Marilyn oltre il mito, a Borgia il volto segreto di Norma Jeane

Il direttore dell’Orchestra La Corelli, Jacopo Rivani, anticipa la produzione originale del Festival d'Autunno in prima nazionale

Le proiezioni della retrospettiva dei suoi film sono già iniziate, ma il momento clou delle iniziative proposte dal Festival d’autunno 2026 in omaggio ai 100 anni dalla nascita di Marilyn Monroe, è la produzione originale che andrà in scena in prima nazionale venerdì sera alle 21:00, all’anfiteatro di Villa Pertini, a Borgia.

Quello che andrà in scena a Borgia sarà un ritratto della persona, più che dell’attrice delle tante pellicole di successo. A tracciarlo sarà l’Orchestra La Corelli diretta dal maestro Jacopo Rivani. È proprio con lui che abbiamo parlato della serata che sarà, chiedendogli di anticiparci cosa dovremo aspettarci da “Marilyn il mito compie 100 anni”.

 

Non è il primo lavoro che fate, in qualche modo monografico, giusto?

«È proprio un filone che seguiamo, quello del melologo come struttura musicale sempre legata a delle ricorrenze, in questo caso era Marilyn. È uno spettacolo pensato su di lei. In passato abbiamo fatto Lucio Battisti, ad esempio. Ma anche progetti come quello, molto interessante, per i 50 anni del terremoto nel Friuli, con Alessio Boni. E poi ancora una nuova versione del Gian Burrasca di Rota. Diciamo che è una nostra abitudine unire il repertorio d’arte con qualche azione che vada in maniera diretta verso il pubblico».

Con Marilyn Monroe, come si muoverà questo spettacolo, al di là dei brani famosi che lei ha cantato nei film?

«Ci sono quei quattro o cinque brani cult che la rappresentano, che vengono ovviamente inseriti nel programma con delle trascrizioni per orchestra che danno quindi un sapore “aggiornato”. All’interno dello spettacolo c’è un testo che in questo caso è curato da Silvia Rossetti, la nostra librettista, che racconta la storia di Marilyn andando nel profondo, cercando di uscire dal personaggio ed entrare nella persona. Le musiche, scritte per l’occasione da Damiano Drei, vanno a completare le parole, dando loro uno scenario emotivo, un appiglio alle canzoni cult del personaggio, che rappresentano un po’ i punti nevralgici dello spettacolo, perché sono quelli che vanno più verso il pubblico: gli spettatori ovviamente quando vengono ad ascoltare, vogliono sentire anche le canzoni che già conoscono».

Lei ha citato Rossetti e Drei rispettivamente per testo e musiche. Sono parte integrante della “squadra”?

«Esatto. Damiano Andrei è il compositore in residence, Silvia è una librettista in residence, con loro lavoriamo da anni a più spettacoli, da ormai tre anni è un sodalizio artistico che funziona, è un team artistico molto affiatato, che ovviamente lavora quotidianamente, un progetto dopo l’altro. La Corelli esiste da vari anni: negli ultimi tre anni si è concentrata su questa struttura di spettacoli, quest’idea di teatro-musica che va verso il pubblico. Questi melologhi che raccontano delle storie sono un po’ un tratto distintivo della Corelli».

Per capire meglio cosa avremo di fronte, con quale organico arriverà la Corelli al Festival d’autunno?

«Per questa occasione ha un organico di 12 strumenti, fondamentalmente è un’orchestra stilizzata: quintetto d’archi e poi i fiati, flauto, oboe, clarinetto, fagotto con l’aggiunta anche della tromba e delle percussioni. Quindi abbiamo tutte le sonorità dell’orchestra sinfonica ma stilizzate, che ci danno la possibilità di avere un suono sinfonico da camera, ma anche di andare a cercare delle sonorità che vanno ben oltre, si avvicinano un po’ a un’orchestra da varietà, ma anche un ensemble jazz, una band».

Chi era Marilyn, Norma Jean, secondo Jacopo Rivani? O meglio che idea si è fatto dopo questo spettacolo?

«Diciamo che la cosa che mi ha colpito e che mi appassiona come artista è sempre guardare la malinconia di questi personaggi. Io da artista convivo con la mia malinconia d’artista e guardarla negli altri personaggi me la rende meno pesante, ma allo stesso tempo più profonda, perché secondo me è un tema sul quale noi per primi approfondiamo poco, nonostante oggi gli strumenti che possiamo praticare per lavorare sul nostro stato d’animo, sulla nostra situazione artistica, siano molto diversi e importanti. La vita dell’artista è una vita che porta con sé una solitudine e anche una sofferenza dettata da un sacrificio in generale, cioè dal sacrificare la persona per il personaggio. E questa è una cosa che secondo me chi fruisce in teatro non riconosce, non la sa. La cosa che mi colpisce sempre è quanto l’anima della persona sia molto distante rispetto all’ideologia del personaggio che noi abbiamo. E questo secondo me è quello che poi dà la verità al personaggio quando lo si racconta, perché è molto facile raccontare Marilyn con una foto, è molto più difficile raccontare Marilyn con un testo. Rimango sempre molto rapito da queste storie, forse perché la vivo in prima persona. Perché io stesso per essere il personaggio che guida l’orchestra, separatamente dall’essere uomo, marito, padre di figli, amico di amici. A un certo punto la vita ti chiede il conto di queste cose e in questi personaggi, in Marilyn, questa cosa è evidente. E guardarla, secondo me, lascia un po’ di vuoto anche all’ascoltatore».

A dare in scena il volto a Marilyn ci sarà Mariska Bordoni. Cosa ci può dire di lei?

«Mariska è un’attrice e cantante molto sul pezzo. Ha una voce bellissima e una presenza scenica, una capacità di fare teatro che secondo me è importante e vale oro.  Ci sarà tutta una serie di dialoghi allo specchio, in uno specchio da trucco, sul tema del guardarsi negli occhi, è uno spettacolo che non vuole strappare l’applauso gigantesco al minuto “cinque”, ma vuole far andare via il pubblico rinfrancato di aver scelto di andare ad ascoltare quella serata».

 

Parliamo del suo rapporto con la Calabria, allora. Lei la conosce bene, giusto?

«Ci torno con piacere. Ho insegnato al Conservatorio di Cosenza per qualche mese, trovo la Calabria una bella terra, dai colori bellissimi, dove si mangia benissimo, dove c’è un ritmo di vita che è leggermente più lento del nostro e lo apprezzo molto perché noi nella Pianura padana risentiamo di questo “galoppare” milanese. Vedo una terra che mi piace, ci sto un paio di giorni, è molto bello, sono contento e spero di tornarci più spesso».