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MUSICA E SPETTACOLO

'La Febbre del Sabato sera', un’emozione lunga 40 anni al Politeama

Una pellicola geniale, l’affresco di una generazione ripreso e per così dire omaggiato dal Nuovo di Milano con un’opera voluta dal sovrintendente Gianvito Casadonte nel teatro cittadino che ha riscosso l’ormai consueta risposta del pubblico

LE FOTO

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Venerdì 29 Dicembre 2017 - 10:58

Un tuffo negli anni Settanta. Un’emozione lunga 40 anni per un classico intramontabile, che ha segnato un’epoca con un film-manifesto dell’America post Vietnam. Questo e tanto altro ha fotografato a quel tempo la Febbre del Sabato Sera o Saturday Night Fever, se preferite. Una pellicola geniale, l’affresco di una generazione ripreso e per così dire omaggiato dal Nuovo di Milano con un’opera voluta dal sovrintendente Gianvito Casadonte nel teatro cittadino che ha riscosso l’ormai consueta risposta del pubblico: un’ovazione e una pioggia di consensi per quanto visto sul palco. Centinaia le persone che hanno nuovamente affollato platea e loggione, pressoché riempiti in ogni ordine di posto, non assistendo però a una fedele riproduzione del film capolavoro di John Badham però. Si è infatti trattato di una variante sul tema principale, per così definirla. A cominciare, ad esempio, dall’accento marcatamente pugliese della Tony Family. Non pochi i momenti topici e le ambientazioni suggestive: lo sfondo del Ponte di Brooklyn, la discoteca Odissey 2001, la specie di vasca in cui suonava il Dj, la casa della modesta famiglia del protagonista e così via. Tutto riferito al luglio del ‘77. Un periodo particolare e delicato sotto il profilo storico e socioeconomico, Oltreoceano e non solo, da cui trasse spunto il celeberrimo Saturday Night Fever, pellicola come ovvio ispiratrice dello spettacolo. Gli Stati Uniti di allora, del resto, vivevano una fase transitoria, sospesi fra la voglia di una vita fricchettona e scanzonata successiva alla lacerante debacle vietnamita - in cui diventavano piccole star di quartiere anche degli anonimi Manero “di periferia” - e le ansie di un Paese attraversato da mille altri problemi. Una nazione-continente in cui i locali notturni e le discoteche regalavano parentesi d’evasione, ma per le strade imperversavano deliranti carnefici che mietevano vittime in modo indiscriminato quali David Richard Berkowitz, il Figlio di Sam, maniaco schizofrenico a suo dire in azione su ordine di un cane parlante non a caso citato proprio all’inizio del Musical, e Theodore Robert Bundy - non da meno di Berkowitz - e per cui fu macabramente reinterpretato il Disco Inferno ballato nello spettacolo. Il riferimento è al Burn Bundy Burn intonato negli States e nel mondo nel periodo della sedia elettrica inflitta all’ex brillante studente di Legge di Harvard. Il musical, comunque, può essere tecnicamente definito un “esplosivo juke box” in cui sono stati portati in scena molti brani in cima alla hit parade degli anni ‘70 tra cui le canzoni originali dei Bee Gees: Stayin' Alive, How Deep Is Your Love, Night Fever, You Should Be Dancing e tante altre quali Symphonie No 5, More Than a Woman e la citata Burn Baby Burn (questo appunto il vero titolo). Persino inutile, quindi, parlare degli incessanti lampi dei flash dei telefonini che, mentre venivano scattate le foto, quasi si riflettevano sulle scintillanti paillettes della ballerina principale e degli scroscianti applausi degli spettatori entusiasti. Si può dunque escalamare che in città, mai come quest’anno, è scoppiata una gran voglia di Politeama per la gioia del dg Aldo Costa.



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