Si chiudano quelle che non le hanno rispettate. Questo non è un luogo di assembramento disordinato, questo è un luogo che è un centro di aggregazione civile – ha proseguito rivolto al pubblico -, e tutti quanti voi che siete venuti siete già delle persone responsabili perché avete il desiderio di condividere storie con noi, e questo è già importantissimo. Non siamo soltanto degli organismi viventi, siamo dotati di spirito e di anima, e mai come adesso ne abbiamo così bisogno. Non chiudiamo la finestra del sogno, non oggi».